La guerra in Medio Oriente potrebbe essere alla vigilia di una nuova escalation che colpirebbe soprattutto la popolazione civile. Il 22 marzo Donald Trump ha dato all’Iran un ultimatum il cui esisto era facilmente prevedibile per chiunque abbia una conoscenza minima del regime di Teheran. L’Iran lo ha immediatamente rispedito al mittente.

Trump ha concesso 48 ore all’avversario per interrompere il blocco dello stretto di Hormuz, pena il bombardamento delle centrali elettriche del paese. I sopravvissuti del regime iraniano, seguaci di una linea ancora più dura di quella precedente, hanno respinto l’ultimatum minacciando di attaccare a loro volta le infrastrutture energetiche nella regione.

Nonostante abbia subìto tre settimane di bombardamenti intensi, negli ultimi giorni l’Iran ha mostrato una stupefacente capacità di reagire colpo su colpo, attaccando gli impianti per l’estrazione del gas, la città di Dimona (dove si trova un impianto nucleare israeliano) e perfino la base anglo-americana di Diego Garcia, nell’oceano Indiano, lontana quattromila chilometri dall’Iran.

Questo significa che dobbiamo prendere assolutamente sul serio le promesse iraniane di una rappresaglia nel caso in cui le minacce di Trump si concretizzassero.

Il presidente statunitense ha chiaramente sottovalutato la forza dell’Iran. Trump continua a ribadire che il nemico è stato sostanzialmente sconfitto (l’ha fatto di nuovo il 22 marzo), ma non prende in considerazione un fattore cruciale: Teheran non conduce una guerra convenzionale, ma segue una strategia del caos elaborata nel corso di anni.

Il regime dei mullah si prepara da tempo a questo scenario. Il blocco di Hormuz fa parte di una manovra per sfruttare l’aumento del prezzo del petrolio e del gas, mentre le minacce contro i paesi arabi del Golfo alleati degli Stati Uniti sono un’arma che Teheran ha scelto di utilizzare nonostante il rischio di compromettere un delicato equilibrio regionale.

Il regime ritiene che la sua unica possibilità di sopravvivenza sia rendere il costo della guerra talmente alto da spingere Trump a gettare la spugna prima di subirne il contraccolpo politico negli Stati Uniti. Per il momento il presidente statunitense ha scelto di alzare la posta, con tutti i pericoli che questo comporta.

Il rischio principale è chiaramente quello di impantanarsi in un conflitto lungo, costoso e impopolare. Questa prospettiva potrebbe concretizzarsi rapidamente se Trump decidesse di inviare truppe di terra in Iran, anche per operazioni limitate come la conquista dell’isola di Kharg e dei suoi impianti petroliferi. Alcuni collaboratori del presidente, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, lo incoraggiano a farlo.

Il secondo rischio è legato ai bersagli che verranno colpiti. Minacciando di attaccare le centrali elettriche, Trump non si cura minimamente del fatto che questo costituirebbe un crimine di guerra, trattandosi di infrastrutture civili. La minaccia è tanto più deprecabile se consideriamo che agendo in questo modo, Trump si comporterebbe esattamente come Vladimir Putin, che da mesi distrugge le infrastrutture civili in Ucraina (in particolare quelle elettriche), cosa che è denunciata regolarmente dai paesi europei.

La guerra non è ancora finita, ma in tre settimane Israele e Stati Uniti hanno evidenziato una totale incapacità di prevedere la resistenza di un regime decapitato ma ancora operativo. Oggi Trump farebbe meglio a tirarsi fuori da questo guaio, ma tutto lo spinge verso un’escalation insidiosa, le cui prime vittime sarebbero quegli stessi civili iraniani che ha dichiarato di voler proteggere entrando in guerra contro il loro paese.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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