24 giugno 2022 11:43

Il 20 giugno si è verificato un raro momento di grazia nella politica israeliana. Il primo ministro Naftali Bennett e il ministro degli esteri Yair Lapid hanno annunciato lo scioglimento della loro straordinaria coalizione, spingendo il paese verso le quinte elezioni in tre anni e mezzo.

La coalizione era straordinaria perché includeva una gamma di posizioni politiche estremamente vasta, dalla destra sostenitrice dei coloni (Yamina, partito di Bennet) al centrosinistra di Yesh Atid (di cui fa parte Lapid). Dell’alleanza ha fatto parte addirittura una formazione islamica, la Lista araba unita. Non era mai successo.

Il momento di grazia è stato prodotto dalla lealtà e dall’amicizia mostrata da Bennett e Lapid, avversari politici e ideologici che tuttavia hanno saputo superare le spaccature di un panorama politico frammentato e segnato da defezioni e tradimenti.

Rivali con rispetto
Bennett e Lapid non si sono incolpati a vicenda per il fallimento della coalizione e hanno mostrato rispetto reciproco. Inoltre Bennett ha mantenuto la promessa di alternarsi alla guida del paese con Lapid, che dunque diventerà il primo ministro del governo di transizione in vista delle prossime elezioni, che si terranno probabilmente a ottobre.

“Sono rivali politici che sono stati abbastanza saggi da creare un’alleanza rara, quasi utopica per gli standard politici israeliani. Hanno cominciato bene e hanno finito ancora meglio. Ci è sembrato di sognare. Eravamo in Israele o in Danimarca?”, ha scritto su Haaretz il giornalista Yossi Verter. Ma la verità è che, fatta eccezione per questi due uomini, siamo chiaramente ancora in Israele.

La coalizione, formata da otto partiti, aveva un unico principio fondativo: impedire a Bibi (Benyamin Netanyahu, primo ministro per gran parte degli ultimi 25 anni) di riconquistare il potere per l’ennesima volta. L’alleanza ha potuto funzionare solo concentrandosi sulle questioni sociali (dove esisteva un certo accordo) e mantenendo lo status quo in tema di sicurezza, violenza dei coloni e diritti dei palestinesi.

Ciononostante il tentativo di tenere insieme una coalizione così evidentemente variegata è fallito, principalmente a causa delle defezioni di parlamentari che si sono sentiti compromessi dalla collaborazione con individui che avevano visioni estremamente diverse dalle proprie. Tra l’altro la coalizione era composta da appena 62 deputati su 120, dunque è bastato che tre parlamentari uscissero di scena, uno alla volta, per distruggere la maggioranza parlamentare.

Oggi qualsiasi tema politico in Israele è legato ai coloni e all’occupazione

Possiamo prevedere un ritorno di Netanyahu a ottobre? Bibi è ancora sotto processo per abuso d’ufficio, corruzione e frode, ma la coalizione non è riuscita a introdurre un divieto di ricoprire la carica di primo ministro per chi è sotto processo per reati gravi. Quindi è uno scenario possibile.

È per questo che Netanyahu ha cercato con tutte le sue forze di far cadere il governo, forzando un voto su ogni singolo provvedimento. La knesset e il paese sono talmente spaccati che qualsiasi rimescolamento delle carte offre a Bibi un’altra possibilità di vincere.

Opinione pubblica spaccata a metà
Netanyahu ha perfino convinto i suoi alleati alla knesset a votare contro una nuova estensione quinquennale delle regole che pongono l’operato dei coloni israeliani in Cisgiordania sotto la giurisdizione del diritto civile israeliano e non della legge marziale, che controlla invece la vita degli arabi nei territori occupati.

Di solito l’estensione è automatica e non comporta alcun dibattito, ma il Likud di Netanyahu e i suoi alleati hanno espresso un voto contrario nonostante la loro posizione politica favorevole ai coloni. Bibi sapeva che i quattro esponenti arabi del governo di coalizione non avrebbero potuto votare in favore dei diritti speciali per i coloni, così il provvedimento è stato bocciato e il governo è caduto.

Oggi qualsiasi tema politico in Israele è legato ai coloni e all’occupazione, anche perché l’opinione pubblica è divisa perfettamente a metà, quasi con precisione chirurgica. È per questo che è stato così difficile creare una coalizione anti Bibi. Ma sarà altrettanto difficile formarne una favorevole a Bibi.

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Dopo la vittoria del 1967, quando Israele assunse il controllo di ampi territori arabi in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e nell’altopiano del Golan, in pochi avevano capito che questo sarebbe stato il futuro che stavano costruendo. Tra la guerra del 1948, quando la maggior parte degli arabi fuggì o fu cacciata da quello che sarebbe diventato lo stato di Israele, e la guerra dei sei giorni del 1967, circa l’85 per cento della popolazione israeliana era composto da ebrei. Dopo la vittoria del 1967, invece, metà della popolazione delle terre controllate da Israele era araba, di religione musulmana o cristiana.

Questa proporzione è sopravvissuta fino ai giorni nostri, anche se la Striscia di Gaza è stata trasformata in una prigione a cielo aperto che tecnicamente non si trova nello stato di Israele. Di conseguenza, a meno di restituire i territori occupati, i possibili scenari sono due: quello di un Israele democratico in cui metà della popolazione è araba o quello di un Israele ebreo in cui metà della popolazione non ha diritti politici.

Questa è la scelta che divide e paralizza il paese, senza che ci sia una decisione all’orizzonte. Bibi è il portabandiera di tutti gli ebrei israeliani che vogliono un paese più grande e in cui gli arabi palestinesi non siano considerati cittadini come gli altri. Queste persone potrebbero tornare al potere entro la fine dell’anno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)