Un carro armato francese pattuglia le strade di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dicembre 2015. (Marco Longari, Afp)

L’esercito francese fa poco contro le violenze sessuali

Un carro armato francese pattuglia le strade di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dicembre 2015. (Marco Longari, Afp)
21 gennaio 2019 15:21

Con una petizione presentata da Zero Impunity 259.991 persone hanno chiesto allo stato francese d’introdurre nelle forze armate corsi di formazione specifica sulle violenze sessuali nelle zone di conflitto. Stéphane Hueber-Blies e Nicolas Blies, promotori del progetto, accompagnati da Muriel Salmona, psicotraumatologa, sono stati quindi ricevuti dal gabinetto della ministra delle forze armate, Florence Parly, nell’ottobre 2017. Le risposte sono state inconcludenti. A un anno di distanza, nonostante i nuovi segnali di allarme, non è stato fatto nulla.

Il 3 gennaio 2017 Zero Impunity ha pubblicato Gli abusi impuniti dell’operazione Sangaris nella Repubblica Centrafricana, un’inchiesta condotta da Leïla Minano e Justine Brabant metteva in luce le storture giudiziarie che consentono l’esecuzione di crimini sessuali nelle operazioni militari all’estero e la loro impunità. Era accompagnata da una petizione su change.org che in poche settimane ha raccolto le firme di decine di migliaia di persone.

Successivamente i promotori del progetto (i documentaristi Marion Guth, Nicolas Blies e Stéphane Hueber-Blies) hanno inviato numerose lettere al ministero della difesa (ora ministero delle forze armate) durante il governo Hollande, chiedendo un incontro con il gabinetto del ministro Jean-Yves Le Drian. Tutte le richieste di incontro sono state respinte. In un video pubblicato il 29 giugno 2017 e visualizzato circa 120mila volte, il collettivo cambia strategia e interpella il nuovo presidente, Emmanuel Macron, sulla mancanza di formazione e prevenzione all’interno dell’esercito francese in materia di violenza sessuale nelle zone di conflitto.

Il contesto sbagliato
Solo nell’ottobre 2017 fu fissato un incontro con Sylvain Mattuicci, consigliere sociale della ministra Florence Parly, accompagnato da Erick Dal, capo della cellula Thémis. Quest’ultima è stata creata nel 2014 dopo la pubblicazione del libro La guerre invisible: révélations sur les violences sexuelles dans l’armée française (La guerra invisibile: rivelazioni sulle violenze sessuali nell’esercito francese) di Leïla Minano e Julia Pascual, definito “un elettroshock” dal generale Ducateau, direttore della cellula nei suoi primi due anni di esistenza (2014-2016).

Il libro è una presa d’atto del fatto che, all’interno delle forze armate, non esiste un sostegno alle vittime di molestie e violenze sessuali, così come mancano le sanzioni nei confronti dei loro autori. Fu quindi varata una serie di misure, secondo il piano dell’allora ministro Le Drian, che prevedeva tra l’altro la creazione di un’unità di ascolto e supporto alle vittime e un programma di formazione per tutte le nuove reclute dell’esercito (ancora corso di attuazione).

Per quasi due ore la discussione ha ruotato intorno al lavoro svolto dalla cellula, presentata come portabandiera della lotta contro la violenza sessuale nell’esercito. “Quando cercavamo di far notare che il loro discorso per certi aspetti era confuso, e che Thémis non rispondeva al nostro problema, si mostravano sorpresi e, con una giravolta, ricominciavano a parlarne”, riferisce Stéphane Hueber-Blies nel suo post sul blog di Médiapart intitolato Comment le ministère des armées esquive le sujet des violences sexuelles en conflit armé (Come il ministero delle forze armate schiva il tema della violenza sessuale nei conflitti armati).

Il punto è che la cellula Thémis non ha alcuna competenza in questo tipo di casi. Il generale Ducateau, intervistato nell’estate 2018, ha confermato: “Non ci siamo assolutamente occupati di queste vicende di stupro nella Repubblica Centrafricana perché si trattava di militari coinvolti con civili. Non possiamo occuparci di questo, così come non affrontiamo la violenza domestica. Possiamo occuparci di casi del genere se avvengono in un complesso militare. Altrimenti possiamo fare una segnalazione, ma non un’inchiesta”.

All’interno delle forze armate pochi considerano prioritario il tema delle violenze sessuali

Come ha riconosciuto Sylvain Mattuicci durante una nuova intervista del 13 settembre 2018, e contrariamente a quanto sosteneva un anno prima, “la cellula si occupa di civili e militari (del ministero delle forze armate, ndr), altrimenti non se ne esce. La Repubblica Centrafricana non ricorrerà alla cellula Thémis. Se ha qualcosa da dire, si rivolgerà alla gendarmeria prevostale (incaricata delle indagini all’interno delle forze armate, ndr). Ci troveremmo immediatamente in campo penale”.

Sul piano della prevenzione, secondo il ministero la formazione esistente in materia di etica e deontologia è considerata sufficiente per garantire “l’esemplarità dei soldati francesi” e quindi rispondere alla specificità delle violenze sessuali nelle zone di conflitto. Il testo di riferimento per l’esercito è il codice del soldato, scritto dal generale Bachelet. Secondo il piano del ministro Le Drian doveva essere modificato per includere il divieto di violenza sessuale. Non è ancora stato fatto.

Filo spinato a un checkpoint controllato dall’esercito francese a Bangui, marzo 2014. (Sia Kambou, Afp)

Questo tipo di comportamento, in ogni caso, riguarderebbe solo una minoranza di soldati. Un’affermazione non verificabile, dal momento che il ministero non ha un sistema per monitorare le sanzioni militari. “Vi rendete conto, significa che dovremmo inserire in un sistema informatico tutte le persone sanzionate! Da noi ci sono tre tipi di sanzioni, dall’avvertimento, la minore, fino alla radiazione. Quando un colonnello dà un avvertimento, non lo segnala ai superiori. Rimane nel dossier del soldato. Quindi non esiste”, ammette Christian Giner, segretario generale del Conseil supérieur de la fonction militaire.

All’interno delle forze armate sono in pochi a considerare prioritario questo tema. Il generale Benoît Royal, autore di L’éthique du soldat français, rappresenta un’eccezione quando afferma, in un’intervista rilasciata nell’estate del 2018, che “tutto ciò che potrebbe permettere un miglioramento delle cose e una maggiore chiarezza mi pare opportuno”.

Formazione dei militari: altri tempi, altri costumi?
Benché non siano una novità, i rapporti a pagamento tra i soldati e le popolazioni locali sono proibiti. Sono una delle forme che possono assumere le violenze sessuali nelle zone di conflitto, e rappresentano una violazione del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale in materia di diritti umani. La Francia ha una storia di sfruttamento sessuale, in particolare con l’introduzione dei Bmc (bordels militaires de campagne, bordelli militari disponibili per le truppe), che hanno accompagnato le unità dell’esercito nel ventesimo secolo.

In un numero della rivista Inflexions dedicato alla sessualità Patrick Clervoy racconta di quando, nel 1986, giunse in Repubblica Centrafricana con il compito di occuparsi delle “hostess”.

Clervoy, all’epoca giovane medico, parla della “promessa di un incontro libero dai tabù, in paesi lontani” e dell’obiettivo di “rimediare a una certa miseria sessuale” attraverso il Bmc. “Per questi mille uomini furono installate nelle vicinanze circa cento donne” e “non fu mai pronunciata la parola prostituzione”. Inoltre, continua Clervoy, era necessario “preservare il potenziale operativo delle truppe, e quindi limitare l’incidenza delle malattie veneree”. La comparsa dell’aids portò alla chiusura del Bmc il mese successivo. Quello di Calvi, l’ultimo in territorio francese, era stato chiuso nel 1978. Clervoy si chiede: “Era rispettoso nei confronti di queste donne indurle a tali condizioni di vita con il nostro supporto logistico? Era rispettoso nei confronti dei soldati invitarli a pratiche del genere attraverso queste strutture? Era chiaramente degradante per ciascuna delle parti. Nessuno ne è uscito bene, né i soldati, né il comando, né i medici”.

‘A Gibuti ho visto il peggio degli esseri umani’

Nel 2009, uno studio pubblicato negli Annales de Dermatologie et de Vénéréologie, intitolato Expositions sexuelles au VIH dans les armées françaises de 2005 à 2007 (Esposizioni sessuali all’hiv nelle forze armate francesi dal 2005 al 2007) ha fornito le seguenti cifre: “In totale, tra il 2006 e il 2007 sono state dichiarate 2.241 esposizioni sessuali a rischio. Il tasso di incidenza annuale era di 214,3 per centomila. L’età media dei pazienti era di 26 anni. Le persone esposte al rischio erano maschi nel 99,2 per cento dei casi e si sono verificati al di fuori della Francia metropolitana nel 92,9 per cento dei casi. Il partner sessuale era una prostituta nel 66,7 per cento dei casi. Nel 15,5 per cento dei casi, tutto l’atto sessuale o parte di esso aveva avuto luogo senza l’uso di un preservativo”.

Secondo diverse testimonianze di militari, in congedo e in servizio, lo sfruttamento sessuale delle popolazioni locali da parte dei soldati francesi, in particolare nelle missioni in paesi africani, non fa parte del passato. Un tenente dell’aeronautica militare, che vuole rimanere anonimo, ha partecipato a numerose operazioni in Medio Oriente e in Africa: “A Gibuti ho visto il peggio degli esseri umani, uomini che si permettevano di abusare di ragazze minorenni. Lo sanno tutti. Erano soprannominate le naï. In Ciad sono le golottes”.

Su questo Sylvain Mattuicci si rianima: “Ma sì, succede (soldati che hanno rapporti sessuali con prostitute durante le missioni all’estero, ndr), certo! Rubare è sbagliato, eppure ci sono i ladri. Capite cosa intendo. Siamo nel preventivo, nel curativo e nel repressivo. Sì, mi citerete sempre una persona che ci è passata. È la vita umana, è così. Non voglio fare un discorso fatalista. Ma troverete sempre qualcuno che ha subìto degli abusi. Ma troverete sempre qualcuno che riesce a scamparla. Il nostro obiettivo è fare in modo che non siano troppi. In effetti, il dispositivo preventivo che abbiamo introdotto e anche la formazione prima della partenza… quando io ero operativo non esistevano. È una vera novità, e viene attuata. Lo sapete, in Francia si dice dalla mattina alla sera che la prostituzione è sbagliata, ma c’è sempre”.

Poi, come per rassicurarsi, Sylvain Mattuicci continua: “In Jugoslavia l’avevo proibita così severamente che la gente veniva da me per sapere se eravamo uno squadrone di omosessuali. Perché? Perché avevo vietato tutti i rapporti sessuali. La gente era sorpresa, perché la tratta nella mia zona non funzionava”.

Intercultura con le diapositive
Quando il consigliere sociale della ministra delle forze armate parla di “formazione prima della partenza”, fa riferimento ai briefing rivolti a tutti i soldati coinvolti in operazioni all’estero. Oltre a una presentazione sulla situazione geopolitica del paese, e ad alcune indicazioni culturali e spiegazioni sulla missione, si parla anche dei rapporti con le popolazioni locali. È l’unico momento, in tutta la loro carriera, in cui i soldati hanno la possibilità di sentir parlare in modo specifico delle violenze sessuali nelle zone di conflitto.

Yoann Yvinec è un formatore in materia di interculturalità, specializzato sull’Africa, all’École militaire de spécialisation de l’outre-mer et de l’étranger (scuola militare di specializzazione per l’oltremare e l’estero, Emsome).

L’Emsome gestisce tutti i reggimenti di stanza oltremare e all’estero e forma in particolare le truppe che partono in missione. La preparazione operativa copre numerosi campi e dura diverse settimane. “Prima della partenza ci rechiamo presso i reggimenti, dove proponiamo dei briefing sul contesto umano, la geografia e la storia del paese, i conflitti in corso. Offriamo anche consigli pratici sulle cose da fare e da non fare”. Le regole di base sono riviste allo scopo di “evitare che a causa di errori di comportamento si possa compromettere la missione sul campo”.

Yoann Yvinec ha potuto formare dei soldati partiti recentemente per la Repubblica Centrafricana. “Gli spiego come comportarsi con i bambini che chiedono soldi: non bisogna darli, e nemmeno acqua o razioni alimentari, altrimenti torneranno. Dare è possibile, ma in cambio di un lavoro: sorvegliare il campo o portare l’acqua. In strada, quando si attraversa l’abitato non bisogna guidare troppo velocemente, altrimenti la polvere può infastidire la popolazione. Evitare di indicare con il dito e non scattare foto senza permesso”. Lo scopo è quello di integrare il soldato nel suo ambiente attraverso una cinquantina di slide su Power Point.

Anche le violenze sessuali sono oggetto di una slide? “Onestamente questo non fa parte del briefing. Un militare deve essere esemplare nelle operazioni all’estero così come in caserma. Ci sono sempre dei richiami alla salute, con i rischi connessi all’hiv, e all’igiene personale. Oltre ai rischi di sanzioni. Ricordiamo la legge. È severamente proibito avere rapporti con la popolazione”.

Yoann Yvinec è formatore da due anni, logica continuazione di una carriera che lo ha visto capo sezione e comandante di unità. La sua esperienza è cresciuta sul campo, con le missioni che ha svolto all’estero, e la utilizza per avvertire i soldati che si trova di fronte. “Lo dico a tutta la sala: laggiù siete tutti Brad Pitt, è prostituzione di sopravvivenza, sono ragazze che non hanno scelta, sono soldi facili. Lo diciamo. Ce ne rendiamo conto”.

Occhio non vede…
Cynthia Petrigh ha lavorato per 25 anni in campo umanitario prima di fondare la ong Beyond Peace, che ha, tra l’altro, la missione di addestrare le forze militari sulle questioni dei diritti umani e della violenza sessuale. In un articolo pubblicato nel 2018, Les violences sexuelles dans les conflits armés: quel rôle pour les militaires? (Le violenze sessuali nei conflitti armati: quale ruolo per i militari?), a proposito dell’esercito francese scrive: “Stando alle nostre osservazioni, l’attuazione e l’interpretazione (del divieto di sfruttamento sessuale, ndr) variano ampiamente a seconda del comando”.

Soldati francesi durante una protesta a Bangui, marzo 2014. (Marco Longari, Afp)

Questo vuol dire che il divieto può essere applicato in modo rigoroso (come ha potuto osservare l’autrice nel 2013, quando un soldato francese che aveva disobbedito ha immediatamente preso l’aereo); in altri casi può dare luogo a un’ambiguità voluta, il cui senso è “siate discreti, niente storie”; infine, questa permissività può valere come incoraggiamento agli abusi, come constatato in Repubblica Centrafricana nel 2017 (dopo la vicenda Sangaris), quando il gendarme della missione, intervistato informalmente ma esplicitamente sul suo ruolo di prevosto di fronte ai vari comportamenti (rapporti sessuali a pagamento o no, su minorenni o no, eccetera), ha risposto semplicemente “Occhio non vede…”.

Si chiede Petrigh: “L’insegnamento del rispetto della donna e delle regole di buon comportamento può essere fatto all’interno di brevi relazioni, alla stregua della presentazione generale del contesto dell’operazione? Perché non sviluppare dei moduli dettagliati e sistematici, allo stesso modo in cui vengono insegnate le altre discipline (tattiche) giudicate importanti?”.

L’esemplarità dei capi
Spesso la garanzia del buon comportamento del soldato francese viene riposta nell’esemplarità dei capi. Nel particolare contesto delle operazioni all’estero, che spingono uomini e donne in situazioni eccezionali, di estrema violenza, la perdita dei punti di riferimento è frequente. La salvaguardia, secondo il generale Bachelet, è quindi “l’appropriazione collettiva di princìpi etici forti”. Il rispetto di questi princìpi dev’essere garantito dal comando.

Nathalie Desplanque-Guillet è una cappellana dell’esercito francese. Ha svolto sei missioni all’estero. Nel già citato numero della rivista Inflexions, dopo aver ricordato che “nell’insieme dei teatri di operazioni all’estero è proibito avere rapporti sessuali con le persone autoctone”, espone alcune misure preventive adottate dai capi durante una delle missioni a cui ha partecipato per evitare gli “eccessi”: “Obbligo di uscire e rientrare in gruppo (minimo in due o tre); orario limite di ritorno obbligatorio al campo; quartieri ed edifici della città autorizzati accuratamente selezionati; fin dall’arrivo nel campo, informazioni ampiamente diffuse, spesso dallo stesso ufficiale medico, sulle malattie sessualmente trasmissibili; consumo di alcol, grande facilitatore di rapporti sessuali non protetti, fortemente regolamentato”.

Eppure, continua Desplanque-Guillet, “nonostante tutte queste misure possono verificarsi degli eccessi. Così, all’indomani di una serata troppo alcolica in un bar con delle ragazze, arrivano al servizio medico dei militari preoccupati, a cui sarà prescritto un trattamento preventivo d’urgenza. A volte delle ragazze si presentano alle autorità del campo spiegando che il padre del bambino di cui sono incinte è un militare francese. Vero o falso? Il compito di indagare spetterà al responsabile giudiziario e ai gendarmi francesi presenti nel campo”.

La responsabilità della Francia
Benché convinta che “la migliore prevenzione risieda in una migliore coesione”, Nathalie Desplanque-Guillet fa la seguente constatazione: “Purtroppo la loro presenza (dei soldati francesi, ndr) avrà anche la tendenza a rafforzare le reti locali di prossenetismo. Più il paese in questione è economicamente povero, più abbiamo il diritto di interrogarci sulla libera scelta delle donne che lavorano nei bar dove i soldati hanno il permesso di andare; donne giovani, spesso molto giovani. Qual è il grado di responsabilità, anche indiretta, della Francia nei confronti di queste donne povere, spesso minorenni, usate come prostitute?”.

Nel 2017, un articolo nella rivista della Nato ha riflettuto sull’impegno delle forze armate dell’Alleanza atlantica nella lotta contro le violenze sessuali commesse in periodi di conflitto: “È opportuno evidenziare i ruoli e le responsabilità dei militari nella prevenzione delle violenze sessuali legate ai conflitti e nella risposta che richiedono. In un momento in cui numerosi attori adeguano i loro programmi di formazione riguardanti la protezione dei civili, potrebbe essere utile, per il futuro, sviluppare una formazione congiunta e integrata destinata alle forze militari, alle forze di polizia e ai responsabili civili, in modo che comprendano bene il contesto, che rispondano efficacemente ai problemi e che evitino di apportare più danni che benefici in situazioni già drammatiche”.

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Cynthia Petrigh ha ripetutamente dimostrato l’efficacia di questo approccio mirato. Lei stessa ha sviluppato un metodo che non fa distinzioni tra diritti umani e questioni di violenza sessuale. È intervenuta presso alcune forze maliane nel 2013, in una missione per conto dell’Unione europea svolta dal Regno Unito: “Un progresso netto è stato riscontrato anche sulle questioni della violenza sessuale, del comportamento con la popolazione civile o della cooperazione con gli attori umanitari. Lo stesso soldato che nella prima settimana aveva affermato che ‘lo stupro è la bellezza della guerra’, alla fine della formazione ha dichiarato: ‘Tratterò le donne come mia madre e mia sorella’”.

Cynthia Petrigh adegua i propri contenuti in funzione delle relazioni di ong ed etnologi, di rapporti di potere cooperativi o competitivi, dell’educazione di partenza dei soldati che si trova di fronte, eccetera. Si adatta anche al terreno e alle popolazioni coinvolte. Questo genere di formazione è ancora raro e non sistematico. Come l’esperta fa notare, la psicotraumatologia e la vittimologia sono sempre assenti dai moduli destinati alle forze armate francesi.

Anche se in effetti ai soldati viene ricordato che è pericoloso per loro (sul piano sanitario e giudiziario) o per il loro reggimento (sul piano operativo), la formazione non accenna mai al punto di vista delle popolazioni interessate, che hanno già subìto violenze e che si trovano in situazioni di sopravvivenza.

Muriel Salmona, psichiatra e fondatrice nel 2009 dell’associazione Mémoire traumatique et victimologie (Memoria traumatica e vittimologia) ricorda regolarmente la necessità di tenere conto di questi fattori. In particolare, sottolinea il legame tra le violenze subite e il considerevole impatto a lungo termine sulla salute mentale e fisica delle vittime, così come la genesi di alcuni sintomi psichici o psichiatrici. Per farlo, usa la nozione di stato di stress post-traumatico, di dissociazione e di memoria traumatica, la cui mancata conoscenza nuoce gravemente alla protezione e al riconoscimento delle vittime.

(Traduzione di Cristina Biasini)

Questa inchiesta fa parte del progetto Zero Impunity, che documenta e denuncia l’impunità di cui godono i responsabili di violenze sessuali in contesti di guerra. Il progetto è a cura di Nicolas Blies, Stéphane Hueber-Blies e Marion Guth (a Bahn), “documentaristi attivisti” che con il loro sito promuovono anche una mobilitazione per chiedere alle autorità di dotarsi degli strumenti necessari a combattere questo fenomeno e a perseguire i colpevoli.

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