Il presidente statunitense Donald Trump sale sull’Air force one a Pechino, in Cina, il 10 novembre 2017.

Donald Trump rende la Cina di nuovo grande

Il presidente statunitense Donald Trump sale sull’Air force one a Pechino, in Cina, il 10 novembre 2017.
05 gennaio 2018 10:17

Il programma di Donald Trump? Make China great again. È la battuta che circola di questi tempi a Pechino, dove la diplomazia a colpi di tweet del presidente degli Stati Uniti è considerata molto divertente, visto che favorisce prima di tutto la Cina. Al confronto con Trump, i dirigenti cinesi sembrano un modello di rispettabilità e di misura.

Non è certo l’unico paradosso della crescente incoerenza del metodo Trump, una diplomazia fondata sull’isteria che non calcola, né ipotizza, la mossa successiva. Nello scontro tra Cina e Stati Uniti, il progressivo indebolimento, non tanto della superpotenza americana, ma della sua capacità di convincere e guidare altre nazioni, fa indubbiamente il gioco di Pechino.

Il comportamento confuso degli Stati Uniti è opera soprattutto del presidente e non di un’amministrazione che fatica a farsi sentire. Il segretario di stato Rex Tillerson e il suo collega della difesa Jim Mattis si sono schierati contro la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, invano. Lo stesso vale per la Corea del Nord, a proposito della quale Tillerson parla di dialogo indispensabile, mentre il presidente vanta le dimensioni del suo pulsante nucleare – “più grande di quello di Kim Jong-un”.

Il vantaggio di Pechino
Per Pechino si tratta di una manna inattesa, e succede nel momento in cui il presidente Xi Jinping è legittimato da un partito comunista ai suoi piedi e ottiene i più grandi poteri mai posseduti da un capo di stato cinese negli ultimi tre decenni.

Il tutto accade proprio quando la Cina ha abbastanza peso per affermarsi sulla scena internazionale, facendo valere la sua influenza con il progetto della nuova via della seta, e mettendo un’ipoteca sullo status di prima potenza al mondo.

Xi Jinping ci guadagna quando Trump insulta, in uno dei suoi primi tweet dell’anno, il Pakistan, vecchio amico della Cina e primo beneficiario degli investimenti della nuova via della seta. Il giorno dopo, la banca centrale pachistana ha annunciato che il paese avrebbe effettuato le sue transazioni con la Cina, con la quale intrattiene quasi un terzo dei suoi scambi commerciali, non più in dollari ma in valuta cinese.

L’insulto pubblico è la migliore strategia per affrontare i problemi?

La settimana precedente Cina e Pakistan avevano discusso a Pechino con alcuni rappresentanti afgani la possibilità di estendere al loro paese il corridoio economico Cina-Pakistan, un progetto strategico nel quale la Cina investe decine di miliardi di dollari e che va da Kashgar, nello Xinjiang cinese, al porto d’acque profonde di Gwadar, costruito dai cinesi in Pakistan.

Un progetto simile era già visto con grande inquietudine dall’India, che si oppone al tracciato del corridoio cinese nel Kashmir pachistano, oggetto di conflitto tra i due paesi. Estendendolo all’Afghanistan, la Cina minaccia di sconvolgere i delicati equilibri regionali, una gioco nel quale l’India non ha alcuna intenzione di essere la vittima.

Donald Trump aveva presente tutti questi elementi quando ha twittato che il Pakistan, al quale gli Stati Uniti hanno fornito aiuti per 33 miliardi di dollari, “mente” a proposito dei ribelli islamisti nascosti nel suo territorio?

Ovviamente il presidente statunitense ha ragione a proposito della doppiezza dei servizi pachistani, come da anni sanno bene tutte le amministrazioni americane, soprattutto dopo il ritrovamento di Osama bin Laden nel paese, ma l’insulto pubblico è la migliore strategia per affrontare il problema? No, sopratutto se ha come primo effetto quello di far cadere i pachistani nelle accoglienti braccia dei cinesi, in un momento nel quale diversi suoi investitori in Pakistan vivono alcune difficoltà.

Lo scontro con Kim Jong-un
Questa vicenda è esemplare di come l’isteria della diplomazia causata da Trump favorisca gli interessi di Pechino. Si potrebbe dire lo stesso della Corea del Nord, altro bersaglio delle ossessioni del presidente statunitense.

Donald Trump ha immediatamente reagito al messaggio di capodanno di Kim Jong-un, quando il leader coreano ha parlato del pulsante nucleare sulla sua scrivania. Ma non ha visto la parte positiva del messaggio, e cioè il ripristino della linea di comunicazione telefonica con la Corea del Sud e il possibile invio nel paese di atleti nordcoreani per i giochi olimpici invernali.

Decidendo di affrontare i rapporti con Kim Jong-un con lo scontro, Trump non capisce che così si accentua il divario tra Washington e Seoul, che non vuole una nuova guerra sessant’anni dopo quella che ha devastato la penisola, diviso molte famiglie e che ancora oggi pesa su questa parte di Asia.

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La Cina guarda dalla finestra, dopo che lo scorso anno aveva boicottato la Corea del Sud per aver accettato l’installazione del sistema antimissilistico statunitense Thaad sul suo territorio, un fatto che ha penalizzato le sue esportazioni e anche le star del K-pop.

Da allora i due paesi si sono riconciliati, e Pechino vedrebbe di buon occhio una distensione tra le due Coree, visto che allontanerebbe lo spettro di un conflitto senza indebolire il regime di Pyongyang. Una situazione da incubo per Trump, che aveva promesso “fuoco e furia” contro la Corea del Nord.

Nel 2018 l’evoluzione dei rapporti tra Cina e Stati Uniti sarà uno dei fattori che influenzeranno le relazioni internazionali. Per ora Washington ha fatto un autogol, indebolendo la propria credibilità con gli alleati prima ancora che con i nemici o i rivali. Xi Jinping può dormire sonni tranquilli: suo malgrado, Trump è il suo migliore alleato.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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