Nel 1936 George Orwell, come molti giovani idealisti europei e statunitensi, andò a combattere il fascismo in Spagna. Nella primavera del 1937 si era ormai reso conto che le fazioni in guerra non erano due, ma tre. L’Unione Sovietica stava ostacolando la rivoluzione attaccando i socialisti e gli anarchici che erano fuori dal suo controllo. Rischiando il carcere e una condanna a morte, non per mano dei fascisti ma delle forze alleate dei sovietici, lasciò la Spagna. Il suo comandante Georges Kopp fu incarcerato e il capo della sua unità, Andrés Nin, fu torturato e ucciso dalla polizia segreta di Stalin.

Lo scrittore britannico avrebbe passato il resto della vita a chiarire che alla sua epoca sinistra significava al tempo stesso idealismo a favore dei diritti umani e stalinismo, che era l’antitesi di tutte queste cose. Dopo essere tornato in Inghilterra, scrisse: “Quando ho lasciato Barcellona a giugno le prigioni erano strapiene. Non di fascisti, ma di rivoluzionari. Sono lì non perché le loro opinioni sono troppo di destra, ma perché sono troppo di sinistra. E ce li hanno messi i comunisti”. Alcuni nella sinistra filostalinista credevano alla propaganda sovietica, mentre altri sapevano come stavano le cose ma erano convinti che bisognava rompere qualche uovo per fare una frittata: i gulag, le bugie e le esecuzioni di massa erano il prezzo da pagare per l’utopia che sarebbe presto arrivata. Nella sinistra di oggi ci sono fratture simili.

La sinistra che mi piace crede nell’uguaglianza e trova forza nei movimenti, come quello per i diritti dei neri

Cos’è la sinistra? Mi piacerebbe saperlo. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022, il fatto che una parte di quella che in teoria è la sinistra giustificasse o perfino tifasse per il regime di Putin ci ha ricordato che, tra le altre cose, per molto tempo la sinistra è stata un’accozzaglia di contraddizioni. Poi ci sono state le “marce della pace” che sostenevano che gli Stati Uniti avrebbero dovuto smettere di aiutare Kiev, e che l’Ucraina avrebbe dovuto arrendersi.

Di recente alcune persone che si dichiarano di sinistra hanno fatto campagna a sostegno del governo cinese, minimizzando le sue violazioni dei diritti umani. Ho visto alcuni negare la repressione degli uiguri, giustificare l’invasione del Tibet, negare l’holodomor – il genocidio attraverso la carestia compiuto dai sovietici negli anni trenta in Ucraina, perfino insabbiare la verità sull’epoca di Pol Pot in Cambogia, e schierarsi con Assad e la sua feroce guerra contro il popolo siriano.

Dovrebbe essere il minimo pretendere che “sinistra” non significhi appoggiare regimi autoritari. Tuttavia l’insieme delle persone e dei programmi che costituiscono questo schieramento contiene al suo interno non solo contraddizioni ma anche nemici giurati. Alcuni dei più accaniti sostenitori di Putin ora sono di destra; altri continuano a dirsi di sinistra, sollevando così la questione di cosa sia la sinistra in generale.

Si potrebbe definire una semplice questione di terminologia, ma il fatto di non riuscire a distinguere le differenze può essere un grosso problema. Qualche anno fa, parlando a un uomo che lavorava per la campagna elettorale presidenziale di Elizabeth Warren, in una fase in cui sia lui sia la candidata democratica statunitense erano attaccati da persone che si consideravano la vera sinistra, gli dissi: “È come se chiamassimo il fuoco e l’acqua con lo stesso nome”.

Forse la divisione sinistra/destra, nata con la rivoluzione francese, a più di due secoli da quell’evento ha superato la sua adeguatezza. I due termini nacquero perché nell’assemblea nazionale francese del 1789 i seggi dei monarchici erano a destra e quelli dei rivoluzionari a sinistra.

L’altra è spesso così concentrata sui peccati degli Stati Uniti da negare quelli degli altri paesi

La sinistra che mi piace crede nell’uguaglianza e spesso trova la sua forza nei movimenti, come quello per i diritti dei neri. A volte penso alla sua versione statunitense attuale come a una forma moderna della Rainbow coalition del reverendo Jesse Jackson. Questa sinistra arcobaleno è un ombrello largo e perciò è spesso più accogliente nei confronti di cose come la religione: dopotutto la chiesa nera ha avuto un ruolo enorme nel movimento e la spiritualità indigena oggi è centrale in molte campagne per la tutela dell’ambiente. Al contrario, molti militanti della vecchia scuola disprezzano le religioni organizzate.

Direi che, grazie alla sua comprensione intersezionale dei problemi e delle soluzioni, la sinistra arcobaleno è più inclusiva di quella che definisce la questione razziale e l’identità di genere irrilevanti, o degli uomini che non considerano i diritti riproduttivi un punto essenziale. Allo stesso modo, la sinistra arcobaleno ha spesso obiettivi radicali ma è pragmatica quando cerca di ottenerli, perché unisce molte persone abituate al compromesso. La purezza del tutto o niente significa spesso scegliere il niente, cioè l’inferno per i vulnerabili e il “ve l’avevo detto” per i privilegiati.

L’altra sinistra, pur avendo alcuni punti in comune nella sua opposizione al capitalismo globale e al militarismo statunitense, ha princìpi operativi molto diversi. Spesso è retrograda, convinta che il conflitto di classe prevalga su tutto il resto (e per lavoratori intende solo quelli delle industrie e non gli immigrati che fanno i rider o lavorano nei centri estetici).

L’altra sinistra spesso è così concentrata sui peccati degli Stati Uniti da negare quelli degli altri paesi. Denuncia l’imperialismo in casa propria ma giustifica quello all’estero (e giudica gli aiuti statunitensi all’Ucraina attraverso la lente delle invasioni americane in Iraq e in Vietnam, senza considerare il ruolo di Wash­ington nell’alleanza europea contro la Germania e l’Italia nella seconda guerra mondiale). Spesso questo schieramento abbraccia qualunque regime o leader in lotta con gli Stati Uniti, anche quando vuol dire schierarsi al fianco di violazioni dei diritti umani, come se i peccati dell’uno annullassero i peccati dell’altro, e si accanisce contro i democratici più che contro i repubblicani.

L’invasione russa dell’Ucraina ha portato a galla alcuni conflitti antichi. Tanti tra quelli che si dichiarano di sinistra sono da tempo ormai degli ultrà di Putin. Il presidente russo è un capo autoritario, un oligarca. È un ostacolo alla lotta ai cambiamenti climatici e guida un rilancio cristiano-nazionalista bianco globale. È omofobo, misogino e antisemita, ed è coinvolto in una guerra imperialista per annettere l’Ucraina. Più a destra di così non si può.

Ma molte persone che si dichiarano di sinistra dicono che gli Stati Uniti avrebbero forzato la mano alla Russia o che sarebbe colpa della Nato. Jan Smoleński e Jan Dutkiewicz sono alcuni tra i numerosi intellettuali dell’Europa orientale a definire questo atteggiamento westsplaining: anche se le argomentazioni in teoria sono antimperialiste, in realtà perpetuano le colpe imperiali, perché negano ai paesi non occidentali la capacità di agire autonomamente. Paradossalmente, il problema dell’eccezionalismo americano è che anche chi lo mette in discussione spesso colloca proprio Washington al centro delle sue analisi.

Certo, questa confusione sulla Russia non è una novità. I militanti occidentali di sinistra s’innamorarono di Mosca durante la rivoluzione da cui nacque l’Unione Sovietica. Alcuni ne furono presto delusi, ma altri restarono devoti fedeli. Quando Stalin era un alleato durante la seconda guerra mondiale, le élite occidentali sostenevano lui e l’Unione Sovietica (di cui all’epoca faceva parte anche l’Ucraina). S’insisteva su questa scelta di campo, mentre si tralasciava il fatto che in precedenza aveva firmato un patto di non aggressione con il governo nazista, con il quale si era spartito l’Europa orientale.

Mentre alcuni dei suoi contemporanei delusi dal comunismo e dagli stalinisti passarono a destra, Orwell restò fedele alla sinistra e respinse al mittente i tentativi dei conservatori che volevano appropriarsi di lui e dei suoi libri, La fattoria degli animali e 1984. Eppure per tutta la vita fu assalito dai dubbi.

Negli Stati Uniti, se non ci fosse stato il maccartismo, la sinistra avrebbe fatto pulizia al suo interno e chiarito le proprie posizioni? Forse avrebbe affrontato l’errore diffuso del sostegno a Stalin e ad altri leader autoritari? A questa domanda non c’è risposta, perché il maccartismo c’è stato. Ha lasciato delle eredità dirette, tra cui quelle che il braccio destro di McCarthy, Roy Cohn, ha trasmesso al suo pupillo Donald Trump.

Tuttavia questa mancanza di chiarezza su cos’è la sinistra e su quali sono i suoi princìpi essenziali continua a creare confusione. È un dilemma antico, ma forse la soluzione è semplice: dire la verità ed essere chiari nel definire le categorie. ◆ fdl

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1552 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati