Gli abitanti di un quartiere di Freetown, in Sierra Leone, messo in quarantena, il 22 febbraio 2015.
  • 13 Gen 2016 16.12

L’epidemia di ebola è finita, ora bisogna curare le economie dei paesi colpiti 

13 gennaio 2016 16:12

Dauda Kamanda, un cercatore d’oro della Sierra Leone, non è mai stato ricco, ma fino all’epidemia di ebola poteva vivere della vendita delle sue pepite ai mercanti che esportavano in Africa e in Medio Oriente.

Poi, nel 2014, uno a uno i suoi clienti libanesi e senegalesi della provincia di Koinadugu, nel nord della Sierra Leone, sono scappati per paura dell’epidemia, ed è venuto meno il suo reddito mensile di 500 dollari (460 euro) che gli permetteva di provvedere alle esigenze della famiglia e dei suoi quattro figli. “Ho dovuto cercarmi un lavoro come facchino in una stazione da cui partono i pullman per la capitale Freetown”, racconta.

Alla vigilia dell’annuncio ufficiale, atteso per il 14 gennaio, della fine della più grave epidemia di ebola della storia (almeno 11.315 morti), i tre paesi più colpiti dell’Africa occidentale contano i danni subiti dalle loro economie.

La Banca mondiale valuta l’ammontare delle perdite del prodotto interno lordo (pil) per questi tre paesi in 2,2 miliardi di dollari (1,4 miliardi per la Sierra Leone, 535 milioni in Guinea e 240 milioni in Liberia). Nel 2015 questi paesi hanno ricevuto delle promesse di aiuto per oltre cinque miliardi di dollari, che non saranno certo troppi per risanare queste economie in crisi.

La crisi delle materie prime in Sierra Leone

La Sierra Leone, per esempio, ha subìto una recessione per oltre il 20 per cento del suo pil. “I settori che di solito trainavano la crescita – l’agricoltura, le miniere e così via – sono stati messi a dura prova”, ha dichiarato all’Afp il ministro dell’economia e delle finanze Kaifala Marah. Inoltre l’impatto economico è stato aggravato da una forte riduzione dei prezzi mondiali del ferro, primo prodotto di esportazione del paese, e dal crollo del settore minerario per la scomparsa degli investitori stranieri in Sierra Leone. La chiusura di due miniere gestite rispettivamente dall’African Minerals e dalla London Mining ha rappresentato una perdita di 7.500 posti di lavoro. Anche se l’occupazione è tornata al livello precedente della crisi, la loro durata e i salari sono inferiori, secondo un rapporto della Banca mondiale pubblicato in giugno.

Guinea e Liberia isolate

Anche nella vicina Guinea la crisi si è fatta sentire sugli investimenti nel settore minerario, e la chiusura di numerosi collegamenti terrestri e aerei ha soffocato un commercio per lo più a carattere informale. Prima dell’epidemia di ebola “andavo spesso a Dubai e a Bangkok per comprare catenine d’oro, il mio negozio era sempre ben fornito e avevo molti clienti in particolare tra i commercianti”, racconta Fatou Baldé. Anche l’import-export di prodotti di base come il riso, il latte, la farina e lo zucchero ha risentito delle conseguenze di questa situazione.

“In tempi normali vendo tra le 35 e le 40mila tonnellate al mese”, osserva Elhadj Diallo, che importa per lo più riso. “Ma durante l’epidemia importavo solo 10-15mila tonnellate perché i fornitori avevano spesso paura di mandare le loro imbarcazioni a Conakry”, spiega questo commerciante che dice di aver dovuto far transitare le sue merci attraverso “il Senegal e il Gambia per non scoraggiare i fornitori, perché la Guinea faceva paura”.

Dall’altra parte della frontiera, in Liberia, Amadou Diallo, che importa merci dalla Guinea, afferma di aver dovuto “ricominciare da zero” a causa dell’ebola. “Era l’inferno, non potevo più uscire dal paese per rifornirmi ed dovevamo sopravvivere con il denaro che avevamo da parte”.

Nell’estate del 2014, durante il momento più grave dell’epidemia, il 12 per cento delle imprese del paese seguite dall’International Growth Centre (Igc), con sede Londra, sono fallite.

Ma la popolazione e i governi dei tre paesi mostrano ottimismo sulla loro capacità di ripresa dopo il trauma dell’epidemia, come ha fatto la presidente liberiana Ellen Johnson Sirleaf. “Possiamo e dobbiamo tornare a quel clima di fiducia che prevaleva prima dell’epidemia di ebola”, ha dichiarato nello scorso luglio in una riunione alle Nazioni Unite insieme ai suoi colleghi della Guinea, Alpha Condé, e della Sierra Leone, Bai Koroma.

Una fiducia confortata, secondo Dianna Games, della società di consulenza sudafricana Africa at work, dalle incoraggianti prospettive di crescita dell’Africa occidentale, stimate al 7 per cento nel 2016”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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