Tre ragazzi originari del Mali nel Centro di seconda accoglienza Gerico a Ragusa, nell’aprile del 2015.

Le ferite invisibili e ignorate dei migranti in Italia

Tre ragazzi originari del Mali nel Centro di seconda accoglienza Gerico a Ragusa, nell’aprile del 2015.
15 luglio 2016 12:31

“Uno dei casi che mi ha colpito di più è quello di un ragazzino eritreo che ho visto quando era appena arrivato in Italia. Dopo lo sbarco ha fatto chilometri a piedi per raggiungere un pullman, finché ha cominciato a sentire come dei chiodi nelle gambe. Una volta arrivato a Roma, le gambe avevano perso tono muscolare, non poteva camminare, aveva gli arti inferiori completamente bloccati. I suoi amici lo avevano portato in braccio al Baobab. Inizialmente avevo pensato che fosse una forma isterica”. Lilian Pizzi è una psicologa che lavora per Medici senza frontiere (Msf), e nell’ultimo anno ha seguito molti casi di richiedenti asilo arrivati in Italia dopo la traversata del Mediterraneo. L’estate scorsa ha lavorato nel centro Baobab per transitanti di Roma, ma anche nei centri di accoglienza di Lampedusa e in Sicilia.

“Molti eritrei che sono stati nel campo militare di Sawa, quello in cui vengono addestrate le reclute, presentano sintomi isterici. Sono forme di resistenza fisica, usano il corpo per dire che non vogliono fare il servizio militare che in Eritrea diventa a tempo indeterminato. Dicono con il corpo quello che non può essere detto in un paese dittatoriale come l’Eritrea. Molti perdono tono muscolare alle gambe o sviluppano strani sintomi come quello di camminare all’indietro”, racconta Pizzi.

“Avevo avuto un caso simile anni prima a Lampedusa, un altro ragazzino eritreo che non riusciva a camminare e si era fatto tatuare sul braccio la scritta ‘Mum, I am sorry’ (Mamma perdonami). Molto spesso i ragazzini eritrei non ancora maggiorenni scappano per sottrarsi alla coscrizione obbligatoria senza dire niente ai genitori e vivono quindi la fuga con un grande senso di colpa verso le famiglie, e in particolare verso le madri che spesso vengono incarcerate quando la polizia scopre che i figli sono emigrati”. Il senso di colpa non li abbandona mai e gli impedisce di affrontare con serenità la vita in Europa.

“Il caso degli eritrei è sicuramente particolare: in loro sono presenti problematiche complesse legate al fatto di essere fuggiti da un contesto dittatoriale, con tutte le ambiguità e le ambivalenze che ogni dittatura presenta”, racconta ancora Pizzi.

Il sistema di accoglienza italiano non è preparato a fornire alcuna forma di assistenza psicologica ai migranti e ai richiedenti asilo

Il punto, tuttavia, è che il sistema di accoglienza italiano non è preparato a fornire alcuna forma di assistenza psicologica ai migranti e ai richiedenti asilo che sono ospitati dai centri: centomila persone (secondo i dati 2015 del ministero dell’interno).

La maggior parte dei richiedenti asilo (80mila persone) viene ospitato dai Centri di accoglienza straordinaria (Cas), istituiti nel 2014 per far fronte all’incremento degli arrivi. I Cas sono al momento il principale sistema di accoglienza dei richiedenti asilo in Italia, con tutti i limiti di un sistema pensato per rispondere a un evento straordinario: improvvisazione, mancanza di standard comuni, qualità dei servizi inferiori alla media e mancanza di trasparenza.

Lilian Pizzi racconta i sintomi di malessere psicologico più diffusi tra i migranti e i richiedenti asilo appena arrivati in Italia: “Si svegliano nel cuore della notte con la tachicardia, in preda agli incubi. Hanno un senso di vuoto e di ansia ricorrente, quando vedono dei poliziotti si spaventano: anche se sanno che non rischiano niente, il pensiero corre subito alla Libia”.

Vittime di tortura

Molte delle persone che arrivano sulle coste italiane vengono da aree di guerra o da paesi governati da regimi repressivi, inoltre nel loro viaggio passano dalla Libia, dove subiscono torture e maltrattamenti di ogni tipo. Un rapporto di Msf pubblicato il 15 luglio sulla salute mentale dei profughi ospitati dai Cas italiani ha messo in luce una maggiore incidenza dei disturbi mentali tra i richiedenti asilo; in particolare tassi più alti di psicosi, depressione, disturbi post traumatici da stress (Ptsd), disturbi dell’umore, disturbi d’ansia e una maggiore tendenza alla somatizzazione.

“Qualche anno fa erano pazienti forti per i quali avevamo strumenti diversi con cui lavorare. Oggi, e soprattutto dopo l’emergenza Nordafrica del 2011, da noi arrivano rifugiati e richiedenti asilo vittime di tortura e di molteplici violenze. Il nostro personale è spesso impreparato a gestire queste situazioni complesse”, afferma un’altra psicologa che ha partecipato alla stesura del rapporto.

Il rapporto di Msf ha preso in esame i richiedenti asilo residenti nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) nelle province di Milano, Roma e Trapani dal luglio del 2015 al febbraio del 2016.

Lo studio evidenzia che i disturbi più diffusi sono quelli legati all’ansia (33,6 per cento), seguiti dai disordini da stress post traumatico (16,3 per cento), dai disturbi depressivi (11,9 per cento), dai disturbi della personalità (1,8 per cento) e dai disturbi cognitivi (0,7 per cento).

Una terapia di gruppo guidata da Pina, psicologa di Msf, nel Centro di seconda accoglienza Gerico a Ragusa, nell’aprile del 2015.

Tra i 387 pazienti presi in esame dalla ricerca di Msf, quasi la metà (48,8 per cento) è stato vittima di eventi traumatici prima del viaggio, e l’82,4 per cento durante il viaggio. Gli eventi traumatici più frequenti prima di lasciare il proprio paese sono l’aver assistito al rapimento o all’incarcerazione di un familiare (15,7 per cento), i conflitti tra famiglie (17,5 per cento) e il sentimento di rischio per la propria vita (3,9 per cento). Gli eventi traumatici riscontrati durante il viaggio sono il carcere e la detenzione (29,3 per cento), il coinvolgimento in conflitti (10 per cento), il lavoro forzato (4,4 per cento), la tortura (7 per cento), la violenza sessuale (3,4 per cento) e il sentimento di rischiare costantemente la propria vita (8,5 per cento).

“In totale il 37,6 per cento della popolazione analizzata ha dichiarato di aver subito eventi traumatici nel proprio paese di origine o durante il percorso migratorio”, si legge nel rapporto. Ai traumi di cui si è fatto esperienza prima e durante il viaggio si sommano le difficoltà incontrate dopo l’arrivo: l’attesa di anni per l’ottenimento della protezione internazionale, la mancanza di prospettive di lavoro e di integrazione, la discriminazione e il razzismo quotidiani, la disillusione rispetto al proprio progetto migratorio, il sentimento di inadeguatezza, l’isolamento e il sovraffollamento delle strutture di accoglienza.

Per dare una risposta adeguata a questo tipo di problemi è necessario, secondo Msf, che sia prevista in tutte le strutture che accolgono i richiedenti asilo la presenza di mediatori culturali e di psicologi che abbiano esperienza nel trattamento dei migranti, con alle spalle studi di etnopsichiatria e psicologia transculturale. È necessario, per Msf, che siano previsti protocolli per la cura psicologica delle persone che presentano disturbi mentali, in collaborazione con il servizio sanitario nazionale, che infine ci siano più controlli da parte delle autorità sulle strutture che ospitano i migranti, spesso inadeguate.

Al momento, i mediatori culturali sono presenti in maniera discontinua e in una funzione di meri traduttori, gli psicologi che lavorano nei centri non hanno esperienza nel trattamento dei richiedenti asilo e propongono protocolli di cura che tengono conto solo delle categorie diagnostiche occidentali e, infine, il sistema sanitario nazionale ha un ruolo minimo nella gestione dei disturbi psicologici nei richiedenti asilo.

Purtroppo c’è continuità tra quello che i migranti vivono in Libia e quello che vivono in Europa

“Il messaggio che viene dato a queste persone nel corso dei mesi di viaggio è che non siano esseri umani. Sono vittime di violenze di ogni tipo, e lo scopo di queste violenze che subiscono è quella di annichilirli”, afferma Lilian Pizzi. “Partono in seguito a una scelta personale molto forte, chiunque emigri lo fa dopo aver fatto una valutazione molto intima delle proprie motivazioni”, continua. “Ma durante il viaggio questa soggettività viene annientata, vengono trattati come numeri, come mandrie. Nel deserto e poi in Libia, fino ai barconi: vengono trattati come puri corpi. Ma quando poi arrivano nel nostro continente, il continente dei diritti, il continente delle libertà individuali, quello che succede è che spesso vengono trattati allo stesso modo: come corpi e non come soggetti, vengono ammassati nei centri di accoglienza”.

“Nei centri di accoglienza viene dato da mangiare e da dormire, ma non gli viene dato nessun diritto, nessuno si occupa di ridargli la parola. Purtroppo c’è continuità tra quello che i migranti vivono in Libia e quello che vivono in Europa: in Libia la violenza è fisica e psicologica, in Europa la violenza è spesso simbolica. Il rapporto con lo stato diventa perverso, vieni messo in un centro di accoglienza che spesso non ha niente di accogliente”, conclude la psicologa. “Dare ascolto e diritto di parola a queste persone è l’unico modo per interrompere la serie di violenze e di traumi che hanno subito, non sono solo corpi bisognosi, sono soggetti, soggetti politici. La trama invisibile della violenza che hanno subito deve poter emergere, anche la violenza dei traumi presenti non solo quella dei traumi passati, per aiutarli ad emanciparsi e non vivere la violenza soltanto come vittime”.

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