Kamal Yusuf non parla inglese. Questo non gli ha impedito di attivarsi mentre gli agenti dell’Immigration and customs enforcement (Ice) invadono il suo quartiere di Minneapolis, pieno di immigrati. Nelle ultime due settimane ha perlustrato le strade per cercare qualsiasi presenza dell’Ice. Dalle otto del mattino alle sei di sera Yusuf si sposta nel quartiere di Cedar Riverside, anche noto come West Bank. Si muove a piedi nel freddo pungente e sul ghiaccio scivoloso. Appena intravede gli agenti dell’Ice lo segnala su una chat su Signal e fischia ininterrottamente per diversi minuti.
Con il suo gilet arancione fluorescente e un berretto nero con la scritta “Fuck Ice”, non passa inosservato. “Ma io sono un cittadino. Devo farlo per la mia comunità”, dice con l’aiuto di un amico che traduce in inglese. Gli unici momenti di pausa che Yusuf si concede li trascorre alla moschea o al West Bank diner, un ristorante che offre tè e sambusa, un rustico salato somalo, a chiunque partecipi a questo pattugliamento.
Le nuove squadre di sorveglianza contro l’Ice e le reti di risposta rapida, la paura di andare al lavoro o di uscire di casa, gli spazi comunitari abbandonati e i negozi vuoti: i somali delle Twin Cities (l’area metropolitana di Minneapolis e Saint Paul) spiegano cosa significa vivere sotto assedio nella propria città.
Gli abitanti dello stato colpiti dalla stretta sull’immigrazione voluta dal presidente Donald Trump sono molti. Ma i somali in particolare sanno di essere nel mirino dell’amministrazione e delle migliaia di agenti federali dispiegati in Minnesota. Della chat a cui Yusuf scrive fanno parte otto somali che hanno fondato un gruppo di pattuglia con centinaia di volontari a dicembre, quando Trump ha intensificato la sua offensiva.
Chiusi in casa
“Quando l’Ice ha cominciato a farsi vedere nel West Bank”, racconta Abdi Rahman, 28 anni, uno dei fondatori, “abbiamo capito di non poter lottare contro il governo federale. Potevamo però unirci e sorvegliare la zona, non far entrare gli agenti, ridurre la tensione, tenere alcuni di questi pazzi di destra fuori dal nostro quartiere”.
La comunità somala di Minneapolis sta resistendo all’Ice, raccoglie fondi e cerca di proteggere le persone più vulnerabili. Nelle ultime due settimane sono stati diffusi online video in cui si vedevano cittadini di origine somala che affrontano gli agenti. Nella maggior parte dei casi, i somali delle Twin Cities sono cittadini o residenti permanenti, ma i molti che non lo sono si ritrovano alla mercé del governo federale. “Quelli che non hanno la cittadinanza non escono più di casa. Facciamo la spesa per loro e gliela portiamo”, racconta Rahman.
Questa fase gli ricorda i disordini che sconvolsero Minneapolis nel 2020, dopo che la polizia uccise George Floyd. “Anche allora la comunità somala si è unita e questo ci ha permesso di stare al sicuro”.
Rahman ha appena finito il suo turno di pattuglia, in una giornata con 1,5 gradi, una temperatura mite per Minneapolis. Lui vive a West Bank, e camminando nel quartiere, che ospita più di diecimila famiglie, prova un senso di appartenenza. “Ecco perché non sopporto che Trump metta in discussione il fatto che noi apparteniamo a questo posto”, dice. “Io sono un autentico abitante del Minnesota. Non ho nemmeno freddo adesso!”.
Scappati dalla guerra civile
Per molti somali delle Twin Cities gli sfoghi e la repressione razzista del governo non sono il primo ostacolo che hanno dovuto superare. Né questa è la prima volta che serrano i ranghi e resistono. Mahmoud Hasan, attivista della comunità noto a tutti con il soprannome di Bbc, ha vissuto in un campo profughi dopo essere fuggito dalla guerra civile scoppiata in Somalia negli anni novanta. Si è guadagnato quel nomignolo perché quando viveva nel campo aveva imparato l’inglese guardando la Bbc, parlando come un conduttore del telegiornale. “Siamo scappati da una guerra civile”, racconta Hasan. “Ci adattiamo meglio di quello che pensano”.
◆ Nell’insieme il numero di espulsioni di persone immigrate durante il secondo mandato di Trump non è molto diverso da quello registrato nella fase finale dell’amministrazione Biden. La differenza principale sta nel fatto che oggi gli attraversamenti al confine sono meno che in passato, e la maggior parte degli arresti avviene lontano dal confine, nelle città prese di mira dall’Immigration and customs enforcement. Dopo l’inizio della pandemia di covid il governo ha usato le norme sulle emergenze sanitarie per velocizzare l’espulsione dei migranti al confine.
I somali del Minnesota sono da mesi sotto attacco costante da parte dei vertici dell’amministrazione Trump. A dicembre i mezzi d’informazione di destra si sono concentrati su uno scandalo nato da una frode ai programmi di assistenza sociale, che ha coinvolto la comunità somala. Le accuse venivano dallo youtuber di destra Nick Shirley, già in passato attivista contro gli immigrati, e si basavano su una fonte che si era espressa in modo ostile verso i musulmani. Molte delle sue affermazioni sono state confutate. “Il loro paese puzza e non li vogliamo nel nostro”, ha detto Trump in un’invettiva fanatica perfino per gli standard del presidente. “Finiremo male se continuiamo ad accogliere immondizia nel nostro paese”.
Il 17 dicembre, mentre agenti dell’Ice e di altre agenzie federali arrivavano in Minnesota, alcuni leader somali hanno formato il Somali American leadership table, o Salt (sale), un acronimo scelto per alludere alla capacità del sale di sciogliere il ghiaccio (che in inglese si dice ice). Il gruppo è stato creato perché le aggressioni contro i concittadini del Minnesota sono un rischio per l’intera comunità. “Uomini armati con il volto coperto che girano per le strade e ci schedano”, dice Imam Yusuf Abdulle, del Salt. “Pensavamo di esserci lasciati tutto alle spalle, e invece quello che stiamo vivendo negli Stati Uniti ci ricorda la guerra civile somala”.
“Ma noi lottiamo”, continua Abdulle, che è anche direttore della Islamic association of North America, che raccoglie quasi quaranta centri islamici nel paese. “Non siamo arrivati fino a qui, non abbiamo costruito qui le nostre vite per essere di nuovo presi di mira e maltrattati”.
Quando il 7 gennaio Renee Nicole Good è stata uccisa a colpi di arma da fuoco dall’agente dell’Ice Jonathan Ross, i leader del Salt hanno organizzato una protesta, con le anziane somale che distribuivano tè e sambusa fatti in casa. “Renee è morta per noi, è morta mentre ci proteggeva”, ha detto Jamal Osman, somalo-statunitense e vicepresidente del consiglio comunale di Minneapolis. “Trump vuole isolarci, ma i nostri alleati qui stanno facendo di tutto per proteggerci”.
Con i documenti in tasca
I somali in Minnesota sono per la maggior parte cittadini statunitensi. Secondo l’ufficio per il censimento, il 58 per cento è nato negli Stati Uniti. Per la Cnn, l’87 per cento di quelli nati all’estero che risiedono nello stato hanno ottenuto la cittadinanza. Tuttavia, davanti all’aggressività degli agenti dell’Ice anche loro hanno paura di avventurarsi fuori casa. Saadia Saman, che lavora in un magazzino di Minneapolis, non è uscita per tre giorni dopo l’intensificarsi delle retate all’inizio del 2026.
Poche ore dopo l’uccisione di Good, alcuni agenti federali hanno fatto irruzione in una scuola superiore lì vicino e hanno catturato un mediatore di lingua spagnola. Una delle figlie di Saman, al secondo anno delle superiori, ha assistito alla scena ed è tornata a casa in lacrime. La sera dopo Saman, con una pettorina gialla, distribuiva cibo e cioccolata calda durante una veglia organizzata dove avevano sparato a Good. “Non siamo immondizia. Siamo brave persone. Siamo somali”, dice Saman. “Lo vedete che stiamo aiutando la comunità?”. Ora, quando esce di casa, Saman porta con sé il passaporto statunitense e la tessera di previdenza sociale. “Nel caso l’Ice…”, dice, senza finire la frase.
Non è l’unica. Molti somali hanno cominciato a tenere con sé i documenti, soprattutto i tassisti, che per lavoro non possono nascondersi. “Abbiamo paura dell’Ice e dei passeggeri che potrebbero sostenere gli agenti”, dice Mustafa Mohamed Abdi, della Minnesota Uber/Lyft drivers association. Una volta ha caricato un anziano bianco che gli ha chiesto di dove fosse “originario” e appena ha saputo che Abdi era somalo ha ripetuto offese sentite sui video di destra diventati virali su YouTube. “I somali si riempiono le tasche con milioni di dollari, usando i sussidi del governo”, gli diceva. Abdi ridacchiava. “Se fosse così”, ha risposto all’uomo, “non la porterei per chilometri su queste strade scivolose, a quest’ora della notte, per 15 dollari”.
Anche se sono tanti, per i somali del Minnesota la vita pubblica si è ritirata negli spazi privati. Nel sud di Minneapolis, il Karmel mall – conosciuto come Somali mall, il centro commerciale somalo – era sempre pieno. Sabato sera, però, era deserto. Ed era così da un mese. “Apriamo tutte le mattine, ma non viene nessuno”, dice Abdul, un negoziante che vende profumi e ha chiesto di essere identificato solo con il nome per timore di ritorsioni. “Se fossi venuto qui qualche mese fa non avrei avuto tempo di parlare con te, sarei stato impegnato con i clienti. Ora è un deserto”.
Duniya Omar, coproprietaria di un bar somalo in un quartiere multietnico nella zona sud della città, ha notato che i negozi e i ristoranti gestiti da immigrati abbassano le saracinesche. Anche al suo bar i clienti si sono ridotti a una manciata. “Gli affari ne risentono”, dice Omar, che vive a Minneapolis da quando ha cinque anni.
I somali del posto si sono mobilitati. “Abbiamo organizzato un evento invitando la gente a venire al centro commerciale somalo per sostenere le nostre attività e mangiare nei nostri ristoranti. Non solo per solidarietà, ma anche per avere un appoggio economico”, dice Abdi Mohamed, un regista somalo-statunitense.
Ravvivare la vita pubblica della comunità somala potrebbe rivelarsi un’impresa ardua. Il 13 gennaio l’amministrazione Trump ha annunciato che a marzo cancellerà lo status di protezione temporanea (Temporary protected status, o Tps) per i somali, costringendo migliaia di persone a lasciare il paese a meno che un tribunale non sospenda questa misura.
I somali sono solo l’ultimo gruppo colpito dai discorsi contro gli immigrati, dice un altro tassista che chiede di restare anonimo. “Prima erano ‘gli haitiani che mangiano gatti e cani’. Poi ‘i messicani che sono tutti stupratori e criminali’. Ora tocca a noi”, commenta. “Domani con chi se la prenderanno?”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati