• 16 Dic 2015 14.54

Tre motivi per farsi conquistare dal successo di Serial

16 dicembre 2015 14:54

Nell’autunno del 2014 circa tre milioni e mezzo di persone hanno ascoltato ogni settimana un programma radiofonico che non era trasmesso alla radio. Si poteva ascoltare solo online, dal computer o dal telefono. Raccontava la storia sconosciuta di uno dei tanti processi per omicidio in cui i conti non tornavano. Il programma si chiamava Serial ed era uno spin-off digitale del più celebre programma radiofonico This America life. Serial è stato un caso editoriale inaspettato per gli stessi produttori, arrivando a 70 milioni di ascoltatori secondo il Guardian, fino a guadagnarsi una parodia nel Saturday night live.

Dopo 14 mesi di attesa, Serial è tornato con una nuova stagione, e questa volta racconta una storia già molto nota negli Stati Uniti.

Nel 2009 il soldato semplice Bowe Bergdahl esce di nascosto dal suo accampamento sulle montagne afgane e dopo qualche giorno lo cattura un gruppo di taliban. Dopo cinque anni di prigionia, nel 2014 il presidente Obama annuncia la sua liberazione. Passato qualche giorno, però, compare online un video che mostra che Bergdahl non è stato rilasciato in seguito a un raid, ma probabilmente grazie a un accordo che prevedeva la liberazione di alcuni detenuti di Guantanamo.

In questa seconda stagione di Serial, Bowe Bergdahl parla della vicenda per la prima volta. Al centro del podcast infatti c’è la registrazione delle conversazioni tra il soldato statunitense e il regista Mark Boal, appunti per un film che poi non è mai stato realizzato.

Che cosa ascoltare. Obbligatorio abbandonarsi alla conduzione di Sarah Koenig: lasciare che la sua narrazione decida il giusto dosaggio di dubbi, fatti, domande e desiderio di scoprire cosa viene dopo. La colonna sonora di Nicholas Thorburn (ex Unicorns e Islands) non solo è una delle poche colonne sonore originali per un podcast, ma è anche all’altezza delle migliori musiche per film della storia del cinema. Le registrazioni della versione di Bergdahl, che anche per la loro bassa qualità danno la sensazione di aver trovato per caso un nastro in un cassetto, danno al podcast un affascinante tocco di noir contemporaneo.

Cosa fare mentre si ascolta. Come nella prima serie, la narrazione di Sarah Koenig è precisa ma a tratti molto veloce, e la qualità delle registrazioni telefoniche non è sempre chiarissima. Quindi serve un po’ di attenzione, soprattutto per chi non parla inglese come prima lingua. È utile prepararsi una tisana e qualche biscotto, stendersi sul divano e dedicarsi all’ascolto, dato che la qualità della produzione lo rende simile alla vostra serie tv preferita. Per ogni episodio sono pubblicati degli extra, che per questa serie saranno documenti, video e mappe tridimensionali delle zone di cui si è parlato nell’episodio.

Inoltre la redazione dialoga quotidianamente con gli ascoltatori sulle pagine Tumblr, Facebook, Twitter e Instagram.

Momento migliore. “Hallo, this is Sarah – that’s me, calling the taliban”.

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