16 giugno 2020 18:04


1. Drab City, Devil doll
Una Françoise Hardy losangelina, in marinière grigia cenere, davanti a un benzinaro in fiamme a South Central. Una malinconia panamericana, saltelli di beat old school come dei Portishead postpandemici, la solita forza gravitazionale del Lynch ispiratutto, con marimbe riverberanti, sussurri flautati alla Julee Cruise e storture sottili qua e là, come un easy listening che non ce l’ha fatta. Il mood non è mai allegro, ma quest’album d’esordio per Bella Union, Good songs for bad people, coglie l’umore del momento: spaesato, esilarante.


2. Malus, Mobius trip
C’è un’aria di fantascienza anni settanta, di techno-prog intorcinata sull’ascissa che va dai Goblin a Moon safari degli Air, con qualche durezza in più a contrastare voci perse nello spazio. Tutto questo nasce tra Vicenza e Treviso, un’odissea nel Triveneto. In Sexadelic shooting star, secondo album del quintetto da cameretta, il capitano Alex Donanzan trova due punti di approdo: il nastro immaginato dal matematico tedesco Möbius, superficie impossibile che conduce al suo lato opposto, e la Cittadella cieca di Moebius, sogno da graphic novel.


3. Oumou Sangaré, Djoukourou (acoustic)
“Se hai il sedere a riposo significa che qualcuno ti supporta”, recita il ritornello di questa energetica canzone dall’usignolo del Mali, un anticipo sul nuovo album Acoustic: la signora Sangaré è tornata, in grande spolvero, con la sua formidabile voce e l’aiuto di chitarre del deserto senza l’ausilio di generatori elettrici, lo ngoni, una specie di zucca con le corde, e due coriste. Sangaré dal vivo è un turbine, e quelli di noi che hanno sempre sete di Africa qui trovano un’oasi, una brezza e una dimensione di blackness più ancestrale.

Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati