Esercitazione antiterrorismo dell’unità speciale d’intervento della polizia nazionale a Ouagadougou, Burkina Faso, aprile 2019. (Luca Salvatore Pistone)

Il gruppo Stato islamico trova terreno fertile nel Sahel

Esercitazione antiterrorismo dell’unità speciale d’intervento della polizia nazionale a Ouagadougou, Burkina Faso, aprile 2019. (Luca Salvatore Pistone)
05 febbraio 2020 12:41

Mentre lo sguardo dell’opinione pubblica mondiale è rivolto altrove, nel Sahel infuria la tempesta perfetta. Cellule jihadiste di diversa matrice stanno concentrando le forze per impiantare su queste sabbie dimenticate un nuovo califfato. Il gruppo Stato islamico (Is), fortemente ridimensionato in Medio Oriente, sta trovando terreno fertile nei paesi della striscia sahelo-sahariana centrale come Mali, Niger e Burkina Faso, dove crisi umanitarie, militarizzazione, impoverimento e conflitti stratificati destabilizzano ampie regioni.

Non è un caso che il 23 marzo 2019, a poche ore dalla dichiarazione del segretario di stato americano Mike Pompeo circa la sconfitta dell’Is in Siria e in Iraq, un comunicato del gruppo Stato islamico nel grande Sahara abbia decretato “aperte le operazioni in Burkina Faso”. Questo piccolo paese saheliano, infatti, nell’ultimo anno è rapidamente scivolato in un baratro d’insicurezza che lo ha trasformato nel nuovo fronte del jihadismo globale.

I paesi del Sahel.

Nella base dell’Unità speciale d’intervento della polizia nazionale, a Ouagadougou, l’atmosfera è febbrile. Una sirena è appena suonata, facendo rapidamente radunare nel cortile della caserma una quarantina di teste di cuoio in assetto da guerra. Mentre il capo commissario Patrice Yéyé urla ordini ai suoi uomini interamente vestiti di nero, un drone decolla verso un casolare poco lontano, dove si sospetta si nascondano alcuni terroristi con ostaggi. All’improvviso cominciano le raffiche di kalashnikov. Pur trattandosi di un’esercitazione di routine, dell’azione viene curato ogni dettaglio, per renderlo il più realistico possibile: avvicinamento al palazzo, sfondamento con due blindati, infiltrazione nella costruzione, eliminazione dei (finti) assalitori e liberazione degli ostaggi. Il tutto sotto lo sguardo attento del pluridecorato capitano. “Nei casi delle stragi l’efficacia del primo intervento è determinante. Durante i tre attentati che si sono susseguiti qui in città (il 15 gennaio 2016, il 13 agosto 2017 e il 2 marzo 2018, ndr) ci siamo fatti cogliere di sorpresa, eravamo impreparati e male equipaggiati per affrontare operazioni terroristiche così strutturate”.

Le forze di sicurezza burkinabé, come racconta il veterano, negli scorsi anni hanno subìto una ristrutturazione finalizzata a epurare intelligence, esercito e polizia dagli elementi nostalgici dell’ex dittatore Blaise Compaoré, creando un vuoto operativo prontamente sfruttato dalle cellule jihadiste annidate nelle zone transfrontaliere di Mali e Niger. “Negli ultimi tempi, però, ci stiamo riorganizzando grazie agli sforzi del governo e di partner come Stati Uniti, Francia e Belgio che ci forniscono materiale e formazione”, assicura Patrice Yéyé, che ha preso parte a diversi addestramenti di antiterrorismo all’estero, come ricordano le medaglie scintillanti (tra cui anche una italiana) sulla sua divisa.

Nuovi soggetti cercano di usare la lotta al jihadismo per riposizionarsi strategicamente sullo scacchiere del Sahel

Nel teatro geopolitico saheliano, attraverso un mix di diplomazia e cooperazione militare, diverse potenze mondiali si spartiscono influenza e posizionamento strategico su un territorio enorme, poco affollato e ricco di materie prime. Se attori “postcoloniali” come Francia e Stati Uniti tentano timidamente di defilarsi dopo sette anni di (poco efficace) guerra al terrorismo – con Parigi (4.500 soldati francesi dispiegati dal 2013 nella regione) in cerca di alleati europei che possano coprirne la ritirata e Washington (più di mille uomini, basi e droni sparsi per il Sahel) in graduale smantellamento del proprio contingente – nuovi soggetti cercano di utilizzare il conflitto contro il jihadismo per riposizionarsi strategicamente sullo scacchiere del Sahel.

Tra questi ci sono la Germania, il Regno Unito e l’Italia (con la missione Deserto rosso in Niger e l’apertura di nuove ambasciate a Ouagadougou e Niamey) ma anche la Cina, la Turchia, l’India e, sempre di più, la Russia. Da qualche mese, ormai, nei locali del centro di Ouagadougou non è difficile incrociare gruppi di mercenari russi che ordinano vodka lamentandosi del caldo, mentre fuori sfilano, di notte e di giorno, le ronde di militari e polizia nazionale che pattugliano luoghi sensibili: le strade principali, le scuole, i mercati e i caselli della città con mezzi e merci in entrata. “I narcoterroristi si autofinanziano soprattutto grazie ai traffici di droga, armi ed esseri umani che attraversano tutta la regione, per questo dobbiamo controllare il più possibile le nostre frontiere”, spiega Yéyé durante una perquisizione alla porta nord della capitale.

Popolazioni allo stremo
Oltre ai traffici altre importanti fonti di sostentamento della “guerra santa” sono le tasse imposte alle popolazioni locali, lo sfruttamento delle miniere d’oro informali – di cui il Sahel trabocca – e i riscatti pagati da alcuni governi occidentali per il rilascio dei cittadini rapiti.

Fino a oggi, infatti, sono più di una decina gli stranieri che risultano dispersi nella regione, inghiottiti dalle sabbie mentre lavoravano o visitavano questi paesi. Tra loro ci sono anche due italiani: Luca Tacchetto, viaggiatore catturato in Burkina Faso il 15 dicembre 2018 con la compagna canadese Edith Blais, e successivamente, secondo diverse fonti, venduti a gruppi del nord del Mali; e il missionario Pierluigi Maccalli, rapito in Niger nel settembre del 2018 e da allora frequentemente spostato dai jihadisti tra qui e il nordest del Burkina, a seconda dei ciclici rastrellamenti delle forze di sicurezza locali (che spesso, come denunciano le organizzazioni per i diritti umani, sfociano in violenze sommarie contro i civili).

Secondo l’Unicef 5.300 scuole hanno chiuso i battenti nel 2019, lasciando a casa 650mila studenti

Analogamente a quanto successo nei vicini Mali e Niger, all’aumentare dei controlli nella capitale – dove non avviene un attentato da quasi due anni – anche in Burkina Faso le azioni dei gruppi jihadisti si sono spostate in zone rurali più remote, sfruttando la scarsa presenza dell’esercito e dello stato centrale e il conseguente senso di abbandono di popolazioni periferiche più inclini all’arruolamento.

Per accentuare le ferite aperte in seno a comunità e gruppi etnici locali, gli strateghi di Al Qaeda nel Maghreb islamico e del gruppo Stato islamico sfruttano anche antichi conflitti tra allevatori e coltivatori fomentando odio, vendette e spargimenti di sangue in una spirale di violenza che nel solo 2019 ha causato decine di villaggi bruciati, centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati interni e rifugiati. Un ulteriore fattore destabilizzante in un contesto già fragile, soprattutto trattandosi di zone dove l’accesso ai servizi sanitari di base, all’acqua, all’elettricità, è gravemente limitato dall’insicurezza.

Vivaio illimitato
Di pari passo l’emergenza umanitaria si fa di mese in mese più critica. La minaccia terrorista e la conseguente militarizzazione, infatti, limitano l’accesso delle ong internazionali e locali e delle organizzazioni umanitarie alle regioni maggiormente bisognose d’aiuto, dove cicliche crisi alimentari e sanitarie, unite ai nefasti effetti dei cambiamenti climatici, incidono sulle condizioni di vita d’intere popolazioni della fascia sahelo-sahariana che si sentono sempre più dimenticate.

“Proprio di questo senso di abbandono si nutrono le forze oscurantiste”. Germain Nama è uno dei più autorevoli giornalisti del paese. Fondatore e direttore di L’Evénement, primo bimestrale d’inchiesta del Burkina Faso, quest’uomo ha vissuto tutti gli sconvolgimenti politici regionali degli ultimi quarant’anni. “Ciò che siamo costretti a raccontare oggi, però, nessuno l’avrebbe mai neanche immaginato”, sentenzia amaro.

Un posto di blocco della polizia a Ouagadougou, Burkina Faso, aprile 2019. (Luca Salvatore Pistone)

Nella zona del Liptako-Gourma, la “regione delle tre frontiere” a cavallo tra Mali, Niger e Burkina Faso, vero e proprio feudo jihadista, secondo i dati dell’Unicef più di 5.300 scuole hanno chiuso i battenti nel 2019: mille nella zona di Mopti, in Mali, altrettante in Niger e oltre 3.300 nelle regioni del nord e dell’est del Burkina Faso. Diversi istituti sono stati dati alle fiamme, circa 650mila studenti sono rimasti a casa, settemila professori sono stati picchiati, minacciati e costretti a sbarrare le aule, smettere d’insegnare e fuggire nella capitale.

“La chiusura delle scuole è un dramma enorme. I terroristi mirano ad asfissiare la nostra società colpendo la gioventù, cioè lo strumento principale del nostro sviluppo, privandola dell’educazione”. Con un passato da insegnante di filosofia alle spalle, Nama conosce bene il valore dello studio, specie in realtà periferiche come quelle della parte saheliana del Burkina Faso. “Se non si riuscirà a intervenire riaprendo queste scuole sarà come lasciare agli estremisti un vivaio di reclutamento illimitato”.

I recenti attacchi alle chiese e l’uccisione di alcuni preti burkinabé nel nord e nell’est, così come l’esecuzione del missionario salesiano spagnolo Antonio César il 15 febbraio 2019, nell’analisi del giornalista, sono ulteriori strumenti nelle mani dei terroristi per colpire al cuore la convivenza pacifica tra diverse religioni – da oltre un secolo pilastro incrollabile della coabitazione in Burkina Faso – e “dividere per meglio dominare le comunità abbandonate di tutto il Sahel”. A fare da sfondo ideologico a tale lettura dei giochi di potere in corso, la lotta interna all’islam tra il tradizionale malikismo, corrente aperta storicamente maggioritaria in Africa occidentale, oggi in forte crisi, e il wahabismo/salafismo violento d’importazione saudita-qatarina, sempre più “politico” ed espansionistico.

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Ennesimo elemento disgregante citato da Germain Nama è la crisi che vive il turismo, in passato settore chiave dell’economia dei paesi saheliani e oggi fortemente contratto e relegato praticamente alle sole capitali. “Per un bianco basta uscire qualche chilometro da Ouaga per rischiare la pelle”. Una realtà triste da confessare per un burkinabé orgoglioso come lui. Ma, nonostante alcune coraggiose reazioni d’orgoglio da parte della società civile e degli artisti nella bolla di Ouagadougou, gli avvenimenti che giorno dopo giorno, nell’assordante silenzio dei mezzi d’informazione occidentali, insanguinano questa regione – dalla “strage della vigilia”, il 24 dicembre scorso ad Arbinda, con 35 civili uccisi di cui 31 donne, all’ultima “strage del mercato di Silgadji” che nella provincia di Soum ha ucciso quasi 40 civili, il 25 gennaio – delineano tutti i tratti della tempesta perfetta che sta investendo il Burkina Faso e l’intero Sahel.

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