Elizabeth Holmes nella sede di Theranos a Newark, California, il 4 dicembre 2015. (Carlos Chavarria, The New York Times/Contrasto)

Ascesa e declino di Elizabeth Holmes, che voleva rivoluzionare la medicina

Elizabeth Holmes nella sede di Theranos a Newark, California, il 4 dicembre 2015. (Carlos Chavarria, The New York Times/Contrasto)
06 novembre 2016 12:30

La Theranos compare all’orizzonte di chi si occupa di finanza, medicina e tecnologia nell’autunno del 2013. La presidente e fondatrice dell’azienda si chiama Elizabeth Holmes, 29 anni, alta, viso luminoso, lunghi capelli biondi, sguardo sicuro di sé. Elizabeth ha due occhi giganti molto aperti, raramente sbatte le palpebre e indossa sempre un dolcevita nero. Ha studiato ingegneria farmaceutica a Stanford ma si è ritirata molto presto per diventare imprenditrice. Per dieci anni ha lavorato silenziosamente a un progetto talmente ambizioso e rivoluzionario da esigere segretezza totale. Spunta nel flusso mediatico nel momento in cui la Theranos, sua creazione, è finalmente pronta per il mercato.

La tecnologia dei laboratori di analisi è più o meno ferma da cinquant’anni, dice Elizabeth Holmes negli articoli che parlano di lei, fin da subito, con molta curiosità. Ma Elizabeth ha trovato il modo per cambiare tutto, un po’ come Steve Jobs, come Elon Musk, come tutti gli innovatori che in California hanno successo perché sono disruptive, dirompenti, perché pensano out of the box, fuori degli schemi. La Theranos, spiega sempre Holmes, ha sviluppato una tecnologia che promette di rivoluzionare prelievi e analisi del sangue. Si tratta di effettuare centinaia di analisi partendo da una sola goccia di sangue prelevata pungendo un polpastrello, nello stesso modo in cui i diabetici si misurano in pochi istanti la glicemia. Oltre all’incredibile vantaggio di non avere bisogno di siringhe e fiale, il sistema Theranos impiega tempi estremamente ridotti per avere i risultati, e costa poco, molto meno della concorrenza.

Ma quello che risulta più interessante dal punto di vista economico è l’intento di Elizabeth Holmes di rendere le analisi del sangue democratiche, alla portata dei cittadini ancora prima che dei pazienti, certamente non più solo a discrezione dei medici. Sappiamo benissimo quanto sia florido il mercato dell’automedicazione, dei farmaci da banco, quanto spesso li prendiamo per ansia, per abitudine, per voglia o addirittura solo per sfizio. Esami del sangue così rapidi, economici e indolore permetterebbero a ciascuno di farli con la leggerezza con cui oggi compra un integratore vitaminico.

La tecnologia Theranos promette di poter effettuare fino a duecento esami diversi con una goccia di sangue

Elizabeth Holmes nelle interviste ripete che è assurdo che sia più facile comprare un’arma da fuoco che farsi un esame del sangue: è antidemocratico e mette a rischio la vita delle persone, perché impedisce di controllare il proprio corpo quando si vuole e autonomamente, alla ricerca di segni che vanno identificati il prima possibile. Insomma, non ci sono solo grandi idee innovative nel progetto Theranos: c’è anche un mercato che può crescere molto, a braccetto con la missione etica di migliorare la vita delle persone, prevenire malattie, sconfiggere la paura e forse anche la morte.
I prezzi degli esami sono pubblicati sul sito della Theranos – non andateci ora perché non troverete nulla – e nessun altro offre questa trasparenza. Anzi, quello della disparità di prezzo tra esami identici è un tema spesso dibattuto nel sistema sanitario statunitense. Il mercato delle analisi del sangue vale 75 miliardi di dollari, e la Theranos vuole farlo crescere e contemporaneamente vuole fare concorrenza ai più grandi laboratori del paese, come Laboratory corporation of America e Quest.

La tecnologia Theranos promette di poter effettuare fino a duecento esami diversi con una goccia di sangue, inclusi sieropositività all’hiv, gruppo sanguigno, virus di qualsiasi tipo. Con un prezzo dimezzato rispetto alle tariffe dei rimborsi di Medicaid e Medicare (il dosaggio del colesterolo costa 2,99 dollari, contro i 30-40 della concorrenza), la ragazza dal dolcevita nero sostiene di poter far risparmiare alle due assicurazioni pubbliche statunitensi parecchi miliardi di dollari all’anno.

Una donna da copertina
Quando il pubblico e gli investitori statunitensi si accorgono di Elizabeth Holmes, l’azienda ha appena stretto un accordo con la catena Walgreens, la più grande del paese con oltre ottomila farmacie, per installare nei loro esercizi delle postazioni di prelievo Theranos, i cosiddetti Theranos wellness center. All’inizio sono solo quaranta in Arizona, ma il potenziale è grande. Alcuni mesi dopo Forbes valuta in nove miliardi di dollari il valore dell’azienda. Elizabeth, che possiede circa la metà delle quote, diventa la 12ª donna più ricca degli Stati Uniti con un capitale di 4,4 miliardi di dollari. Sulla copertina del numero speciale di Forbes del settembre 2015, che elenca le 400 persone più ricche del paese, c’è Holmes. Per capire la straordinarietà del fenomeno, delle prime venti donne più ricche degli Stati Uniti, le altre diciannove non solo sono più vecchie di lei, ma devono la loro fortuna alla famiglia o al marito defunto, compresa Laureen Powell Jobs, vedova di Steve.

Holmes viene da una famiglia alto-borghese ben inserita a Washington: il padre Christian ha lavorato in progetti di sviluppo internazionale per l’agenzia federale Usaid, mentre la madre Noel è consulente politica al Campidoglio. È una famiglia che non ha mai sofferto la fame, sia chiaro, ma il suo patrimonio non può competere con quello delle miliardarie di Walmart o Mars che compongono la classifica di cui fa ora parte anche lei.

Elizabeth Holmes con il giornalista Alan Murray al Fortune global forum all’hotel Fairmont di San Francisco, il 2 novembre 2015. (Kimberly White, Getty Images per Fortune)

Theranos è un’azienda originale non solo nelle intenzioni ma anche nel rapporto con i mezzi d’informazione e la comunità scientifica. Nel consiglio di amministrazione non ci sono medici, ingegneri o scienziati, ma figure politiche di alto profilo: i due ex segretari di stato Henry Kissinger e George Shultz, l’ex segretario alla difesa William Perry, l’avvocato vicino ai democratici David Boies, gli ex senatori Sam Nunn e Bill Frist. Di questi, solo Bill Frist ha a che fare con la medicina, essendo stato un chirurgo dei trapianti prima di intraprendere la carriera politica, ma evidentemente non è stato scelto per questa ragione.

Nessuna delle scoperte innovative di cui parla Elizabeth Holmes è pubblicata su riviste scientifiche e sottoposta al dibattito accademico. Chi frequenta l’azienda firma un contratto di riservatezza che impedisce alle informazioni di lasciare gli edifici. Il motivo di questa segretezza è la difesa dei brevetti, ma ricorda anche l’identica ossessione per il controllo delle informazioni di Steve Jobs: anche chi lavora in reparti diversi ha il divieto di raccontarsi quello che fa, esattamente come nella Apple ai tempi di Steve. Certo, alcuni elementi sono comunicati al pubblico, ma senza approfondimento, solo con grandi dosi di narrativa e slogan roboanti come: “One tiny drop changes everything”, una minuscola goccia cambia tutto.

La favola di Elizabeth Holmes si diffonde molto rapidamente a tutti i livelli. La vicenda di una donna così determinata che scala posizioni sociali è anche perfetta per condire il grande arco narrativo di Hillary Clinton e dell’ascesa del potere femminile nell’America di oggi. Anche per questo i mezzi d’informazione sono entusiasti. Gli elementi che ricorrono in tutti gli articoli sono l’odio personale per le siringhe da cui parte tutto, il sogno di cambiare il mondo espresso da bambina in una lettera ai genitori, il dolcevita nero, i nanotainer (provette minuscole che contengono la fatidica gocciolina) e una dedizione monastica al lavoro. Poi, a proposito dell’azienda, ci sono le macchine che fanno il miracolo, che si chiamano Edison come il geniale inventore nonché sfrontato businessman Thomas Alva.

Lontano dalla scienza
Elizabeth espone le sue idee in qualsiasi contesto prestigioso: tutti vogliono sentirla parlare e la sua vita è divisa tra le sedi della Theranos, il jet privato e i luoghi dove espone le proprie idee, con voce molto grave e rari sbattimenti di palpebre. Tra i palcoscenici di congressi e fondazioni che se la contendono, c’è ovviamente la Ted, la serie di conferenze che mescola innovazione ed emozioni con risultati di coinvolgimento e trasporto apprezzatissimi in rete, ma molto criticata per la sua natura autopromozionale. A settembre del 2014 Holmes tiene la sua conferenza TedMed al palazzo delle belle arti di San Francisco, a due passi dal Golden Gate.

Il suo discorso comincia così: “Credo che l’individuo sia la risposta alle sfide della sanità. Ma non possiamo coinvolgere gli individui e sperare di ottenere dei risultati, se non forniamo loro l’accesso alle informazioni necessarie. Il diritto di proteggere la salute e il benessere di ogni persona, di quelli che amiamo, è un diritto fondamentale dell’uomo, un diritto sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. Eppure oggi negli Stati Uniti la salute è la prima causa di bancarotta e la sua assenza è la prima forma di dolore: quello che si prova quando si scopre troppo tardi nel processo di crescita della malattia, che una persona che ami è molto molto malata”. Non è un discorso dedicato alla scienza, come è chiaro, ma un sermone enfatico che unisce individualismo imprenditoriale e sacrificio per il bene della collettività: le due fasi della carriera di Bill Gates, miliardario prima e filantropo poi, incarnate contemporaneamente da una donna di trent’anni.

A dicembre dello stesso anno il New Yorker pubblica un profilo di Elizabeth Holmes intitolato Blood simpler, ovvero “Sangue facile. Ecco come una donna vuole rivoluzionare le analisi mediche”. Dall’articolo di Ken Auletta, non proprio l’agiografia di una santa ma quasi, emergono alcuni dettagli bizzarri sulla protagonista. Non va in vacanza da dieci anni, vive con grande sobrietà in un appartamento disadorno, non ha una tv né relazioni sentimentali, è vegana e si alimenta con frullati di vegetali.

Mentre è ancora alle superiori Holmes si fa accettare nel corso di cinese a Stanford, che sarebbe riservato agli studenti universitari, grazie alla sua ostinazione e alla sua bravura. E quando arriva finalmente a Stanford, già il primo anno chiede di studiare insieme ai dottorandi in ingegneria chimica, va a Singapore a fare esperienza sulla sars, torna con l’idea di aprire un’azienda per fare analisi dalle gocce di sangue. Quando il professore le consiglia di finire gli studi prima di darsi all’imprenditoria, Elizabeth Holmes risponde: “Perché? So già cosa voglio fare”.

Un colpo violentissimo
Questa idea per cui la determinazione viene prima della coscienza è parte del mito imprenditoriale del condottiero che non ha bisogno di maestri, e colloca Holmes molto lontano dalla scienza. Ma nell’articolo si scoprono soprattutto altre due cose che si riveleranno fondamentali per il seguito della storia: Elizabeth è molto vaga sulla tecnologia che sta dietro alle macchine Edison, e c’è un buco legislativo che le riguarda.

Gli altri laboratori di analisi usano macchine prodotte altrove, per esempio dalla Siemens, che devono essere approvate dalla Food and drug administration (Fda) prima di essere vendute. Ma la Theranos usa macchinari propri, e non è obbligatorio che siano approvati prima di essere usati. Dentro a un lungo ritratto pieno di ammirazione, qualche dettaglio un po’ dubbio di solito scivola via. Ma non per tutti.

Elizabeth Holmes e con l’ex segretario di stato statunitense Madeleine Albright (a sinistra) e Jack Ma, il fondatore di Alibaba, partecipano al Clinton global initiative a New York, il 29 settembre 2015. (Taylor Hill, FilmMagic/Getty Images)

C’è un giornalista del Wall Street Journal specializzato in medicina e sanità, John Carreyrou, che legge l’articolo del New Yorker e intuisce che c’è qualcosa di strano nella reticenza di Holmes sulla tecnologia delle proprie macchine. Comincia a indagare, cercare ex dipendenti e fare domande. Dieci mesi dopo, a ottobre del 2015, esce un articolo in cui rivela che, dei 215 esami nel catalogo Theranos, solo 15 sono eseguiti con la macchina Edison; i rimanenti 190 usano macchine tradizionali Siemens. Nell’articolo si parla anche di Ian Gibbons, biochimico britannico che ha firmato insieme a Holmes molti dei brevetti dell’azienda e che nel 2013 si è suicidato. La moglie di Gibbons, interpellata da Carreyrou, sostiene che i macchinari non funzionavano, che il marito non sapeva più come fare, gliene parlava spesso ed era tormentato dall’enorme pressione a cui era sottoposto da Holmes perché risolvesse rapidamente tutti i problemi.

Una sera, dopo che Elizabeth gli aveva comunicato di volergli parlare in privato la mattina dopo, Gibbons tentò il suicidio, certo che dietro l’angolo ci fosse il licenziamento. Morì qualche giorno dopo in ospedale. L’articolo di Carreyrou affronta anche il tema dell’affidabilità degli esami, e dimostra che l’azienda non rispetta alcuno standard, tanto che quasi nessuno dei suoi risultati è affidabile.

Nonostante gli occhioni determinati, il dolcevita nero, gli slogan efficaci e l’entusiasmo del mondo della comunicazione e di quello della finanza, è un colpo violentissimo per la Theranos. In realtà qualcosa di preoccupante è già successo, ma nessuno lo sa. Un paio di mesi prima, il 25 agosto 2015, gli ispettori della Fda si sono presentati all’improvviso nella sede di Palo Alto e in quella di Newark esigendo di ispezionare i laboratori. Ma è dopo l’articolo di Carreyrou, il primo di una serie, che i problemi diventano pubblici.

A gennaio del 2016 l’ente di controllo dei laboratori di analisi, il Centers for medicare and medicaid services, comunica che gli esami del sangue effettuati dall’azienda “mettono in pericolo la salute e l’incolumità dei pazienti”. Walgreens, la catena di farmacie che aveva installato quaranta postazioni Theranos nei suoi negozi in Arizona, smantella tutto e interrompe i rapporti. L’Fda nel frattempo vieta alla Theranos di usare le macchine Edison. Poi arrivano le cause: civile dalla U.S. securities and exchange commission, penale dall’ufficio del procuratore federale della California del nord, e due cause collettive per truffa da parte dei fondi che hanno investito. A marzo Holmes, che in passato è stata ospite della Clinton foundation, organizza una cena di finanziamento per Hillary Clinton, ospite la figlia Chelsea, da tenersi nella sede di Palo Alto. Tempestiva arriva la mossa della campagna Clinton, che sposta l’evento altrove, a casa di un altro imprenditore della tecnologia, levando di mezzo Elizabeth.

Una bolla buona per Hollywood
A giugno Forbes, che condivide con Fortune e altri l’imbarazzo di aver portato in palmo di mano una bolla di sapone, corregge al ribasso la valutazione: da 4,4 miliardi di dollari Elizabeth Holmes scende a 800 milioni ma, calcolando i risarcimenti che gli investitori probabilmente otterranno, nelle stime la cifra reale viene azzerata. Anche l’Fbi apre un’indagine su Elizabeth Holmes per stabilire quanto sapesse di questa situazione e da quando. Il 12 luglio entrano in vigore le sanzioni del Cmms che stabiliscono, per via delle irregolarità riscontrate nei laboratori, una multa di diecimila dollari al giorno finché non si porrà rimedio, e il divieto di dirigere un laboratorio per Elizabeth a partire da due mesi dopo.

La vicenda di Holmes ha mostrato ancora una volta che la cultura delle startup è suscettibile alla fuffa

A questo punto Holmes può cedere la direzione a qualcun altro, oppure abbandonare l’attività di laboratorio di analisi. Sceglie la seconda opzione. All’inizio di ottobre, cinque settimane fa, Theranos licenzia 340 persone, quasi metà dei suoi dipendenti, e chiude il laboratorio. L’unico obiettivo che rimane all’azienda è quello di far approvare dalla Fda le nuove macchine Theranos miniLab, presentate ad agosto nel pieno della bufera, e venderle ai laboratori di tutto il paese. Non sembra un obiettivo realistico.

Il regista Adam McKay, premio Oscar per The big short, farà un film sulla vicenda con Jennifer Lawrence come protagonista. Non se ne conosce ancora il budget, ma nel mondo reale il più grande castello di carte degli ultimi tempi è costato 700 milioni degli investitori. Arriveranno dei libri, forse delle altre interviste, eventualmente anche un’autobiografia. Forse tra qualche tempo capiremo quanta buona fede ci fosse, quanti errori e quanta scelleratezza. Non è nemmeno escluso che la protagonista di questa storia possa finire in carcere.

La vicenda ha mostrato ancora una volta che la cultura delle startup è suscettibile alla fuffa: se montata a dovere da un racconto convincente che contenga gli elementi giusti, anche la più inconsistente delle idee può entrare nell’acceleratore di ricchezza della Silicon valley e non essere respinta, almeno per un po’. Un consiglio di amministrazione di potenti, una storia esaltante e tante speranze di successo per il futuro forse non dovrebbero essere gli unici ingredienti necessari per fare gli imprenditori, ma tant’è. La ricchezza generata dalla tecnologia in California è talmente grande da resistere a colpi come questo. E poi i capitalisti di ventura non sono tutti uguali, e operano in un contesto in cui la concorrenza e la segretezza convivono.

Google ventures nel 2013 aveva esaminato la Theranos, cercando di ottenere informazioni sulla tecnologia, e si rese conto che l’azienda era sfuggente sull’argomento. Mandarono quindi qualcuno da Walgreens in Arizona a farsi delle analisi. Non fu riempito solo un nanotainer con una goccia, ma anche diverse fiale di sangue prelevato con il metodo tradizionale. Google ventures intuì che qualcosa non tornava e decise di non investire. Perché quella dei finanziatori delle startup è una competizione identica a quella delle startup stesse: tutti sorridono, gestiscono centinaia di milioni di dollari con l’informalità di una felpa con il cappuccio, parlano di sogni, ma in fondo sperano che gli avversari scommettano su qualcosa di sbagliato. Si è saputo solo a fine 2015 che qualcuno due anni prima aveva previsto il disastro e si era tenuto alla larga dalla ragazza con il dolcevita nero.

Peccato. Non ci sarà lo sviluppo di una tecnologia che permette di fare alcuni esami del sangue da soli, con lo smartphone e qualche apparecchietto, come aveva ipotizzato con generosità Elizabeth Holmes. Non ci sarà la collaborazione con l’esercito degli Stati Uniti sui cui dettagli non si era autorizzati a parlare. Non ci sarà il test per zika o ebola da fare in farmacia in pochi minuti.

Spariscono le proiezioni future, insomma, ma soprattutto i personaggi reali di questa favola: l’abito nero, l’ossessione per Steve Jobs, il jet Gulfstream da sei milioni e mezzo, le quattro guardie del corpo che chiamavano Elizabeth “Eagle 1” come fosse un presidente, i beveroni vegetali, la grande determinazione fin nell’infanzia, il mito della frontiera di chi non si ferma davanti a niente e doesn’t take no for an answer, anche se a dire no è la scienza.

Resta la percezione di una società di entusiasti determinatissimi, che sanno coinvolgere tutti nella sensazione di ascesa verso il successo che li riguarda: l’accelerazione che comunicano toglie il respiro, è inebriante come certe sette religiose, così perfetta da venire prima della sostanza delle cose. Condividere l’idea di queste scalate verso la gloria e la ricchezza funziona così bene per talmente tante persone che può sostituirsi al resto. La caduta, quando arriva, è molto meno divertente.

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