La stazione ferroviaria di Ventimiglia, il 19 maggio 2015.
  • 23 Gen 2017 17.34

I ferrovieri francesi boicottano la caccia ai migranti a Ventimiglia

23 gennaio 2017 17:34

Il 23 dicembre 2016 nella frazione di Latte, poco oltre Ventimiglia, un treno regionale diretto a Nizza investe un gruppo di migranti in cammino lungo la ferrovia verso la Francia. Un ragazzo senza documenti è stato sbalzato sulla massicciata ed è morto sul colpo. I suoi compagni sono fuggiti prima dell’arrivo dei soccorsi e della polizia ferroviaria. Erano le 20.38, l’incidente è avvenuto al chilometro 255,4, vicinissimo alla frontiera francoitaliana. Secondo il quotidiano la Repubblica, la vittima è un algerino di circa 25 anni.

Per l’azienda delle ferrovie francesi (Sncf) questo decesso è al tempo stesso un incidente ai danni di una persona e un incidente sul lavoro, poiché il macchinista alla guida del regionale, traumatizzato, si è messo in congedo. È il quinto incidente che coinvolge migranti, il primo mortale, che si è verificato sulla linea Ventimiglia-Mentone dall’inizio di agosto 2016.

Il 5 agosto del 2016 un giovane sudanese di 27 anni era rimasto gravemente ferito dopo essere stato investito da un treno francese nell’ultima galleria nella tratta italiana, riportando un trauma cranico. È stato portato in elicottero all’ospedale San Martino di Genova. “Mentre con il treno mi avvicinavo a un varco di frontiera, mi sono accorto di tre individui sulla ferrovia e ne ho investito uno”, ha riferito il macchinista del treno nel verbale della Sncf. All’arrivo dei soccorsi, gli altri due erano spariti.

L’11 agosto sul versante francese un sudanese era precipitato in piena notte da un ponte ferroviario, verosimilmente per sfuggire a una pattuglia militare. È ancora oggi in ospedale, sospeso tra la vita e la morte. “È stata avviata un’inchiesta giudiziaria tuttora in corso, ma dai primi elementi sembrerebbe che l’uomo abbia cercato di evitare di incrociare una pattuglia del dispositivo Sentinelle che si stava avvicinando”, spiega il procuratore di Nizza Jean-Michel Prêtre. “Dopo averla vista si è allontanato dalla strada senza rendersi conto, nell’oscurità, di trovarsi nei pressi di un ponte”. Poiché, a differenza degli incidenti precedenti, quest’ultimo è accaduto in territorio francese, è l’unico incidente grave registrato dalla giustizia francese.

Il 31 agosto un macchinista francese ha segnalato un incidente che ha coinvolto una persona in territorio italiano e il traffico sulla linea è stato interrotto. Secondo i mezzi d’informazione italiani, il regionale che conduceva ha “sfiorato” un gruppo di tre o quattro migranti nella zona di Ventimiglia. Avendo avvertito un colpo, il conducente ha avvisato i soccorsi e la polizia italiana che al loro arrivo non hanno trovato nessuno.

Alle 22.20 del 1 ottobre del 2016 un macchinista francese ha avvertito un colpo poco prima di fermarsi nella stazione di Mentone-Garavan, la prima fermata sul versante francese. Era notte. Dopo alcune ricerche il conducente ha visto alcune persone fuggire via, ma non ha trovato né morti né feriti.

L’incubo dei macchinisti
In caso di incidente in cui siano coinvolte altre persone, la procedura alla Sncf è sempre la stessa. Il macchinista deve fermarsi, scendere a ispezionare le rotaie e avvisare il posto di blocco affinché blocchi la circolazione fino a quando non saranno intervenuti la polizia e i soccorritori. Secondo Cyrille Poggi, rappresentante dei macchinisti all’interno della Confédération générale du travail (Cgt) per le Alpi Marittime e il Var, la linea Ventimiglia-Nizza è diventata l’incubo dei macchinisti.

“Sono traumatizzati perché capitano molti incidenti in cui sono coinvolte persone, a causa della presenza di profughi nelle gallerie”, spiega il sindacalista Poggi, di 37 anni. “La linea è tortuosa, con gallerie non illuminate e una visibilità pessima. Servono tra i 300 e gli 800 metri per fermare un treno. Ruote in metallo su una rotaia in metallo frenano male. Spesso gli incidenti accadono di notte: i profughi attraversano in gruppo e non troviamo i corpi”. Dopo un incidente, è obbligatorio che arrivi un altro macchinista a sostituire il primo, “e questo influisce sulla produttività della Snfc, perciò la direzione vorrebbe ripristinare il fischio nelle gallerie”.

“Circoliamo sempre correndo il rischio di investire delle persone”, osserva un controllore che preferisce restare anonimo. “I macchinisti in particolare sono sottoposti a un forte stress quando superano una galleria. In ogni tragitto incrociamo tantissima gente, soprattutto di mattina presto o alla fine della giornata”. I macchinisti hanno perciò preso l’abitudine di “suonare di loro iniziativa il clacson nelle gallerie, perché questa storia va avanti da diversi anni”. E più precisamente dal 2011, quando la primavera araba e le rivoluzioni nel mondo arabo hanno trasformato Ventimiglia in un punto di ingresso in Francia per migliaia di tunisini.

Gli agenti che lavorano su queste due linee incrociano tutti i giorni migranti che camminano lungo i binari per evitare i controlli di polizia a bordo dei treni

Un altro macchinista che lavora alla Sncf dal 1998 ricorda di aver sempre sentito parlare di incidenti con imigranti in questa zona. “All’epoca li chiamavamo clandestini, ma oggi il fenomeno si è accentuato”, dice. “È molto pericoloso: camminano sulle rotaie, perché è più facile che camminare sui lati, in pendenza e con i sassi. Non sono abituati alla velocità dei nostri treni. Ignorano poi, come molti francesi, che un treno non lo si sente arrivare e che impiega alcuni minuti per fermarsi del tutto”.

Da Ventimiglia due linee ferroviarie arrivano in Francia: la più frequentata passa da Mentone e dalla costa, l’altra attraversa le montagne e la valle del fiume Roia. Dal ripristino dei controlli alle frontiere, stabilito dalla Francia nel novembre del 2015, ferrovieri che lavorano su queste due linee incrociano tutti i giorni migranti che camminano lungo i binari per evitare i controlli di polizia a bordo dei treni. “Prima molti migranti andavano a Mentone, Sospel e Tenda”, osserva un bigliettaio. “Adesso non li vediamo più alle biglietterie, camminano sulle rotaie”.

Capita ancora però che alcuni si perdano e si ritrovino nelle vicinanze delle stazioni. “Mentre cerchiamo il convoglio del primo treno a Breil-sur-Roya, ci capita di imbatterci in gente che ha dormito vicino alle carrozze, all’aperto”, racconta un macchinista. “Comincia a fare molto freddo, assisteremo a veri e propri drammi”. Una sera di fine settembre un ferroviere della Sncf ha trovato sulla banchina a Breil-sur-Roya “un giovane migrante spaventato e affamato”. Per dargli riparo ha ospitato il “ragazzino” per una notte nel centro d’accoglienza locale della Sncf e poi l’ha nascosto nella cabina di guida del primo treno per Nizza.

Un accampamento di migranti nella stazione ferroviaria di Ventimiglia, il 15 giugno 2015.

Per sfuggire ai controlli, i candidati alla traversata si nascondono anche sotto i sedili o nella locomotiva di coda se il macchinista ha dimenticato di chiudere il finestrino. “Sulla linea che viene da Breil-sur-Roya la situazione è sconfortante, ce ne sono di 14 o 15 anni”, un controllore, snervato dalla loro presenza. “Si nascondono in posti pericolosi: i quadri elettrici, i giunti a soffietto, gli armadietti degli attrezzi. È una situazione insostenibile”.

Il 21 dicembre 2016, su un treno per Nizza, due giovani migranti nigeriani si sono salvati grazie a una pattuglia della polizia ferroviaria italiana nella stazione di Ventimiglia. “L’attenzione dei poliziotti italiani è stata attirata da deboli colpi provenienti dal vano di un quadro elettrico”, riferisce la stampa italiana. All’interno di quello spazio esiguo, i funzionari hanno trovato due giovani, uno svenuto, l’altro sfinito e debolissimo. Il trafficante che li aveva fatti sperare nella possibilità di arrivare in Francia pagando 150 euro, li aveva poi chiusi a chiave in quell’armadio. “Tutti i trafficanti hanno chiavi che aprono le cabine e gli armadietti”, assicura un addetto della Sncf.

L’ambiguità della azienda delle ferrovie
Anche se non hanno vissuto esperienze così tragiche, molti ferrovieri si rifiutano di partecipare a quella che definiscono “una caccia ai migranti” e denunciano al riguardo l’ambiguità della Sncf. “Ci battiamo affinché la Sncf la smetta di collaborare alla caccia ai migranti”, dice Najim Abdelkader, 36 anni, segretario della Cgt per i ferrovieri nel settore di Nizza. “Purtroppo la Sncf ha messo a disposizione della prefettura alcuni locali (ex appartamenti affittati a ferrovieri) a Mentone-Garavan adibiti al respingimento dei profughi. E nei treni, i poliziotti perquisiscono i quadri elettrici e i bagni, ed è stata la Sncf a fornirgli le nostre chiavi”.

Abbiamo ottenuto una circolare di servizio interna all’azienda pubblica intitolata “Misure di sicurezza per adattarsi al contesto migratorio”. Si tratta di una circolare non datata e diffusa nella regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, in cui capostazione e controllori vengono esortati a segnalare al posto di comando nazionale per la sicurezza (Pcns) la presenza di “gruppi in stazione che prendono il treno” o “a bordo”, “per poter situare gli eventi e consentire alla Sncf di lavorare in coordinamento con i servizi dello stato e le associazioni”. Nella circolare si specifica inoltre che a seguito di una “riunione di crisi” il 26 luglio del 2016 a cui hanno partecipato la direzione della sicurezza della Sncf, la direzione dipartimentale dei territori, la sorveglianza generale (Suge) della sicurezza ferroviaria e la polizia di frontiera, è stato deciso “il rafforzamento della presenza delle autorità nelle stazioni e sui treni in base alle necessità della Sncf” e “l’organizzazione di operazioni di forza”.

Il che appare piuttosto estraneo alla missione principale dell’azienda pubblica, incaricata con una legge del 4 agosto del 2014 di concorrere al “servizio pubblico ferroviario e alla solidarietà nazionale, oltre che allo sviluppo del trasporto ferroviario, con un’attenzione particolare allo sviluppo duraturo”. “Ci viene richiesto di segnalare tutti i gruppi di migranti, è delazione”, afferma un controllore della regione Paca che preferisce restare anonimo. Secondo la legge, solo in caso di frode un controllore può “esigere la produzione di un documento di identità”. Se il colpevole di frode non ha con sé un documento, gli agenti possono avvertire un ufficiale di polizia giudiziaria (Opj) e trattenere il trasgressore fino all’arrivo di quest’ultimo.

Molti migranti provenienti dall’Italia viaggiano con il biglietto, e alcuni ferrovieri fanno notare che non spetta a loro chiedere i documenti di identità, e meno che mai segnalarli alla polizia. “Non effettuiamo controlli in base all’aspetto esteriore. Non ci capita di dire, ‘To’, guarda, due neri, chiediamogli il biglietto’, eventualmente li incrociamo controllando tutti i passeggeri del treno”, afferma Najim Abdelkader.

Dopo un po’ si ha l’impressione di essere dei delatori. Queste persone cercano di scappare da un paese in guerra

A Mentone-Garavan, la prima stazione in territorio francese, i poliziotti e i gendarmi della squadra mobile stanno in stazione dal primo all’ultimo treno, dalle 5 del mattino a mezzanotte. Questo dispiegamento di forze di polizia infastidisce il sindacalista che sottolinea come nel 2011, dopo un’ondata di aggressioni, i ferrovieri della Cgt avessero chiesto invano un aumento del numero di poliziotti. “E oggi le autorità trovano un numero incalcolabile di agenti di polizia per scacciare i profughi dal nostro paese!”.

Per facilitare i controlli di polizia, la Sncf ha modificato i suoi orari, prolungando la fermata nella stazione di Mentone-Garavan e aggiungendo una fermata per i treni ad alta velocità che partono da Ventimiglia. “Le associazioni di consumatori si lamentano per i ritardi”, spiega un ferroviere. I controlli nel frattempo continuano a essere effettuati in modo discriminatorio, nonostante la condanna in via definitiva dello stato francese nel novembre del 2016. “Un controllo di identità fondato su caratteristiche fisiche associate a un’origine vera o supposta, senza alcuna giustificazione oggettiva preliminare, è discriminatorio: si tratta di una colpa pesante che chiama in causa direttamente lo stato”, aveva ricordato in quell’occasione la corte di cassazione.

Passeggeri troppo zelanti
A Mentone-Garavan, però, è materialmente impossibile per i poliziotti e i gendarmi della squadra mobile controllare in pochi minuti un sessantina di passeggeri, che triplicano il venerdì, giorno in cui a Ventimiglia si tiene il mercato. “I poliziotti raramente chiedono i documenti a tutti, lo fanno piuttosto in base all’aspetto fisico”, conferma Nadjiim Abdelkader. “A Ventimiglia le pattuglie franco-italiane setacciano la banchina. Lasciano salire solo i passeggeri bianchi e chiedono i documenti a quelli di pelle scura”. Il delegato sindacale spiega di essere stato a sua volta sottoposto a controlli mentre accompagnava sul treno in abito civile alcuni giovani che avevano passato l’esame di macchinista. “A Mentone-Garavan un funzionario di polizia ha chiesto i documenti a me e non a quelli che mi stavano attorno”. “Vengono controllati perfino i colleghi in uniforme, arabi o neri”, riferisce dal canto suo Cyrille Poggi. “A volte i poliziotti controllano più volte ragazzi conosciuti solo per fargli sapere che non sono i benvenuti. Il punto è che si tratta di una situazione difficile, che si ripete senza sosta e fa saltare gli argini tra le forze dell’ordine”.

I ferrovieri della Sncf sono apertamente sollecitati dalle forze dell’ordine. Il rappresentante sindacale, che è anche un macchinista, spiega: “I poliziotti ci chiedono ‘Tu ne hai?’. ‘Di che parli?’ gli dico. ‘Io non so riconoscere una persona in condizioni di irregolarità’. I poliziotti si indicano la faccia, vogliono dire ‘nero’. Mi hanno già chiesto le chiavi di servizio per aprire una cabina”. Un controllore riferisce scene simili: “A me i gendarmi chiedono: ‘Voi ne avete visti?’. Io resto neutrale, perché dopo un po’ si ha l’impressione di essere dei delatori. Queste persone cercano di scappare da un paese in guerra”.

Con il tempo questo tipo di controlli discriminatori diventa di routine. “Ci siamo abituati”, dice un macchinista. “Sappiamo che a Ventimiglia i poliziotti italiani e francesi sulle banchine filtrano i viaggiatori e che a Mentone-Garavan i poliziotti ispezionano il treno e che ci autorizzeranno a ripartire solo dopo aver finito. Cosa si può fare? La nostra direzione ci ha fatto capire molto bene che non bisogna far passare questa gente e che ci esponiamo a delle sanzioni. Tanto più che siamo in una regione di destra, e questo si avverte anche tra i macchinisti. Abbiamo alcuni agenti che sono zelanti delatori. Il macchinista è un cittadino come un altro, guarda Tf1 e ha problemi di potere d’acquisto”.

A volte, raccontano diversi ferrovieri, sono gli stessi passeggeri a denunciare i migranti: “Sono sotto il sedile!”. “Questo a volte gli si ritorce contro”, dice ridendo un macchinista. “Una volta è capitato che un passeggero ha chiamato i poliziotti sostenendo che alcuni migranti erano nascosti, che lui aveva lavorato in Africa e che sapeva che erano dei ladri, che venivano in Francia per vendere la droga, eccetera. Il poliziotto gli ha chiesto perché lo avesse fatto, come faceva a sapere che si trattava di clandestini e se lui, piuttosto, avesse i documenti. È finito sulla banchina, perché il controllore si è reso conto che non aveva il biglietto e l’ha fatto scendere!”.

A volte però i controlli vanno fuori controllo. Cyrille Poggi racconta di aver assistito a una scena molto violenta a Sospello alla fine di agosto quando sono state mostrate anche le armi. “Nel treno c’erano moltissimi profughi, i due gendarmi volevano che chiudessi le porte”, racconta. “Volevano bloccare i profughi nel treno in attesa di rinforzi. Ma questo non spetta a noi, mi sono rifiutato. Hanno chiamato il computer della Sncf per cambiare la segnaletica e impedirmi di partire. I profughi che avevano le scarpe da tennis sono scappati via, quelli in infradito o scalzi sono rimasti bloccati. Un gendarme ha usato un Taser. Il più alto in grado alla fine ha assunto un atteggiamento intimidatorio e ho pensato che avrebbe sparato. I profughi però non rappresentavano alcuna minaccia, al contrario, volevano fuggire!”.

Migranti fuori della stazione ferroviaria di Ventimiglia, il 21 agosto 2015.

Un’altra volta, “sul primo treno in partenza alle 4.53 da Ventimiglia”, racconta, a Mentone-Garavan alcuni gendarmi gli hanno chiesto di poter viaggiare nella sua cabina per bloccare le porte alla fermata successiva. “Volevano che a Beaulieu-sur-Mer (la fermata prima di Nizza) io bloccassi i passeggeri e che i loro colleghi salissero dalla mia cabina per incastrare i profughi nel treno. Per salire nella mia cabina, però, serve un’autorizzazione speciale, i macchinisti hanno bisogno di essere concentrati”.

Stratagemma burocratico
Invece di seguire la procedura di espulsione verso l’Italia delle persone straniere arrestate, a Mentone-Garavan le forze dell’ordine le fanno salire sull’ultimo treno in direzione opposta, verso Ventimiglia. Senza formalità né biglietti, a gruppi di una trentina di persone. Per vincere le reticenze dei suoi impiegati, la Sncf ha appeso nella sala riservata ai controllori a Nizza una nota che ricorda l’obbligo legale dei trasportatori a “prendersi cura delle persone che ci vengono affidate”. Il codice relativo agli stranieri prevede in realtà che nel momento in cui a uno straniero non europeo è negato il permesso di entrare in Francia, “l’azienda ferroviaria che l’ha trasportato è tenuta, su richiesta delle autorità a mettere a disposizione delle stesse luoghi che consentano di rimandare lo straniero al di là della frontiera francese”.

“Spesso si tratta di famiglie con bambini che si ritrovano a dormire nella stazione a Ventimiglia”, racconta Najim Abdelkader. “Sono sempre più numerosi i macchinisti che rifiutano di farli salire. Questo ha provocato qualche discussione tra i più coraggiosi e i poliziotti”. Un ferroviere, che preferisce restare anonimo, ha accettato di raccontarci uno di questi episodi. “A settembre, nella stazione di Mentone-Garavan, in direzione Ventimiglia, cinque poliziotti hanno cercato di far salire a bordo del mio treno un gruppo di una quindicina di migranti, tra cui almeno una decina di minori”, spiega. “Mi sono rifiutato, perché erano dei minori, da soli. I poliziotti mi hanno detto che c’erano i loro genitori. Ho chiesto i documenti che lo dimostrassero. Ho fatto partire il mio treno. Al ritorno i poliziotti mi aspettavano arrabbiati, hanno tirato fuori i loro cellulari e mi hanno fatto delle foto e dei video. ‘Chi le ha dato l’autorizzazione a ripartire?’. Questi metodi mi ricordano gli anni tra il 1939 e il 1945”.

Secondo la legge francese, qualsiasi minore non accompagnato deve essere preso in carico dalla polizia e sistemato in un centro di accoglienza per minori (Ase) nel dipartimento di pertinenza. La prefettura della Alpi Marittime, però, ricorre al pretesto del ripristino dei controlli alle frontiere per rifiutare di dare questa protezione. L’arguzia escogitata è la seguente: poiché i minori sono controllati a uno dei tredici punti di passaggio autorizzati (Ppa) delle Alpi Marittime, come la stazione di Mentone-Garavan o quella di Sospello, questi stranieri sono considerati come “non entrati” in Francia, e dunque “non ammessi”. “I poliziotti mi dicono che [la protezione dei minori non accompagnati, ndr] riguarda la Francia, non la frontiera”, riferisce il ferroviere citato. “Ma quella di Mentone-Garavan è una stazione francese!”.

Una clientela non prevista
Dopo Mentone-Garavan, i controlli sono più sporadici. Alcuni migranti che hanno pagato un biglietto fino a Parigi sono stati fermati a Cannes e hanno ritentato la sorte su un treno successivo o camminando lungo le rotaie. Altri riescono a raggiungere la stazione Saint-Charles di Marsiglia, oppure vagano in piccoli gruppi, senza bagagli. I meno fortunati prendono gli “autobus di Macron”, una clientela che l’ex ministro dell’economia promotore della liberalizzazione degli autobus di lunga percorrenza di sicuro non aveva previsto. Un bigliettaio, abituato a questi clienti, gli consiglia in inglese di allontanarsi dalla stazione in attesa della partenza del loro autobus per evitare i controlli della polizia.

“Nel Tgv per Parigi la maggior parte dei profughi ha il biglietto, a volte di 180 euro per la prima classe se la seconda è piena”, dice Najim Abdelkader. “Se non hanno i biglietti, cerchiamo di avere la loro identità, a volte hanno lettere di associazioni in cui si chiede ai controllori di essere comprensivi nei loro confronti”. In assenza di documenti di identità, i controllori dovrebbero avvertire un ufficiale di polizia giudiziaria, che salirà alla prima fermata o aspetterà sulla banchina all’arrivo a Parigi. Schiacciati dallo stato di urgenza, però, i poliziotti non si spostano più. “La maggior parte dei controllori non lo fa, si è creata una solidarietà piuttosto che una caccia all’uomo”, assicura il sindacalista. “Spesso i colleghi danno una bottiglia d’acqua o gli pagano un panino nel Tgv. Molti sanno che stanno scappando dalla morte e da ciò che hanno già subìto”.

In un Tgv per Parigi incontriamo anche un controllore che porta una bottiglia d’acqua a due ragazzi sudanesi di 16 e 24 anni, senza biglietto: hanno camminato da Ventimiglia a Nizza e non dormono “da quattro notti”. “Un viaggiatore senza biglietto è sempre un problema”, sottolinea il controllore. “Loro però sono sempre puliti, educati e calmi. Perfino quando dobbiamo chiedergli di scendere ad Avignone, non fanno mai storie. Certo, poi dipende dai colleghi, alcuni sono particolarmente zelanti…”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul sito d’inchiesta online Mediapart. “Per questo articolo”, scrive l’autrice, “ho intervistato due sindacalisti dei ferrovieri della Cgt. Cinque altri addetti dell’Sncf hanno accettato di rispondere alle mie domande, chiedendo di rimanere anonimi per ragioni professionali. La Sncf, contattata attraverso il suo ufficio stampa, non ha fornito risposte, così come non ha risposto la prefettura delle Alpi Marittime, sollecitata per avere un quadro dettagliato degli incidenti avvenuti lungo i binari”.

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