Una protesta contro le elezioni presidenziali ad Algeri, il 10 dicembre 2019. (Ryad Kramdi, Afp)

Il voto algerino è una prova di forza del governo

Una protesta contro le elezioni presidenziali ad Algeri, il 10 dicembre 2019. (Ryad Kramdi, Afp)
12 dicembre 2019 11:22

La sera del 12 dicembre l’Algeria avrà un nuovo presidente. Eppure questo fatto, che in tempi normali sarebbe considerato il culmine di una transizione democratica, non metterà fine all’hirak, il movimento nato all’inizio dell’anno dopo la candidatura (poi abortita) di Abdelaziz Bouteflika.

Le condizioni in cui è stato organizzato il voto, infatti, somigliano molto a una prova di forza del sistema rifiutato in blocco dai manifestanti. Questa almeno è la percezione degli algerini, che da oltre dieci mesi scendono in massa nelle strade delle città per chiedere la fine del sistema e non soltanto un nuovo presidente.

Il sistema, in effetti, ha cambiato rappresentanti facendo pulizia dei nomi più compromessi, ma non ha modificato la propria natura e resta controllato dai militari che sostengono l’uomo forte del regime: il generale Gaid Salah, capo dello stato maggiore ormai da quindici anni.

Nessun candidato alle elezioni proviene dal movimento di protesta, che ha deciso di boicottare il voto. Quattro candidati su cinque hanno ricoperto la carica di ministro o primo ministro sotto Bouteflika. Ad Algeri si rincorrono le voci sul nome del “candidato dello stato maggiore” che alla fine vincerà.

È forte il timore che il regime decida di stroncare con la forza un movimento finora rimasto pacifico

Attorno allo scrutinio, insomma, non esiste un clima di fiducia. Anche per questo le elezioni rischiano di essere segnate da una massiccia astensione e dal sospetto di un risultato deciso lontano dalle urne.

A questo punto l’interrogativo non riguarda tanto l’identità del vincitore, ma il modo in cui il regime si comporterà dopo aver ripristinato una certa legalità (in mancanza di legittimità) al vertice dello stato. La paura di molti attivisti algerini è che la risposta del governo possa consistere in un tentativo di stroncare con la forza questo movimento eccezionale, finora rimasto risolutamente pacifico.

Il timore si fonda prima di tutto sul giro di vite delle ultime settimane. Secondo la Lega algerina per i diritti umani circa 130 persone sono attualmente in stato di detenzione, arrestate durante le manifestazioni o fermate individualmente. Tra loro ci sono molti militanti, sindacalisti, giornalisti e blogger, persone che partecipano a un movimento senza leader evidenti e dunque più difficile da combattere.

La richiesta di una seconda repubblica
La repressione resta “morbida” – la situazione è molto diversa dall’Iraq, dove i morti si contano a centinaia dall’inizio della rivolta – ma si tratta comunque di repressione.

I prossimi giorni e le prossime settimane segneranno un nuovo momento della verità per l’Algeria, tra un sistema che tenta un’operazione di “restauro” per sopravvivere meglio (comprese alcune condanne nei confronti di politici e imprenditori corrotti) e un movimento che vuole rompere con il passato e chiede l’avvento di una seconda repubblica.

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Come tutti i movimenti della verità, anche questo comporta i suoi rischi, e gli algerini lo sanno bene. Ma dopo dieci mesi di proteste oceaniche non vogliono rinunciare a quella che hanno battezzato “la seconda indipendenza”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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