Alla numerosa squadra degli antieroi truffatori del cinema statunitense – dal Frank Abagnale Jr. di Prova a prendermi all’Howard Ratner di Diamanti grezzi, passando per Barry Lyndon – si unisce un nuovo stupefacente campione. Ma con la sua sfacciataggine nervosa e una sicurezza nei suoi mezzi quasi patologica, Marty Mauser, interpretato da Timothée Chalamet, ha qualcosa che manca a quasi tutti gli altri: un vero talento. Nel film di Josh Safdie, a metà tra un film sportivo e un poliziesco, Marty è un giocatore di ping pong, povero ma dotato che arriva a un passo dal conquistare tutto. Secondo le regole del suo mondo spietato, è un perdente che vive a un passo dalla gloria. Una piccola spinta potrebbe cambiargli la vita o costargli la pelle. Safdie trasforma questa storia (in teoria vera, perché ispirata dal campione di ping pong degli anni quaranta Marty Reisman) in un’avventura folle e adrenalinica. E in Chalamet ha trovato un complice perfetto. Marty Supreme è un capolavoro, un viaggio mozzafiato ma perfettamente controllato, pieno di personaggi vividi, curve a gomito e momenti in cui tutto è accaduto davvero. Una favola modernista su grandi ambizioni che si scontrano con la squallida realtà della strada e gli imperativi ancor più squallidi del capitalismo.
Phil de Semlyen, Time Out
Stati Uniti 2025, 150’. In sala
Norvegia / Germania / Danimarca / Francia / Svezia / Regno Unito / Turchia 2025, 133’. In sala
Anche nei suoi momenti più leggeri, nel film di Joachim Trier si percepisce una pesantezza profonda che racconta la storia di una famiglia tormentata dal passato. I personaggi principali sono un padre e una figlia – Stellan Skarsgård e Renate Reinsve splendidamente affiatati – così lontani che si sopportano a malapena. Gustav è un regista i cui giorni di gloria sembrano ormai lontani, mentre Nora è un’attrice di successo. Sono due persone difficili, egocentriche e carismatiche, del tipo di cui è facile innamorarsi e da cui è difficile staccarsi. E quindi Sentimental value è anche un film sull’amore: il loro e il nostro. Gustav e Nora si ritrovano durante una cerimonia per la morte della ex moglie del primo e madre della seconda, nella loro vecchia casa, grande, bellissima, piena di luce. Perché l’arte è uno dei prismi attraverso cui si scoprono i personaggi. L’altro è la casa. Gustav propone a Nora di recitare nel suo primo film da anni, vagamente autobiografico, che vuole girare proprio nella casa. Quando al rifiuto di Nora, Gustav ripiega su un’attrice americana (Elle Fanning) e si ritroveranno tutti nella casa, la struttura narrativa del film emerge con chiarezza. La leggerezza di tocco del regista è in netto contrasto con la pesantezza emotiva del film, che ha anche sprazzi da commedia, ma rimane profondamente intriso di malinconia. Trier stupisce con le sue abilità, ma sono le emozioni a trascendere su tutto.
Manohla Dargis, The New York Times
Stati Uniti / Russia 2026, 100’. In sala
Un uomo ha novanta minuti di tempo per dimostrare la sua innocenza durante un processo per omicidio, accelerato grazie all’intelligenza artificiale. La premessa di Mercy, il raffinato thriller fantascientifico di Timur Bekmambetov, cattura immediatamente e una realizzazione solida mantiene vivo l’interesse. Poi però un’implosione nel finale rimette in discussione addirittura la scelta di vedere il film. Raven (Pratt) è un detective che ha contribuito a mettere a punto la tecnologia del titolo: un sistema giudiziario che impiega meno di due ore a giudicare, condannare ed eseguire la condanna. Quando Raven si sveglia con i postumi di una sbornia davanti al giudice digitale Maddox (Ferguson), dovrà dimostrare che non è stato lui a uccidere la moglie. Bekmambetov fa un ottimo lavoro nell’aumentare la tensione mentre Raven si affanna non solo per salvarsi la vita, ma anche per risolvere l’omicidio della moglie. Sarebbe bastato un finale vagamente sensato per avere un fantastico b movie. Ma l’assurdità del finale della sceneggiatura di Marco van Belle manda l’intero film fuori dai binari.
Jason Pirodsky, The Prague Reporter
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