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L’Onu fatica a punire i suoi dipendenti colpevoli di abusi sessuali

22 febbraio 2017 16:32

“Chiami Camille, gli dica che è una compagna di università. Gli parli in francese. Sta aspettando la sua telefonata”. Camille (nome di fantasia) è da dieci anni un funzionario dell’Onu. A Manhattan, di fronte alla sede delle Nazioni Unite, accetta di svelare per quattro ore le disfunzioni dell’apparato disciplinare interno, di cui è uno degli ingranaggi. Questo apparato dovrebbe perseguire e sanzionare i casi di violenza e aggressioni sessuali compiuti dal personale delle Nazioni Unite.

A dispetto dei nobili intenti di promozione dei diritti dell’uomo (e delle donne), gli scandali legati a casi di abusi sessuali commessi da caschi blu o da funzionari Onu costellano la storia recente dell’organizzazione. Secondo il “Rapporto di valutazione sugli sforzi di assistenza in materia di sfruttamento e abusi sessuali legati al personale delle missioni di pace” (maggio 2015), sono state registrate 480 denunce di abusi dal 2008 al 2013, ma tutto porta a ritenere che i casi siano ampiamente sottostimati.

Bosnia, Timor Est, Cambogia, Liberia, Guinea e, più di recente, Haiti, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo (Rdc): la lista è lunga. “Le forze di pace sono tenute a proteggere la popolazione”, ricorda la sociologa Vanessa Fargnoli, “ma alcune organizzazioni constatano che il numero degli stupri aumenta con la presenza militare”.

Secondo la ricercatrice alcuni caschi blu e altri membri del personale Onu si concedono il “servizio” di prostitute, anche minorenni

E, con ogni nuovo scandalo, fioccano le promesse. Nel 2005, la relazione del principe Zeid, consigliere del segretario generale dell’Onu, che denunciava lo sfruttamento e gli abusi sessuali, ha l’effetto di una bomba in tutta l’organizzazione. Undici anni dopo, non è stata applicata quasi nessuna delle misure che aveva proposto.

Eppure, le regole di buona condotta per le sedici missioni, che coinvolgono 120mila addetti (di cui centomila tra caschi blu e militari, il resto civili) sono chiare: tolleranza zero nei confronti dello sfruttamento e degli abusi sessuali; divieto di rapporti sessuali con prostitute e con i minori di diciotto anni; rapporti con i beneficiari dell’assistenza Onu vivamente scoraggiati. Ma sul campo, secondo Vanessa Fargnoli, ipervirilità, machismo, misoginia, debolezza degli stati, senso di onnipotenza e razzismo hanno la meglio sulle regole e favoriscono gli “abusi di potere che assumono una forma sessuale”. Quanto agli operatori umanitari e ai funzionari Onu incontrati nel corso della nostra inchiesta, concordano nel parlare in via confidenziale di “sessualità sfrenata” durante le missioni di pace e di “paletti morali che saltano”.

Nel 2010, Margot Wallström, rappresentante speciale dell’Onu per la violenza sessuale nei conflitti, dopo la sua visita nella Rdc definisce il paese “capitale mondiale dello stupro” davanti ai quindici membri del Consiglio di sicurezza. L’alta funzionaria vuole attirare l’attenzione dei diplomatici. Ma questi ignorano che è proprio nella Rdc che le denunce contro il personale Onu sono le più numerose: il 45 per cento dei casi di violenza registrati tra il 2008 e il 2013, di cui un terzo riguardano minorenni.

Nel 2012, Victoria Fontan, all’epoca docente presso l’Università per la pace del Costa Rica, è a capo di una ricerca sulla Rdc. Sente parlare di storie di stupri commessi da membri della Monusco (la missione Onu nella Rdc) e decide di indagare. La ritroviamo quattro anni dopo. La ricercatrice ha cambiato vita da tempo, ma ricorda perfettamente questo episodio.

Movimenti sospetti

Durante i tre mesi che ha passato nell’est del paese per interrogare delle vittime, scopre due casi che all’epoca non erano mai stati oggetto di un’indagine delle Nazioni Unite. Il primo riguarda una minorenne violentata a più riprese e picchiata da cinque soldati, di cui tre della Monusco. Incinta, la ragazza partorisce e perde il suo bambino due giorni dopo. Per il secondo caso, Victoria Fontan passa tre giorni a Uvira, in un albergo che sarebbe diventato un hot spot della prostituzione per il personale della Monusco. Come ci racconta telefonicamente nel settembre del 2016 il suo fixer, l’accompagnatore locale che le ha fatto da guida e da interprete, lei si fa passare per una parrucchiera, lui per un investitore.

Si ricorda dei clienti, “militari di un certo rango che potevano permettersi una stanza a pochi metri dal campo per qualche ora o per tutta la notte”. Parla anche di “movimenti sospetti nell’albergo” ma, dice, “non siamo riusciti a vedere ciò che accadeva nelle stanze, non c’erano telecamere”. Dopo aver interrogato il padrone dello stabile, che conferma le testimonianze da loro raccolte e le loro personali osservazioni, Victoria Fontan stila un rapporto in cui afferma che alcuni caschi blu e altri membri del personale Onu, tra cui dei piloti russi, si concedono il “servizio” di prostitute, anche minorenni. Scrive un articolo sulla stampa colombiana, ma non riesce ad attirare l’attenzione sulle sue scoperte.

Victoria decide di mandare le sue ricerche a un giornalista canadese che conosce. Lui pubblica sul sito del Globe and mail, il 3 agosto 2012, un articolo intitolato Peacekeepers gone wild: how much more abuse will the Un ignore in Congo? (Forze di pace a briglia sciolta: per quanto tempo ancora l’Onu ignorerà gli abusi?). E l’Onu, stavolta, reagisce. Victoria viene contattata personalmente da Carman Lapointe, all’epoca sottosegretaria generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi interni (Oios), un organo creato nel 1994 per svolgere indagini interne all’Onu in caso di sospetta frode, corruzione o abusi sessuali. I ricordi che Lapointe, oggi in pensione, condivide nell’ottobre 2016 via skype sono confusi. Ritiene che certamente c’è stata un’inchiesta sui casi della Rdc “tramite l’ufficio di Nairobi”, ma non c’erano abbastanza elementi per suffragarla.

La risposta scritta dell’ufficio stampa del dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace è ancora più interessante: “Quando l’articolo è stato pubblicato, siamo stati informati che l’albergo identificato nella sua relazione aveva chiuso. Le informazioni disponibili nel suo articolo erano insufficienti per permettere un’inchiesta complementare”. A New York, il direttore della divisione d’inchiesta dell’Onu fornisce una terza versione: “Controllando i nostri file, abbiamo identificato cinque casi che presentano somiglianze con quelli citati, ma nessuna corrispondenza esatta. Perciò non posso affermare in modo categorico né che abbiamo indagato su questi casi, né che li abbiamo scartati”. In sintesi, a cinque anni dai fatti, non c’è nessuna traccia tangibile dell’avvio di un’inchiesta negli archivi dell’Onu, che sprofonda nella confusione.

Quanto a Victoria, ritiene che la vicenda sia stata messa a tacere. “La loro prima reazione è stata di dire che non ero mai stata nella Rdc. In seguito mi hanno tenuta appesa per settimane, facendomi credere che avrei partecipato all’inchiesta. Dopo qualche tempo, le notizie si sono interrotte, a parte la proposta di una missione di consulenza”. Nessuno ha raccolto la sua testimonianza, né ha chiesto i suoi appunti. Le potenziali vittime, a quanto sappiamo, non sono mai state contattate dagli inquirenti dell’Onu. Quanto all’albergo, esiste tuttora. D’altronde, i commenti sul sito di viaggi Trip Advisor sono eccellenti. Ma è difficile sapere se il personale dell’Onu coltivi ancora le vecchie abitudini.

Il “caso Victoria” non è stato l’unico a sparire nel limbo amministrativo dell’Onu. A New York, in fondo a un labirinto di uffici, ci riceve Sylvain Roy, dirigente dell’Unità di condotta e disciplina, l’ufficio incaricato di raccogliere e valutare tutti i reclami per “cattiva condotta” da parte del personale delle Nazioni Unite. “Decidiamo se abbiamo abbastanza informazioni per avviare un’inchiesta o no. Se non ne abbiamo abbastanza, chiediamo al nostro personale sul campo di cercare di ottenere qualche dettaglio supplementare”. La sua unità dispone di circa 70 persone (a New York e sul campo), per più di 120mila individui da controllare. Secondo le sue stime, ogni anno vengono ricevute tra le 400 e le 500 denunce di “cattiva condotta”, di cui il 15 per cento (ovvero 75) per violenze sessuali. Garantisce che “la stragrande maggioranza dei casi diventa oggetto di indagine”. Ma quante denunce vengono scartate prima ancora di arrivare alla valutazione da parte della sua équipe? E quante vengono messe da parte per “mancanza di prove” dall’Unità di condotta e disciplina? Nessuno ha saputo fornirci cifre precise, che non risultano nemmeno dai rapporti.

“È tutto molto soggettivo”, è lo sfumato giudizio di Thierry, un operatore umanitario che preferisce mantenere l’anonimato e che ha passato due anni nella Repubblica Centrafricana. “Dipende dal responsabile della disciplina della missione, dalla sua volontà politica e dal suo eventuale coraggio di lanciarsi in indagini difficilissime e molto lunghe, anche per le vittime”. A suo parere, in quasi tutti i casi di aggressione, le denunce non vengono trasmesse all’Unità di condotta e disciplina ma alle ong mediche o nazionali che si trovano sul posto, “che non hanno nessuna voglia di condividere le informazioni, per evitare che si perdano nei meandri dell’amministrazione”, e preferiscono quindi prendere in carico direttamente i casi di abuso e sfruttamento sessuale.

Se la denuncia supera il filtro dell’Unità di condotta e disciplina, che quindi ritiene che ci siano elementi a sufficienza per avviare un’inchiesta, il dossier viene poi trasmesso all’Ufficio per i servizi interni (Oios). È il direttore della divisione d’inchiesta che, a sua volta, stabilirà se l’inchiesta sarà effettuata o no. Ma Carman Lapointe, a capo dell’Oios dal 2010 al 2015, conferma: “Non ci sono mai stati riferiti casi seri di cattiva condotta”.

L’Unità di condotta e disciplina costituisce un primo ostacolo, ma l’Oios non è da meno. Per il resto del tempo, aggiunge Camille, il funzionario Onu, “l’obiettivo è svolgere indagini di facciata; l’importante è che gli inquirenti si presentino in un posto, mettano un po’ sotto pressione le persone e poi non trovino niente”. Come per l’Unità di condotta e disciplina, alcune denunce vengono accantonate, sulla base di intuizioni e giudizi personali. “Se riceviamo una valutazione iniziale che ci dice che la denuncia è stata ricevuta in forma anonima o che non ci sono abbastanza prove, non possiamo fare granché”, ammette Carman Lapointe. Nel 2015, secondo le cifre ufficiali, sulle sessantanove denunce ricevute in quell’anno, soltanto diciassette inchieste sono state portate a termine. Tra queste, sette sono state convalidate e dieci no, per mancanza di prove o “dettagli”. Alle Nazioni Unite, riconoscono che “questo rappresenta molte denunce all’anno”.

Le sentenze a favore dei querelanti per casi di rappresaglia sono ancora rare come delle rose su un iceberg

Inoltre, i metodi investigativi seguiti sul campo per i casi di abusi sessuali appaiono inadeguati, e possono persino costituire un’ulteriore violenza per le vittime. Camille definisce gli interrogatori “checklist interviews”: “Si fa una lista di domande prestabilite e si controlla, senza capire la psicologia delle vittime. Se chi testimonia ci dà qualcosa di interessante, non si approfondisce”.

Nelle trascrizioni degli interrogatori che ci sono state trasmesse, un’inquirente insiste sulla modalità con cui una ragazza minorenne di Haiti è stata contagiata dall’aids, un fatto che non aveva nulla a che fare con il suo presunto stupro. In un’altra inchiesta, la stessa inquirente, a dispetto dei forti dubbi sullo stato di ebbrezza del sospettato, conclude la sua procedura senza preoccuparsene. Si trattava di un presunto stupro di gruppo in Rdc. Camille deplora questa mancanza di specializzazione e di esperienza, riscontrata anche da Françoise Bouchet-Saulnier, direttrice giuridica di Medici senza frontiere. Nella Repubblica Centrafricana, per esempio, durante l’estate del 2015, quando un inquirente ha voluto fotografare completamente nuda una minorenne che era stata abusata, “a suo dire per mostrarla a un medico allo scopo di stabilirne l’età, è stato scioccante e del tutto fuori luogo”. Un altro esempio è quello di un minorenne che, dopo essere stato violentato, è stato portato alla base militare e messo di fronte ai soldati per identificarli: “Gli inquirenti hanno detto: ‘Vediamo se riconosce un’uniforme’. Il minorenne lo ha vissuto come un confronto con il suo aggressore e ha subìto un trauma terribile”, ricorda.

Contattato a febbraio del 2017, Ben Swanson, direttore della divisione d’inchiesta dell’Oios smentisce fermamente queste cattive pratiche: “Affermo categoricamente che l’Oios non ha fatto fotografie di vittime nude”.

In ogni caso, gli inquirenti che hanno fatto troppe domande per “soddisfare la loro curiosità” vengono messi alla porta, come è stato il caso di Peter Gallo, inquirente dal 2010 al 2015, divenuto un informatore.

Contratti non rinnovati

Pensando di agire nell’interesse dell’organizzazione, alcuni dipendenti dell’Onu hanno cercato di denunciare queste disfunzioni. Ma ottenere la protezione dell’organizzazione è una battaglia lunga che sono in pochi a vincere. Gli informatori sembrano infatti beneficiare piuttosto di un accompagnamento personalizzato verso l’uscita: messa in discussione delle loro prestazioni e mancato rinnovo del contratto. In effetti, Government accountability project (Gap), una ong che li protegge e che fornisce loro assistenza legale, nel 2014 affermava che “il 99 per cento dei 400 membri del personale che hanno cercato di ottenere il sostegno delle Nazioni Unite a partire dal 2006” non l’ha ottenuto.

Eppure le “Norme di condotta della funzione pubblica internazionale” precisano che “un funzionario internazionale ha il dovere di segnalare qualunque violazione delle norme e dei regolamenti dell’organizzazione all’autorità competente” e che ha “il diritto di essere protetto da eventuali rappresaglie”.

Caroline Hunt-Matthes, inquirente per i diritti umani all’Onu, viene chiamata sul campo per indagare sullo stupro di una rifugiata minorenne dello Sri Lanka da parte di un dipendente Onu nel 2003. “Poiché la ragazza non aveva pianto mentre era interrogata, il rappresentante del segretario generale aveva deciso che lo stupro non aveva avuto luogo. Mi ha detto: ‘Non voglio che venga’.” Caroline non lo ascolta e porta avanti la sua indagine fino in fondo: per lei, l’inchiesta è suffragata a sufficienza. Ma si ritrova di fronte all’ostruzionismo della sua gerarchia. A nostra conoscenza, nessuno sa cosa sia stato del dossier.

Il contratto di Caroline Hunt-Matthes non sarà mai rinnovato: “All’inizio ho avuto il sostegno dei miei supervisori e ho documentato le ostruzioni. Poi, progressivamente, mi hanno abbandonato e hanno messo insieme una valutazione delle prestazioni negativa”. Caroline attacca le Nazioni Unite: il tribunale d’appello, giurisdizione competente per contestare i giudizi del tribunale del contenzioso amministrativo delle Nazioni Unite, nel 2013 conclude che “la decisione di non rinnovare il contratto della richiedente era illegale” e che si trattava “di un atto di rappresaglia”. L’organizzazione fa appello.

L’ex funzionaria è oggi al suo tredicesimo anno di procedimento, che fa del suo caso il più lungo della storia dell’Onu. “Nel 2013 l’attuale segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, all’epoca alto commissario per i diritti umani, ha avuto l’opportunità di intervenire e non ha fatto nulla. Le sentenze a favore dei querelanti per casi di rappresaglia sono ancora rare come delle rose su un iceberg”, afferma. Dal 2011 il suo caso fa giurisprudenza e non è più possibile ricorrere in appello su una decisione dell’Unità di condotta e disciplina, che le ha negato qualunque sostegno. Caroline Hunt-Matthes comparirà di nuovo a marzo del 2017 per l’ennesima udienza presso il tribunale del contenzioso amministrativo dell’Onu.

Messi da parte, gli informatori si ritrovano spesso con le spalle al muro. I fatti che denunciano – che possono riguardare casi di abuso, di ostruzione o di corruzione – passano talvolta in secondo piano. “Il pericolo è che l’attenzione dei mezzi d’informazione si concentri più sui casi di rappresaglia verso gli informatori che sulle vicende di abusi sessuali”, ammette Kathryn Bolkovac, poliziotta americana che aveva scoperto un traffico di donne in Bosnia orchestrato da personale Onu nel 1999. “Diventa una distrazione ma fa anche parte della presa di coscienza, illustra il sistema di corruzione messo in atto”. Per un informatore al centro dell’attenzione dei media, quanti non osano prendere la parola o sono stati schiacciati dal meccanismo? Dalla prevenzione alla condanna, le procedure sono lunghe e faticose, in una zona grigia del diritto di cui è molto complicato cogliere le regole del gioco. Queste disfunzioni risalgono fino al vertice della piramide.

Anche quando troviamo un colpevole, non possiamo fare granché a causa della mancanza di mezzi

In un messaggio riservato del 9 giugno 2011 che ci siamo procurati, Susanna Malcorra, capo di gabinetto di Ban Ki-moon, si preoccupa di indagini condotte “ancora prima di avvertire gli stati membri, e che tali denunce sono a volte non registrate prima di essere perfezionate dalle missioni”. In altre parole, l’Onu avrebbe svolto delle indagini autonome senza avvisare lo stato contributore. Il che è del tutto irregolare. Più grave ancora: poiché le indagini interne dell’Onu possono durare diversi mesi (mediamente sedici), gli stati, qualora non vengano avvertiti, non sono in grado di mettere i presunti aggressori in condizione di non nuocere. Dal dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace abbiamo ottenuto questo commento: “Nella nostra procedura standard, facciamo una valutazione prima di notificare agli stati membri, cosa che a volte può essere scambiata per un’indagine da parte di alcune persone”.

L’organizzazione ha deciso di essere zelante per fare meno rumore possibile o per evitare, in caso di fatti accertati, il ritiro dei contingenti coinvolti?

Questa nuova dichiarazione di incapacità a rispettare le procedure ostacola la principale difesa dell’organizzazione: avrebbe mani e piedi legati e dipenderebbe unicamente dalla buona volontà degli stati membri. Jack Christofides, alto funzionario del dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace, non demorde: “Anche quando troviamo un colpevole, non possiamo fare granché a causa della mancanza di mezzi nel meccanismo delle sanzioni”. Mancanza di mezzi o mancanza di volontà?

La realpolitik non è assente tra le fila dell’Onu, anzi. Con un bisogno sempre crescente di truppe (in dieci anni il personale sul campo è raddoppiato), l’Onu tenta di mantenere buoni rapporti con i paesi contributori. È quanto accaduto a Haiti nel gennaio del 2012, quando dei soldati pachistani della missione Minustah vengono arrestati a Les Gonaïves per lo stupro di un ragazzo disabile di tredici anni. Le autorità haitiane vogliono togliere l’immunità – decisione che può prendere soltanto il segretariato generale – e processare gli imputati davanti una corte marziale locale. Ma il ragazzo sparisce. Viene ritrovato poco tempo dopo. Una fonte di alto livello dell’Ufficio investigativo interno ci ha confidato: “Sappiamo che il comandante della missione di pace aveva ordinato lui stesso di rapire il ragazzo”.

Durante una riunione alla quale partecipa Hervé Ladsous, segretario generale aggiunto alle operazioni di pace, Ban Ki-moon, battendo il pugno sul tavolo, avrebbe esclamato: “Non ci bastano i soldati che hanno violentato il ragazzo. Dobbiamo arrivare al comando che ha chiuso gli occhi, o che ha addirittura voluto distruggere le prove e sbarazzarsi del ragazzo”. A conferma dei dissensi interni sul modo di gestire i casi, la stessa fonte anonima afferma che “quella sera, durante una cena, Hervé Ladsous ha negoziato il rimpatrio del comandante, in modo che non fosse possibile occuparsene”. Per giustificarsi, il capo delle missioni di pace avrebbe risposto: “È politica”.

Un caso? Il Pakistan, con i suoi settemila soldati, è il secondo paese fornitore di truppe Onu a livello mondiale. Né Hervé Ladsous né i suoi colleghi hanno alcun ricordo di questo incontro. Il servizio di comunicazioni delle operazioni di pace ammette un viaggio a Haiti nel gennaio del 2012 per una visita di “familiarizzazione” ma “la sua agenda non indica nessuna cena di questo genere”.

Stando alle informazioni disponibili, a marzo del 2012 i pachistani coinvolti sono giudicati colpevoli dalla corte marziale. I due soldati sono stati condannati penalmente a un anno di carcere. Secondo l’Onu, il comandante, che avrebbe commissionato il rapimento ma nega il proprio coinvolgimento, è stato tuttavia “interdetto dal partecipare a future missioni di pace”.

Risultato: ai colpevoli vanno pene simboliche o inesistenti, come nella maggioranza delle denunce che non vedono quasi mai l’ombra di un tribunale.

Immunità, impunità

Ufficialmente, l’Onu conta quindi sui paesi contributori per punire gli aggressori, scommettendo sulla loro buona fede. Ufficialmente. Perché, una volta svolta l’indagine, nulla è ancora deciso. La missione deve decidere sul rimpatrio dell’accusato, poi bisogna vedere se il suo paese d’origine lo perseguirà al suo ritorno. Assenza di inquirenti internazionali, prove non ammissibili nei tribunali nazionali, accesso a un avvocato quasi impossibile per le vittime: l’imputabilità dei soldati si trova di fronte a numerosi ostacoli.

Questa impunità si applica anche al personale civile delle missioni di pace. Anche se hanno meno risalto nei mezzi d’informazione, questi abusi risultano altrettanto frequenti. Il rapporto di valutazione dell’Ufficio investigativo (2015) lo conferma: “I civili contribuiscono in maniera sproporzionata alle denunce”. Ma allora perché si sente parlare soltanto dei caschi blu? Camille ha un’ipotesi: “È un altro modo di spostare l’attenzione dicendo: sono militari, non si può fare nulla, sono gli stati membri che devono agire”. Jack Christofides prende atto di una debolezza, ma non risponde alla domanda: “Se lei fosse un comandante, potrebbe fare un certo numero di cose per migliorare il comportamento delle sue truppe. Ma può modificare l’atteggiamento del personale civile internazionale? Non è così facile”. E poi, che cosa significa la distribuzione di 1.694.694 preservativi soltanto per la Rdc al personale dell’Onu tra il 2012 e il 2013?

I militari colpevoli di “cattiva condotta” dovrebbero essere sottoposti a un filtro (il Misconduct tracking system) ed essere sistematicamente scartati nelle missioni future. “Sa quante persone vengono inviate sul campo? È semplicemente impossibile fare una verifica su base individuale”, si lascia tuttavia sfuggire Jack Christofides. Perciò si ritrova in missione “un certo numero di ex ribelli, che sono stati mescolati e reintegrati negli eserciti nazionali (come nel caso della Rdc) e che nel loro paese hanno commesso atrocità immonde”, deplora Thierry.

“È un fenomeno estremamente minoritario. È come guardare un elefante e interessarsi soltanto al suo dito mignolo”. Alla fine dell’intervista, leggermente esasperato dalle domande sulle violenze sessuali, Jack Christofides esclama: “Giudicateci sulla maniera in cui preveniamo gli abusi e li puniamo”. Lo terremo in considerazione. L’accanimento dell’Onu a difendere la propria immagine mette in secondo piano le vittime. Perdute in un dispositivo che favorisce l’impunità, non conoscono i loro diritti. Persino il Trust fund, lanciato a marzo del 2016 allo scopo di rafforzare l’aiuto di prima urgenza accordato ai sopravvissuti ad aggressioni sessuali commesse da personale Onu, sembra una chimera. “Non è un fondo di compensazione”, precisa Sylvain Roy. “Ma almeno avranno un po’ d’aiuto, un po’ di cibo, un riparo, cose del genere”.

Nell’immensa hall del quartier generale delle Nazioni Unite, ci osservano i ritratti dei segretari generali – tutti uomini. Accompagnandoci all’uscita, l’addetto stampa del Dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace insiste sui progressi dell’organizzazione in materia di comunicazione: “Commentiamo pubblicamente, in modo proattivo, i casi di violenza sessuale. Diamo notizia dei nuovi casi e di come li tratteremo. Molte delle informazioni che voi giornalisti avete a disposizione sono note perché siamo noi a diffonderle. Per raggiungere un più alto livello di fiducia”. Il giorno dopo, riceviamo una chiamata della sua collega che ci chiede di rileggere e approvare le citazioni. Alcune mail fanno seguito a una chiamata dell’ufficio stampa che ci chiede di riconsiderare la pubblicazione delle interviste, per quanto concordate. Seguirà un altro colpo di telefono e ancora un’email. Alle Nazioni Unite la trasparenza ha i suoi limiti.

(Traduzione di Cristina Biasini)

Questa inchiesta, scritta con la collaborazione di Daham Alasaad, fa parte di una serie in sei parti del progetto Zero Impunity, che documenta e denuncia l’impunità di cui godono i responsabili di violenze sessuali in contesti di guerra. Il progetto è a cura di Nicolas Blies, Stéphane Hueber-Blies e Marion Guth (a_Bahn), un gruppo di “documentaristi attivisti” che attraverso il loro sito promuovono anche una mobilitazione online per chiedere alle autorità di dotarsi degli strumenti necessari a combattere questo fenomeno e a perseguire i colpevoli.

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