Un murale al Cairo, in Egitto, nel dicembre del 2014.
  • 15 Gen 2016 09.27

Una nuova stagione per le rivoluzioni arabe

Bernard Guetta
15 gennaio 2016 09:27

È una catastrofe, una pura e semplice catastrofe. Non ci sono altre parole per definire il bilancio delle rivoluzioni arabe entrate nel loro sesto anno di vita, perché a parte l’eroica Tunisia gli altri paesi sono in crisi profonda.

Il caos trionfa in Siria ma anche nello Yemen, stritolato nella guerra d’influenza tra l’Arabia Saudita e l’Iran; in Bahrein, dove una dinastia sunnita continua a reprimere la popolazione sciita; in Egitto, dove il maresciallo Al Sisi cerca di far passare Hosni Mubarak per un difensore dei diritti umani; in Libia, dove l’anarchia ha aperto la porta ai jihadisti del gruppo Stato islamico, e in tutto il Medio Oriente, precipitato in un baratro sanguinario di cui non si vede la fine.

In questo contesto non sorprende che qualcuno rimpianga le dittature di ieri, ma davvero è possibile pentirsi della storia?

Le ali della libertà

Di sicuro possiamo rimpiangere il fatto che i potentati di ieri non abbiano capito in tempo che i loro popoli non avevano più intenzione di tollerare la loro corruzione e non hanno introdotto le riforme che avrebbero evitato questa rivolta generale.

Fatta eccezione per la Libia, i popoli arabi hanno attaccato da soli i loro tiranni

Chiaramente sarebbe stato meglio, come sarebbe stato meglio che Luigi XVI avesse ascoltato i consigli di Turgot. Ma non è successo. La Tunisia e la fuga del suo presidente hanno dato ali alla libertà, e questo non si può rimpiangere.

Fatta eccezione per la Libia, dove il torto delle grandi potenze non è stato quello di impedire i massacri pianificati da Gheddafi ma di non prolungare il loro intervento con una missione per il mantenimento della pace, i popoli arabi hanno attaccato da soli i loro tiranni, e l’unica cosa che vale la pena di chiedersi oggi è come vivono questi popoli.

Per il momento subiscono altre atrocità, ma non dimentichiamo che la rivoluzione francese era sfociata nel terrore, in due imperi e in due restaurazioni, e che c’è voluto più di un secolo per arrivare alla repubblica.

Le rivoluzioni sono sempre atroci, ed è per questo che è meglio evitarle. Ma torniamo al Medio Oriente.

Al di là delle masse di profughi e di tutto il sangue versato, sono in atto tre cambiamenti. Il primo è la cancellazione delle frontiere risalenti all’epoca coloniale, che cedono ovunque davanti a un irresistibile desiderio di creare stati-nazione cementati da un’unica fede, da un’appartenenza etnica o da entrambe le cose. Il secondo cambiamento è l’evoluzione della rivalità plurisecolare tra l’Arabia, diventata saudita, e la Persia, diventata Iran.

Il terzo cambiamento è il fallimento programmato dei jihadisti, troppo lento ma inevitabile, e l’affermazione parallela di scenari pluralisti alimentati dalla piccola borghesia conservatrice, che troviamo nei partiti religiosi, e dalle classi medie urbane che avevano partorito le rivoluzioni del 2011 e che aspirano alle libertà individuali e allo stato di diritto.

Siamo davanti a una precipitazione chimica e la sua stabilizzazione sarà lenta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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