Le misure annunciate l’8 settembre da dodici paesi – tra cui Francia, Regno Unito e Canada – non avranno un effetto rilevante sulla situazione in Medio Oriente, ma hanno immediatamente infiammato le relazioni tra Israele e una parte dell’Europa. La vicenda segna il punto d’arrivo di un lento peggioramento dei rapporti tra Israele e l’occidente, a cui le violenze commesse dai coloni hanno dato un’improvvisa accelerata.

Decidendo di vietare l’acquisto di prodotti provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania, i firmatari della dichiarazione comune colpiscono solo una piccola parte del commercio tra l’Unione europea e lo stato ebraico.

Resta il fatto che i dodici hanno voluto condannare simbolicamente l’escalation delle violenze commesse in Cisgiordania dai coloni, spesso sotto lo sguardo passivo e complice dell’esercito israeliano.

Perfino l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, favorevole alla colonizzazione, ha definito “terroristi” i coloni più violenti. Gli europei non potevano restare inermi e continuare ad alimentare la percezione di applicare un sistema di due pesi e due misure.

Perché questa decisione non l’ha presa l’Unione europea? Questo è uno dei limiti della manovra. Il fatto che tra i dodici firmatari ci siano solo otto paesi dell’Unione (l’Italia non è tra questi) dimostra che su questo tema è impossibile arrivare a un accordo.

Un anno fa, davanti alla carneficina di Gaza, la Commissione europea aveva approvato un’iniziativa che avrebbe dovuto portare a una sospensione dell’accordo di associazione tra Israele e l’Unione alla luce del fatto che la clausola sui diritti umani non era più rispettata. Ma i 27 non sono riusciti a trovare un accordo. La Germania, in particolare, si è rifiutata di sanzionare Israele per ragioni storiche.

Questo fallimento è tanto più sorprendente se consideriamo che i fatti sono innegabili: le colonie sono illegali in base al diritto internazionale, la violenza dei coloni è ampiamente documentata e le dichiarazioni di alcuni rappresentanti politici israeliani sono assolutamente esplicite. Il governo britannico è arrivato addirittura a parlare di volontà di compiere una “pulizia etnica”.

Queste parole hanno scatenato la collera dell’esecutivo israeliano, impegnato in una campagna elettorale piuttosto accesa. L’8 settembre Israele ha annunciato una serie di ritorsioni contro i britannici, inasprendo ulteriormente i toni. Il consolato britannico a Gerusalemme è stato chiuso, mentre i funzionari britannici che partecipavano al coordinamento militare previsto dal cosiddetto piano Trump per Gaza sono stati esclusi. È possibile che provvedimenti simili siano presi contro la Francia, il cui consolato a Gerusalemme è anche un mezzo di contatto con i palestinesi.

In linea di principio, le misure contro i coloni rappresentano l’espressione di una vera e propria rottura. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 Israele ha proseguito la sua deriva verso l’estrema destra, rifiutando qualsiasi concessione sui diritti dei palestinesi e facendo tutto il possibile per sabotare la soluzione dei due stati. Israele oggi considera qualsiasi critica come un atto di antisemitismo. L’isolamento crescente dello stato ebraico ha una sola, importante eccezione: gli Stati Uniti.

Le sanzioni annunciate l’8 settembre saranno considerate da molti largamente insufficienti, oltre che tardive. Ma quanto meno hanno il merito di segnare una svolta in una lunga storia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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