09 ottobre 2009 16:05

Verso la fine del 2008 le Nazioni Unite hanno annunciato una svolta nella storia dell’umanità. Per la prima volta le persone che vivevano nelle aree urbane erano di più di quelle che abitavano nelle zone rurali. Metà dei 6,7 miliardi di abitanti del mondo ora si sveglia al suono dei clacson invece che al canto del gallo. Stiamo per completare il nostro lungo viaggio dalla condizione di cacciatori e agricoltori a quella di cittadini moderni.

Da molti punti di vista è sensato vivere e lavorare tutti insieme in una città, grande o piccola che sia. Nei secoli scorsi abbiamo creato fiorenti comunità – Roma, Londra, Parigi, New York – vicino ai luoghi più convenienti per i commerci e i trasporti, come i fiumi e gli estuari, e ben presto tutte sono diventate metropoli. In quest’ultimo secolo, a determinare la crescita delle città sono state strade e autostrade, perché l’automobile è diventata essenziale nella vita moderna. Anche gli aeroporti e le ferrovie sono stati fondamentali per lo sviluppo dei centri urbani.

Dove lasciamo un’impronta minore?

Queste infrastrutture hanno permesso alle città di ricevere tutto ciò di cui i loro abitanti avevano bisogno: cibo, energia, materiali. Ma questa crescita può andare avanti all’infinito? O si arriva a un momento in cui il modello di sviluppo della città moderna diventa insostenibile dal punto di vista ambientale? Prendiamo per esempio Città del Messico. Oggi la sua acqua potabile proviene da sorgenti che si trovano a 150 chilometri di distanza e a 200 metri di profondità. Quando queste risorse saranno esaurite, cosa farà? Sono domande che invitano a fare qualche riflessione di tipo personale: se ci teniamo davvero al nostro ambiente, dovremmo vivere in città o in campagna? Dove lasciamo un’impronta di carbonio minore?

Mi sono posto questa domanda molte volte: fino a due anni fa abitavo nel cuore di Londra, mentre ora vivo in campagna in Cornovaglia, non troppo lontano da dove sono cresciuto. Mia moglie e io ci siamo trasferiti per lo stesso motivo per cui molte persone lo fanno: volevamo che i nostri figli crescessero in un ambiente più sano. Da ragazzo ho lasciato la Cornovaglia per andare all’università e perdermi tra le luci sfavillanti di Londra, adesso ho fatto il tragitto contrario e sono tornato in campagna per crescere i miei figli.

Ma pochi giorni dopo essere arrivato qui con la mia famiglia ho cominciato a mettere a fuoco alcune differenze tra città e campagna. I vantaggi di quest’ultima mi sono apparsi subito evidenti. Hai lo spazio e la libertà di coltivare buona parte di quello che mangi. Sei in contatto con la natura. Sei più consapevole del cambiare delle stagioni. Provi un grande senso di libertà. Ma poi ti vengono in mente altri pensieri. Prima di tutto, quando vivi isolato in campagna ti accorgi dello spreco di energia. O diventi autosufficiente dal punto di vista energetico (ma è molto difficile) o devi fare qualche compromesso. Per me il più grosso è stato comprare una macchina per la prima volta in vita mia: per quindici anni ho abitato a Londra senza averne una.

Certo, le mie giornate erano diventate un po’ più complicate a causa della nascita dei figli ma, per le rare volte in cui la macchina era indispensabile, ci eravamo iscritti a un club di car sharing. Ora sono diventato il riluttante proprietario di un’automobile. Ho cercato di comprarne una che inquinasse il meno possibile, ma è comunque una macchina.

Un dibattito infinito

Viviamo in una casa vittoriana unifamiliare, mentre a Londra vivevamo in una casa vittoriana multifamiliare. In termini di calore, tra dormire da soli e dividere il letto con qualcun altro c’è molta differenza. Ho fatto del mio meglio per isolare porte e finestre, ho installato pannelli solari sul tetto per riscaldare l’acqua ma, nel complesso, usiamo più energia di prima. Non si può sfuggire al fatto che le città offrono economie di scala migliori delle campagne: più ci si allontana da una città, più energia si consuma.

All’inizio di quest’anno l’International institute for environment and development di Londra ha calcolato l’impronta di carbonio media dei cittadini di undici grandi città in quattro continenti – tra cui Londra, Tokyo, New York e Rio de Janeiro – e ha scoperto che nel 2004 le emissioni di gas serra di un londinese medio equivalevano a 6,2 tonnellate di CO2, rispetto alle 11,19 della media nazionale. Il nordest agricolo dell’Inghilterra (lo Yorkshire e l’Humber) hanno l’impronta pro capite più alta dell’intera Gran Bretagna. Negli Stati Uniti, il newyorchese medio lascia un’impronta di 7,1 tonnellate, meno di un terzo della media del paese, che è di 23,92.

Ma il dibattito su campagna e città non finisce qui. Cosa succederebbe se tutti gli abitanti delle campagne continuassero a emigrare in città? Chi produrrebbe il cibo per tutti quelli che ci vivono? A che punto si romperebbe questo delicato equilibrio? Oggi il rapporto tra città e campagna è simbiotico. Nessuna delle due può vivere senza l’altra ma, almeno per il momento, i cittadini possono vantarsi di avere un minor impatto ambientale.