31 dicembre 2017 09:01

A dicembre del 2009 la canzone dei Rage against the machine, Killing in the name, uscita per la prima volta nel 1992, era la prima in classifica tra le canzoni natalizie. Il motivo era una campagna sui social network che incoraggiava le persone a comprarla per evitare che arrivasse primo il vincitore di X Factor.

Killing in the name si ispirava a un fatto accaduto a Los Angeles a marzo del 1991. Un uomo filmò dal suo balcone quattro agenti del dipartimento di polizia di Los Angeles mentre prendevano a calci e picchiavano con sbarre di metallo Rodney King, un uomo afroamericano. Il giorno dopo una rete televisiva locale mandò in onda il video, la Cnn acquisì il nastro e le immagini divennero virali prima dell’era di YouTube.

Di recente, il video della Cnn che mostra migranti venduti all’asta come schiavi in Libia ha provocato ondate di rabbia. Sono contento che finalmente il mondo ha cominciato a fare attenzione a cosa succede in Libia. Da anni inchieste, articoli, foto, giornalisti e attivisti parlavano dei crimini commessi contro i migranti in Libia, ma il mondo continuava a guardare dall’altra parte. Adesso la gente si è arrabbiata, ma non abbastanza.

Il video può essere anche un falso, ma questo non vuol dire che in Libia non esista la schiavitù

Gli stessi video in Libia hanno provocato una reazione opposta. Giornalisti, blogger e attivisti hanno sostenuto una massiccia propaganda di stato per dimostrare a tutto il mondo che viviamo in un’utopia dove non c’è alcuna differenza tra neri e bianchi, e tutti gli esseri umani sono trattati con rispetto.

Hanno analizzato nei dettagli il reportage e si sono chiesti come fosse possibile credere a pochi secondi confusi in cui non si vede quasi nulla. Alcuni hanno perfino citato Donald Trump e le sue critiche contro la credibilità della Cnn.

Ho visto un giornalista di un notiziario libico interrogare uno dei migranti in un centro di detenzione sul trattamento ricevuto. Il migrante rispondeva che aveva ricevuto “il miglior servizio” e proseguiva lodando il trattamento umanitario nel centro di detenzione. L’uomo non è riuscito a finire la frase, è scoppiato a piangere e le sue lacrime hanno concluso ciò che non era riuscito a dire. Servizi e articoli simili sono diventati ormai parte integrante della quotidianità in Libia.

I politici libici hanno dato la colpa di tutto agli stati europei, ritenendoli responsabili delle “voci” sulle violazioni e i crimini commessi nei centri di detenzione. Addirittura si è arrivati a considerare le critiche della comunità internazionale come parte della cospirazione orchestrata con l’obiettivo di far rimanere i profughi in Libia. Lo ha detto persino il capo della guardia costiera, che non perde occasione di ricordare a tutto il mondo di aver bisogno di soldi per poter fare di più.

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A preoccuparmi però era la tendenza generale a collegare i due fatti. Se A è falso, allora anche B è falso. Il servizio può essere anche un falso, come sostenevano, ma questo non vuol dire che in Libia non esista una moderna schiavitù. In Libia e nel resto del mondo non ci si dovrebbe meravigliare del fatto che i migranti siano oggetto di umiliazioni, discriminazioni e abusi.

Ero curioso di conoscere l’opinione dell’imam della moschea vicino a casa mia, visto che parla praticamente di qualsiasi cosa. Non ne ha parlato direttamente, ma ha criticato gli utenti di Facebook che condividono notizie false e ha consigliato alle persone di non contribuire a diffondere voci.

So che queste non sono proprio parole sue. Rappresenta l’autorità religiosa a Tripoli, ed è l’autorità ad assegnare gli imam alle diverse moschee e a pagare i loro stipendi. Di recente ho notato un cambiamento nel tono dei suoi discorsi: si sta adattando sempre più alla corrente madkhalita, come le milizia più forti in città.

Silenzio sui migranti
Ogni venerdì dagli altoparlanti si sente tuonare la sua voce adirata. Da casa mia non posso fare a meno di sentirla. Ogni venerdì predica e ammonisce, e parla di chi andrà in paradiso e chi invece all’inferno.

Quando gli insegnanti hanno manifestato per chiedere stipendi più alti, ha dichiarato che le manifestazioni erano proibite perché erano solo un’imitazione dell’occidente infedele e che se un cittadino voleva dare dei consigli a chi comanda dovrebbe farlo di persona e in segreto. Non è consentito criticare in pubblico chi comanda.

In prossimità del compleanno del profeta ha ammonito le persone di non festeggiarlo, poiché si tratta di un’erronea tradizione sufi. All’annuncio delle prossime elezioni ha criticato il secolarismo. Le persone che ci credono sono tutti nemici di dio, non si dovrebbe votare per loro.

Nelle ultime settimane di dicembre Tripoli stava annegando a causa delle forti piogge. Mi aspettavo un suo intervento sulla necessità di aiutare gli sfollati libici che vivono nei campi in pessime condizioni. Sono isolati dietro recinzioni di filo spinato, vivono nei container, i loro figli vanno a scuola in altri container.

Una settimana prima delle piogge, a Tripoli è scoppiato un grande incendio in due campi per sfollati provenienti da Tawergha. Gli sfollati hanno perso tutto ciò che avevano, che non era molto, e con l’arrivo delle piogge i campi sono stati completamente sommersi dall’acqua.

L’imam però non ha mai parlato di loro, non ha mai suggerito alle persone di prendere le macchine e compiere il tragitto di dieci minuti dalla moschea ai campi per andare ad aiutarli. Ha preferito mettere in guardia le persone contro i festeggiamenti natalizi, vietando persino di fare gli auguri a chi festeggia il Natale. Non si può fare.

Gli sfollati di Tawergha hanno marciato fino alla sede del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale e si sono rifiutati di andarsene finché Fayez al Sarraj non è uscito a parlare con loro.

“Parlare della situazione del nostro popolo a Tawergha dopo sette anni di difficoltà ci provoca molto dolore”, ha detto Faye al Sarraj. “Abbiamo discusso con le diverse parti per affrettare il loro ritorno a casa”. Ha concluso con la speranza che l’accordo possa essere applicato prima possibile.

Posso prevedere l’argomento dell’ultimo venerdì dell’anno. L’imam inviterà la gente a non festeggiare il capodanno. È vietato, un’imitazione dell’occidente infedele.

Ho augurato ai miei amici buon Natale e felice Chanukkah, e festeggerò il capodanno ascoltando la canzone Killing in the name. Naturalmente la dedicherò all’imam della moschea qui vicino e a chiunque gli paghi lo stipendio.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)