Dopo un mese di guerra sul destino dell’enclave del Nagorno Karabakh abbiamo un vincitore militare, l’Azerbaigian, e due vincitori politici, la Russia e la Turchia.

La guerra è stata scatenata dall’Azerbaigian per mettere fine al “conflitto congelato” sul Nagorno Karabakh, territorio situato all’interno del paese ma popolato da armeni. Da trent’anni la situazione era ormai bloccata, in seguito a una guerra vinta dall’Armenia.

Ma oggi il rapporto di forze è cambiato: l’Azerbaigian, forte delle ricchezze derivate dagli idrocarburi e di una popolazione tre volte più numerosa di quella armena, ha modernizzato il suo esercito e si è imposto sul campo. Le armi moderne in possesso degli azeri sono state fornite dalla Turchia, ma anche da Israele. E hanno fatto la differenza.

Per evitare una sconfitta totale, il governo armeno ha accettato un piano umiliante proposto dalla Russia. D’altronde a Erevan non avevano scelta.

La vicenda ha suscitato la collera della popolazione armena, che si sente tradita e considera vane le migliaia di vittime del conflitto. Ma queste reazioni emotive ignorano il fatto che l’alternativa era portare avanti una guerra impossibile.

Il vincitore militare, dunque, è l’Azerbaigian. Ma come detto esistono anche due vincitori politici. Il primo è il “padrino” di Baku, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, molto criticato per questa nuova avventura fuori dei confini del paese ma premiato da un successo rapido.

Erdoğan si è assunto il rischio di operare in una zona d’influenza russa, rompendo lo status quo. Pur inviando armi, consulenti e perfino mercenari al fianco dell’esercito azero, il presidente turco ha evitato uno scontro diretto con la Russia. La conclusione della guerra trasforma la Turchia in una potenza dal ruolo cruciale nel Caucaso del sud.

Sul fronte russo, Vladimir Putin è rimasto inizialmente passivo, sorprendendo molti perché ha lasciato che la guerra facesse il suo corso, limitandosi a dichiarare intoccabile il territorio dell’Armenia propriamente detta.

La Russia è entrata in azione solo dopo che l’Azerbaigian ha raccolto i frutti della sua offensiva, come se a un certo punto avesse deciso di dimostrare che Mosca è ancora padrona della regione.

Alla fine il Cremlino ha rafforzato la sua presa, perché l’accordo di pace prevede la presenza di truppe russe per garantire l’apertura di un corridoio tra l’Armenia e il Nagorno Karabakh privato delle zone circostanti. L’Armenia, dopo aver sperato a lungo che Mosca corresse in suo soccorso, oggi si ritrova più dipendente che mai dalla Russia.

È possibile che il primo ministro armeno Nikol Pashinyan abbia pagato il fatto di essere arrivato al potere sull’onda di una di quelle “rivoluzioni colorate” tanto detestate da Putin? È quello che credono a Erevan.

Questa guerra del ventesimo secolo, le cui radici sono antiche e profonde, ha ribaltato la situazione geopolitica di una regione strategica, senza che l’Europa o l’occidente abbiano proferito parola e senza che abbiano avuto la possibilità di giocare un ruolo attivo. È il simbolo di un mondo postoccidentale in cui le regole del gioco sono quelle della violenza.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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