Exit spaesati

07 febbraio 2018 17:12

1. 47Soul, Marked safe
Al loro suono hanno dato il nome di shamstep (dalla Bilād al-Shām, la cosiddetta Grande Siria). Lo stile deriva dal dabke, musica per feste di famiglia, matrimoni, uscite dal carcere dei prigionieri, contaminata dall’elettronica e dalla rabbia. I 47Soul hanno origini palestinesi e residenza londinese (nella torre Balfron, poi diventata teatro di sfratti e rabbia sociale, da cui il titolo dell’album, Balfron promise). Tastiere mediorientali, ritmo di tabla, tensioni, vitalità, intreccio di testi in inglese e in arabo, caos organizzato come le loro vite alla Exit west.

2. Fabio Macagnino, Blue Dahlia
Brano di un architetto-cantautore nato in Germania e tornato alle radici nella Locride. Tra GerMagna, una canzone sullo spaesamento aspirazionale (il sogno di esportare pizze e tarantelle a nord, importare soldi e risveglio) e Carma, un cullarsi dentro a ritmi esistenziali slow che è il concetto calabresi’s karma che da il titolo al suo album: Candalìa. Alla fine, la vera terra promessa è in fondo alla statale 106, e in capo a una ballata che registra “malavitosi senza onore, natura abbacinante, cibo lussureggiante, buche piene di strade”.

3. Edoardo Chiesa, Il filo
Con quella faccia, quei boccoli e quelle camicie button down un po’ così che hanno i savonesi che hanno visto New York, il cantautore immobile nel mezzo della brulicante metropoli guarda in faccia all’iPhone con cui viene ripreso nel suo video da spaesato. Al video corrisponde una canzone dal suono essenziale: la ribellione contro le nostre connessioni e i maldipancia che ne derivano, e un invito a resistere. Piccoli Fossati si rivelano? Il suo album Le nuvole si spostano comunque è da consigliare più che altro a chi ama i fabbri di canzoni d’una volta.

Questa rubrica è stata pubblicata il 2 febbraio 2018 a pagina 82 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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