David Perdue, ambasciatore statunitense a Pechino, lo ha rivelato durante un’intervista concessa all’emittente Fox News: nel corso dei colloqui con il presidente cinese Xi Jinping, Donald Trump gli ha proposto di vendergli armi statunitensi.

Si tratta di un’iniziativa stravagante, soprattutto alla luce del fatto che la legge statunitense vieta la vendita di armi alla Cina, paese che gli Stati Uniti (Trump in testa) considerano come il loro principale rivale del ventunesimo secolo. Davanti allo scandalo immediatamente esploso a Washington, Trump ha smentito la notizia, ma dato che la fonte era il suo ambasciatore è probabile che il dietrofront nasca esclusivamente dalla volontà di calmare le acque.

Sappiamo che il presidente statunitense è molto, beh, diciamo “spontaneo”, e che le sue dichiarazioni, il più delle volte, non sono esattamente ponderate. Il problema è che in questo caso non si tratta di un tweet notturno o di un’intervista rilasciata per distrarre i giornalisti, ma di una conversazione nel corso di un vertice tra i leader delle prime due potenze mondiali, tra l’altro su un argomento estremamente delicato.

A quanto pare Trump ha discusso con Xi a proposito della consegna di armi statunitensi a Taiwan, ed è in quel contesto che avrebbe pronunciato le frasi riportate dall’ambasciatore.

Difficile sottovalutare l’importanza di questo tema. Dopo che nel 1979 Washington stabilì relazioni diplomatiche con Pechino a spese di Taipei, gli Stati Uniti si sono impegnati attraverso il Taiwan relations act a donare all’isola indipendentista i mezzi per difendersi. All’inizio del 2026 il congresso statunitense ha approvato la vendita di armi a Taiwan, un affare da 14 miliardi di dollari, ma in primavera Trump ha congelato la consegna per cercare di migliorare i rapporti con Xi.

Oggi l’amministrazione statunitense mantiene una posizione piuttosto ambigua sul destino del contratto con Taiwan, e le indiscrezioni rivelate dall’ambasciatore alimentano i dubbi. Il governo di Taipei, in posizione di inferiorità davanti alle ambizioni cinesi, non dorme sogni tranquilli. L’isola, infatti, conta appena 23 milioni di abitanti contro gli 1,4 miliardi della Repubblica popolare cinese.

Quale può essere la motivazione di Trump? Considerando che il presidente statunitense ama presentarsi come “il re degli affari”, i taiwanesi temono di pagare a caro prezzo un grande “deal”, accordo, fra Trump e Xi. Negli Stati Uniti una parte del congresso e dello stato maggiore dell’esercito si oppone all’idea di sacrificare Taiwan per motivi sia geostrategici sia ideologici.

L’aspetto più sorprendente della presunta offerta di Trump è che la legge statunitense vieta formalmente di vendere armi alla Cina. Inoltre, Trump contraddice la posizione di diverse amministrazioni statunitensi che in passato hanno fatto pressione sugli europei affinché non cancellassero il loro embargo sulla vendita di armi alla Cina, approvato dopo il massacro di Tiananmen del 1989.

Negli anni duemila il presidente francese Jacques Chirac e il cancelliere tedesco Gerhard Schröder erano stati vicini a eliminare l’albergo su richiesta della Cina, ma alla fine non lo hanno mai fatto a causa dell’opposizione statunitense e del veto di diversi paesi europei.

In questa situazione torna alla mente la famosa frase attribuita a Lenin: “I capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo”. Immaginando di poter vendere armi al suo principale avversario, Trump ha appena creato una versione moderna dello stesso concetto.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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