18 settembre 2018 12:51

Nel mondo della nutrizione gli ultimi mesi sono stati piuttosto burrascosi, anche se la cosa non ci sorprende visto che in quel campo siamo abituati a sentire tutto e il contrario di tutto (affermazioni del tipo: l’olio di pesce, il cioccolato fondente o un bicchiere di vino al giorno aiutano a vivere fino a cent’anni, oppure garantiscono una morte prematura).

Sembra che da un importante studio condotto negli Stati Uniti sia emerso che una dieta a basso contenuto di carboidrati possa accorciare l’aspettativa di vita di quattro anni, mentre è stato messo in discussione il famoso studio secondo il quale la dieta mediterranea – a base di pesce, frutta secca, verdura e abbondante olio d’oliva – possa ridurre di un terzo il rischio di malattie cardiache. Sembra che non sia stato correttamente randomizzato, il che fa sorgere dubbi sui suoi risultati.

È “la fine della scienza della nutrizione” che conosciamo, come si chiedeva a giugno Vox. E soprattutto, dato che mentre scrivo è già mattina inoltrata, che diavolo devo mangiare a pranzo?

Siamo affamati di novità e i vecchi consigli ci sembrano superati

Ma c’è anche un modo meno drammatico di vedere la faccenda. Se leggiamo attentamente il primo studio, vediamo che gli effetti deleteri della dieta a basso tenore di carboidrati possono essere evitati sostituendo i carboidrati con le verdure. E probabilmente la verità sulla dieta mediterranea è che funziona, ma forse non quanto qualcuno pensava (ridurre di un terzo il rischio di malattie cardiache è altamente improbabile per qualsiasi dieta).

In altre parole, piuttosto che mettere in dubbio tutto, questi studi confermano quello che già sapevamo: dovremmo mangiare molta verdura, non troppa carne, pochissimi cibi lavorati o con aggiunta di zuccheri, e fermarci prima di essere pieni. O per citare la famosa sintesi di Michael Pollan: “Mangia cibo. Non troppo. Soprattutto vegetali”.

Questa è la vera stranezza della scienza della nutrizione: non solo nessuno ci capisce niente ma, in un certo senso, nessuno ci capisce niente e noi sappiamo già quello che ci serve di sapere. A livello di salute pubblica è giusto studiare i particolari. Ma a livello personale, a meno che siate già così bravi da mangiare tanta verdura, una modesta quantità di carne e poco cibo spazzatura, è su questo che dovete concentrarvi. Gingillarsi con i dettagli tecnici non serve a niente.

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E non è neanche solo questione di mangiare bene. Sappiamo già come fare esercizio fisico (muovendoci molto, a volte quasi ai limiti delle nostre capacità) e come organizzare il nostro tempo (occupandoci prima delle cose importanti e stando alla larga dai social media). Sappiamo come trovare un partner (scegliendo attività in cui si socializza, e non facendo troppo i cretini) e come mantenere un rapporto (ascoltando l’altro).

Ci dimentichiamo di sapere tutte queste cose in parte perché c’è un’industria dei consigli che punta su nuove eccitanti notizie per vendere la sua merce. Ma è anche colpa nostra: siamo affamati di novità e i vecchi consigli ci sembrano superati. Così diventiamo quello che lo scrittore satirico Laurence Peter chiama “specialisti delle questioni marginali”, il cui motto è “Occupati del sassolino, ché le montagne sanno badare a se stesse”.

Ma la verità è che non abbiamo nessun diritto di considerare superati i vecchi consigli se non li abbiamo mai applicati. Se sono vecchi è perché finora sono riusciti a sopravvivere.

Consigli di lettura:

Triumphs of experience di George Vaillant racconta la storia dell’Harvard grant study, che ha seguito le condizioni di salute di 268 persone per 75 anni permettendo ai ricercatori di separare i fattori determinanti per il benessere e la felicità umana dai dettagli insignificanti.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

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Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian.

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