• 13 Gen 2016 13.21

L’attentato di Istanbul è legato alla guerra in Siria, scrivono i giornali turchi e tedeschi

13 gennaio 2016 13:21

Secondo i mezzi d’informazione turchi come per quelli tedeschi l’attentato di martedì nel quartiere turistico di Sultanahmet, a Istanbul, che ha provocato dieci morti, tra cui almeno nove tedeschi, è conseguenza dell’intervento di Ankara e di Berlino in Siria. Il principale sospettato è il gruppo Stato islamico.

Terrore a Istanbul
Milliyet

“Ancora una volta un kamikaze e ancora una volta un bilancio tragico. Il nostro paese è di nuovo sulle prime pagine dell’attualità in seguito allo scoppio di una bomba, del sangue, del terrore”, afferma Melih Aşık.

L’editorialista si dice “d’accordo” con le dichiarazioni del premier Ahmet Davutoğlu rilasciate dopo l’attentato, attribuito al “vuoto di potere in Siria” e alla situazione di “guerra civile in Siria”, ma aggiunge di “non poter fare a meno di porre alcune domande” che potrebbero suonare retoriche: “Da quali paesi è stato creato il vuoto di potere di cui parla? In un simile contesto, qual è stato l’atteggiamento del suo governo? Il suo governo e l’occidente hanno una responsabilità nello scatenarsi della guerra civile in Siria? Se si potesse tornare indietro, sosterrebbe sempre gli oppositori al regime siriano? Prenderebbe parte a questa guerra civile in Siria che oggi definisce come la ‘più grande causa del terrorismo’?”.

Milliyet, 13 gennaio 2016.

Il prezzo di una pessima politica siriana
Hurriyet

“L’attentato terroristico di Istanbul era annunciato”, scrive Mehmet Yılmaz: “È come se fossimo seduti in permanenza su una bomba che sta per scoppiare e il primo motivo è che troppo spesso abbiamo chiuso gli occhi nei confronti dei gruppi jihadisti con la scusa di voler rovesciare il leader siriano Assad. L’impatto negativo dell’attacco di ieri contro dei turisti, dopo il boicottaggio russo contro il settore turistico, mostra solo la faccia economica della vicenda. La Turchia paga il prezzo della sua politica in Siria, che è sbagliata sin dall’inizio”.

Il terrore nel cuore di Istanbul
Zaman

“No, non si tratta del sudest”, il Kurdistan turco dove l’esercito è impegnato contro i separatisti curdi del Pkk: “Stavolta la bomba ha colpito nel cuore di Istanbul, nel quartiere di Sultanahmet. La maggior parte delle vittime è straniera”, osserva Mustafa Ünal sul giornale di opposizione.

Per l’editorialista, “l’eco dell’attentato si è fatta sentire nel mondo intero. L’esplosione è stata provocata da un kamikaze saudita arrivato dalla Siria. Tutti i dettagli sul suo profilo sono stati rivelati, data di nascita e identità compresi. Si tratta di Nabil Fadli. Non è difficile ora indovinare chi ha trasformato il suo corpo in bomba umana: il gruppo Stato islamico è il sospettato più probabile. Da un po’ i servizi di intelligence avevano avvertito dell’esistenza della minaccia di un kamikaze. Si parlava di elementi terroristici provenienti dalla Siria. È ovvio che il terrorismo abbia per bersaglio Istanbul e altre grandi città come Ankara. La moschea blu è uno di quei bersagli”.

Zaman, 13 gennaio 2016.

La Turchia non è l’Iraq né la Siria
Sabah

Sul quotidiano filogovernativo Mehmet Barlas afferma che “chi considera il terrore, la violenza e le bombe come strumenti legittimi per fare politica non riuscirà mai a uscire dalla marginalità. Ciò che colpisce di più è forse che all’estero sanno analizzare le cose in modo più lucido rispetto a chi è in minoranza in Turchia. Per esempio la cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato dopo l’esplosione a Sultanahmet che ‘abbiamo visto il volto orrendo del terrorismo a Istanbul, Parigi, Ankara e Tunisi. Dobbiamo prendere posizione in modo determinato per affrontarlo’. Come in passato, adesso e in futuro, la Turchia sosterrà che queste minacce sono senza effetto”.

“Nel frattempo”, aggiunge, rivolgendosi all’opposizione e ai filocurdi, “coloro che ritengono che sostenere il terrorismo sia un diritto democratico non avranno né peso né posto nella Turchia del futuro. Le bombe umane siriane, come quelle verbali e scritte turche, non potranno fermare questo paese nel suo percorso giusto e deciso”.

La miscela si fa sempre più minacciosa
Frankfurter Allgemeine Zeitung

“L’attentato di fronte alla moschea blu aveva due bersagli”, scrive Rainer Herrmann: “La Turchia e la Germania. Potrebbe non essere una coincidenza che a quattro giorni dall’inizio del dispiegamento dei Tornado da ricognizione, un gruppo di turisti, tedeschi anche loro, sia stato ucciso a Istanbul. L’attacco era anche contro la Turchia. Perché gli aerei decollano dalla base aerea di Incirlik e perché la Turchia ha annunciato di recente che non consentirà più il transito verso la Siria, attraverso le sue frontiere, di rifornimenti per il cosiddetto gruppo Stato islamico (Is). Quello che succede in Turchia ha un impatto in Europa. La politica irresponsabile nei confronti dei curdi crea nuovi profughi che potrebbero fuggire verso l’Europa. L’aumento delle operazioni militari turche contro le cellule dell’Is nel paese – cosa che sarebbe dovuta avvenire da tempo – avrà anch’esso un prezzo: gli attentati aumenteranno e faranno fuggire i jihadisti verso altri paesi”.

I tedeschi non hanno altra scelta che combattere
Die Welt

Secondo Uwe Schmitt il principio che muove i terroristi e i loro mandanti “è chiaro e tanto perfido quanto il modo in cui agiscono, e rispecchia anche la logica perversa dell’organizzazione Stato islamico (Is): uccidendo dei russi, dei turchi, degli europei in modo indiscriminato spinge verso la creazione di un’alleanza militare tra paesi che altrimenti non si frequentano. L’unico punto debole dell’Is sono le sue ambizioni territoriali, il califfato che vuole costruire. I territori possono essere bombardati, occupati e sconfitti – l’ideologia e il dogmatismo religioso sono molto più difficili da battere. E poiché sono stati attaccati dall’Is, anche i tedeschi non hanno altra scelta che combattere”.

L’attentato colpisce anche la politica tedesca sui profughi
Süddeutsche Zeitung

“L’attentato solleva molti interrogativi”, sostiene Joachim Käppner: “Il modus operandi indica il gruppo Stato islamico (Is) come autore, e i turchi dicono che è così. In tal caso, però, non è chiaro se le vittime tedesche siano state scelte in modo deliberato o se si trovassero solo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel primo caso, il movente sarebbe la vendetta dell’Is contro la Germania, coinvolta nella guerra contro i jihadisti con una fregata e dei Tornado. Se invece la scelta delle vittime è sata casuale, si conferma che chiunque può diventare il bersaglio degli assassini ovunque. Non importa se è seduto in un caffè di Parigi o se sta visitando i monumenti islamici a Istanbul; non importa come un governo fa la guerra al califfato – se, come i francesi risponde duramente o se, come i tedeschi, dimostrano solidarietà fornendo un contributo abbastanza modesto. E il fatto che la coalizione contro l’Is non segua un piano coordinato non rende le cose più semplici”.

La serie di attentati che hanno colpito la Turchia ha conseguenze anche in Germania, aggiunge Käppner, poiché “non è positivo per il disegno della cancelliera di aiutare la Turchia a tenere sul proprio territorio quanti più profughi iracheni e siriani possibile. Siccome Angela Merkel vuole ridurre il flusso di profughi verso la Germania, più la Turchia appare instabile, meno il suo piano rischia di realizzarsi”.

Süddeutsche Zeitung, 13 gennaio 2016.

Il terrorismo vuole ucciderci tutti
Der Tagesspiegel

Gerd Appenzeller sottolinea come finora “il terrorismo islamico avesse ampiamente risparmiato la Germania. Ma si è trattato di un’illusione. Il fatto che l’unico attentato mortale jihadista in Germania sia stato compiuto contro due soldati statunitensi nel 2011 a Francoforte è più dovuto al caso e al lavoro di intelligence della polizia, o semplicemente alla fortuna, perché i detonatori delle bombe non hanno funzionato. Ma da più di dieci anni questa pace apparente è oscurata da attacchi contro cittadini tedeschi nelle regioni turistiche del Mediterraneo. L’attentato suicida di Istanbul ha dei precedenti. Nel 2002 un camion imbottito di benzina si è lanciato contro una sinagoga sull’isola di Djerba dove si trovavano degli stranieri provocando 21 morti, tra i quali c’erano 14 tedeschi. La traccia di sangue dello ‘Stato islamico’ e di Al Qaeda può essere individuata ovunque ci siano turisti. Le vittime possono essere di qualunque religione, musulmani o cristiani. Il terrore non ha preferenze, colpisce la gente del posto come i turisti, i giovani come gli anziani”.

Questa rassegna stampa è in collaborazione con VoxEurop.

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