Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan partecipa a un comizio a Istanbul, il 12 marzo 2017.
  • 13 Mar 2017 09.50

L’Europa è divisa di fronte alle pretese di Erdoğan

Bernard Guetta
13 marzo 2017 09:50

Recep Tayyip Erdoğan è un uomo che si permette di definire “naziste” le autorità tedesche e olandesi. È un uomo la cui deriva dittatoriale è ormai palese, un uomo che ha imbavagliato i mezzi d’informazione e incarcerato (o privato del lavoro) decine di migliaia di concittadini.

Eppure la Francia è l’unico paese europeo ad aver autorizzato uno dei collaboratori di Erdoğan a fare campagna elettorale, il 12 marzo a Metz, in favore del sì al referendum per la concessione di pieni poteri, o quasi, al presidente turco.

A priori noi francesi non possiamo esserne fieri. È naturale disapprovare questa compiacenza nei confronti di un individuo del genere e non comprendere questa mancanza di solidarietà nei confronti dei nostri partner europei. Questo sentimento è stato espresso con forza sia da François Fillon sia da Emmanuel Macron. Ma forse dovremmo superare queste prime impressioni.

Erdoğan non è affatto sicuro di vincere il referendum. Se dovessi scommettere punterei sul sì, perché Erdoğan può contare su una forte base sociale che le difficoltà economiche non hanno ancora intaccato e dispone di tutti i mezzi (sia d’informazione sia nelle istituzioni dello stato) per influenzare il voto. Ma la sua popolarità è in calo costante da almeno due anni, e oggi il paese è spaventato dal suo presidente.

Il presidente turco vuole trovare nella diaspora i voti che potrebbero mancargli in patria

Sono spaventate le classi medie urbane profondamente legate alla democrazia, è spaventata la minoranza curda contro cui Erdoğan ha riacceso una guerra civile per soddisfare i suoi elettori più nazionalisti e sono spaventati gli imprenditori, che osservano con preoccupazione il calo della crescita e l’aumento del deficit.

Il 16 aprile, giorno del voto, Erdoğan potrebbe anche perdere, ed è per questo che ha organizzato questa serie di incontri in Europa. Il presidente turco vuole trovare nella diaspora i voti che potrebbero mancargli in patria.

Ma davvero Erdoğan non ha considerato che nei Paesi Bassi si vota tra due giorni e in Germania tra sei mesi? E che per questo i leader conservatori dei governi di coalizione che guidano entrambi i paesi non volevano fare il gioco dell’estrema destra lasciando che un paese straniero facesse campagna elettorale sul loro territorio?

Davvero non ha capito che gli insulti con cui ha accolto i divieti, assolutamente legali, che hanno impedito lo svolgimento degli incontri in Europa non piegheranno i governi che ha offeso?

La verità è che per Erdoğan si trattava di lasciare o raddoppiare. Se fosse riuscito a fare pressione sulla diaspora, tanto meglio. Se invece gliel’avessero impedito avrebbe potuto provare (ed è quello che sta facendo) a infiammare gli elettori turchi in nome dell’orgoglio patrio calpestato. È un gioco miserabile e sgradevole, ma resta il fatto che per la Francia il modo migliore di rispondere non era necessariamente quello di dare ragione a quest’uomo, al quale si oppone solo un fronte europeo che né i tedeschi né gli olandesi vogliono, anche perché non si sentono affatto minacciati dalle sparate indegne di un capo di stato che sta perdendo ogni buon senso.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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