Il mondo ha gli occhi puntati sull’Iran, soprattutto dopo la repressione terrificante di gennaio e la minaccia di un intervento militare degli Stati Uniti, su cui Donald Trump prenderà prima o poi una decisione. Ma poiché una crisi scaccia via l’altra, abbiamo quasi dimenticato Gaza, dove niente è stato risolto.

Una parvenza di normalità ritorna il 2 febbraio con l’apertura del valico di frontiera di Rafah, al confine con l’Egitto. È un fatto significativo, perché si tratta dell’unico passaggio verso un paese che non sia Israele. La riapertura del valico era attesa da tempo dalle organizzazioni umanitarie e da migliaia di palestinesi che vorrebbero varcare il confine per ragioni di salute o, in senso opposto, per riabbracciare i loro cari.

Ma questa “normalità” è solo apparente: prima di tutto perché Israele controlla ancora la frontiera, aperta solo a 150 persone al giorno, rigorosamente selezionate. E poi perché questo piccolo passo non può nascondere il fatto che tutto il resto è ben lontano da una normalizzazione.

Partiamo dalla situazione militare. Il cessate il fuoco è in vigore dallo scorso 10 ottobre, ma non ha impedito che 32 palestinesi fossero uccisi il 31 gennaio in una serie di attacchi israeliani, ufficialmente in risposta a presunte violazioni della tregua.

Da quel 10 ottobre, secondo il ministero della sanità di Gaza sono stati uccisi 509 palestinesi, ovvero quattro al giorno. Nel frattempo è importante notare che Israele ha confermato le stime di Hamas sul numero di vittime palestinesi della guerra: settantamila.

L’altro elemento che smentisce qualsiasi pretesa di normalità è la decisione presa da Israele nel fine settimana di espellere dalla Striscia di Gaza l’organizzazione Medici senza frontiere (Msf), e questo nonostante Msf gestisca un letto d’ospedale su cinque nel territorio palestinese. Nel braccio di ferro che oppone le organizzazioni umanitarie allo stato ebraico, Medici senza frontiere non ha voluto comunicare all’esercito israeliano la lista dei suoi collaboratori a Gaza, subendo l’assurda accusa di legami con Hamas.

In questo contesto, quali sono le reali prospettive di Gaza? L’accordo per il cessate il fuoco di ottobre ha congelato una situazione che non è assolutamente stabilizzata. Intanto il piano Trump tarda a entrare nella seconda fase, malgrado la creazione del cosiddetto consiglio di pace, che dovrebbe supervisionare il processo. Al momento non si hanno tracce né della forza internazionale prevista per Gaza né del proibitivo sforzo per la ricostruzione.

Le condizioni politiche necessarie per un miglioramento sono altrettanto lontane: Hamas controlla ancora la popolazione palestinese e non intende lasciarsi disarmare, mentre Israele ricorda ogni giorno che la nascita di uno stato palestinese è fuori discussione. Questa impasse non può essere risolta senza una volontà internazionale che attualmente non esiste.

Oggi l’Iran monopolizza la scena politica, con la pressione esercitata da Trump nel tentativo di ottenere un accordo che impedisca a Teheran di accedere all’arma atomica. Il regime iraniano, attraverso la sua repressione brutale dei civili, ha fatto un grande regalo al nemico israeliano: la sua azione sanguinaria ha sviato l’attenzione dalla sorte dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, che continuano a vivere un calvario. Il regime di Teheran ha decisamente fallito su tutta la linea.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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