Diksha, due volte madre surrogata, davanti alla sua casa ad Anand, in India, il 24 agosto 2013.
  • 04 Ago 2015 16.27

La maternità surrogata ha bisogno di più regole e meno polemiche

Claudio Rossi Marcelli
04 agosto 2015 16:27

L’articolo di Martín Caparrós sullo sfruttamento delle madri surrogate in India e in Nepal pubblicato la settimana scorsa sul sito di Internazionale racconta piuttosto accuratamente quanto accade in quei paesi. In generale, ricorrere alla gestazione per altri (gpa) in paesi poveri come la Thailandia, il Messico, l’Ucraina, la Georgia o appunto l’India e il Nepal significa esercitare un potere economico talmente forte sulla popolazione locale da rendere praticamente impossibile verificare se la scelta di una donna di portare avanti una gravidanza per qualcun altro sia libera oppure no. Quando si tratta di sfamare la propria famiglia, è probabile che qualunque donna indiana sia disposta a tutto. O forse è la sua famiglia a costringerla. Ma anche al di fuori da una situazione di grave indigenza, di fronte all’offerta di un compenso pari a vari anni di stipendio diventa difficile per una donna dire di no. Prima ancora che una questione etica sulla gestazione per altri, quindi, quello di cui parla Martín Caparrós è un rapporto di sfruttamento economico del mondo ricco nel confronti dei paesi poveri.

La legislazione dei paesi coinvolti, più che un’effettiva volontà di evitare abusi sembra soprattutto una corsa ai ripari per evitare complicazioni a livello internazionale. Come la Thailandia che, dopo il caso di una coppia di genitori australiani eterosessuali che hanno abbandonato alla madre surrogata un bambino affetto dalla sindrome di Down, ha introdotto un divieto di gestazione per altri agli aspiranti genitori stranieri e omosessuali. O qualche anno prima l’India, che stufa di avere a che fare con magagne diplomatiche, ha limitato l’accesso alla maternità surrogata alle coppie eterosessuali regolarmente sposate da almeno due anni.

Interessante notare che in entrambi i casi è scattato un divieto alle coppie omosessuali, mentre non è stato adottato assolutamente nessun provvedimento per migliorare le condizioni delle madri surrogate o evitare i casi di sfruttamento. Ulteriore conferma che dietro alle nuove regolamentazioni non ci sia alcun interesse nei confronti di queste donne e nessuna intenzione di limitare gli effetti negativi della gpa.

L’informazione parziale sul fenomeno è diventata un’arma per continuare a negare i diritti delle coppie di persone dello stesso sesso

Mi trovo quindi completamente d’accordo con Martín Caparrós nella misura in cui denuncia un fenomeno di sfruttamento di donne povere da parte di coppie provenienti dai paesi ricchi. Non trovo giusto però che non abbia inserito nessun riferimento al fatto che la gestazione per altri non sia in sé necessariamente un male. Perché senza le dovute distinzioni, e con un’opinione pubblica ancora molto poco informata sull’argomento, si rischia di far passare il messaggio che maternità surrogata significhi sempre e comunque sfruttamento.

La degenerazione della gpa che avviene in alcuni paesi richiama giustamente l’attenzione della stampa e delle organizzazioni internazionali, ma bisogna stare attenti a non falsare il dibattito generale e lasciare spazio a strumentalizzazioni politiche. In Italia, nelle recenti settimane, la maternità surrogata è diventata uno strumento usato come spauracchio da chi vuole mettere i bastoni tra le ruote al disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili. L’informazione parziale su un fenomeno, che tra l’altro da noi riguarda un numero limitatissimo di persone etero e gay, è diventata un’arma per continuare a negare i diritti di tutte le coppie di persone dello stesso sesso, vale a dire un numero altissimo di cittadini italiani.

Il caso degli Stati Uniti e del Canada

Sulla nostra stampa non si racconta quasi mai che negli Stati Uniti e in Canada la maternità surrogata è una pratica molto diffusa e accettata, e che le donne che si prestano ad avere un figlio per qualcun altro in cambio di un compenso non lo fanno per bisogno, ma per un misto di opportunità e altruismo. La cifra che riceve una donna americana (normalmente circa ventimila dollari, la metà della cifra citata da Martín Caparrós) è di sicuro una somma importante, ma da sola non basterebbe a spingere una donna che non vuole essere una madre surrogata a diventarlo. Al contrario di quello che succede in India, questo tipo di compenso non le cambia la vita. In genere si tratta invece di un’espressione del principio tutto americano del win-win: io metto qualche soldo in più da parte grazie a te e tu metti su famiglia grazie a me, e siamo tutti soddisfatti.

Nicole Benham, una madre surrogata statunitense nella sua casa a Hutto, in Texas, il 24 maggio 2014.

Per accettare un’aspirante madre surrogata, diverse agenzie richiedono che la donna disponga di un certo salario, così da eliminare l’ipotesi che lo faccia per bisogno. Certo, va notato che non sono le donne più ricche quelle che si prestano alla gpa, ma con quella clausola almeno si scongiura il rischio che l’interessata non sia libera di scegliere. Il più delle volte poi le agenzie lavorano con donne che sono già madri, in modo che sia una scelta più consapevole, e chiaramente si tratta di donne che hanno avuto gravidanze molto facili, perché altrimenti non si proporrebbero. Infine un’altra importantissima differenza con le cliniche indiane: le madri surrogate nordamericane scelgono loro stesse la coppia per cui avere un bambino e con cui spesso si crea un rapporto di amicizia.

Tutto questo, unito al fatto che gli Stati Uniti e il Canada offrono una regolamentazione chiara e solida sulla materia, fa sì che una strada corretta alla gestazione per altri esista. Che poi è quella intrapresa da me e mio marito per diventare padri: la donatrice di ovulo e la donna che ha portato avanti le gravidanze per i nostri bambini sono parte della nostra vita e manteniamo con loro un profondo legame di affetto e riconoscenza.

In Nordamerica la maternità surrogata è una possibilità assolutamente concepibile per molte donne

Dal punto di vista morale, sembra che l’oceano Atlantico divida in due le coscienze: da un lato c’è l’Europa che inorridisce di fronte all’idea che la procreazione possa essere eseguita a pagamento, dall’altra i nordamericani per cui invece si tratta semplicemente di un servizio che si può scegliere di offrire. In un paese come gli Stati Uniti, dove si può donare sangue a pagamento, sembra che i paletti della disponibilità del proprio corpo siano piazzati più in là rispetto al vecchio continente. Ma questo non stupisce: nella stessa Unione europea convivono paesi che trattano in modo molto diverso questioni come l’aborto, l’eutanasia o la prostituzione, mostrando che per quanto riguarda i diritti sul corpo il mondo occidentale non è allineato su posizioni uniformi.

In Nordamerica la maternità surrogata è quindi una possibilità assolutamente concepibile per molte donne. Tutto questo però non toglie che anche la strada americana alla gpa abbia le sue zone d’ombra. Nonostante le agenzie offrano garanzie per assicurarsi che non ci siano forme di sfruttamento, è anche vero che il lato dei rapporti umani è tutto in mano ai diretti interessati: nulla vieta per esempio che una donatrice di ovulo possa essere scelta per motivi puramente estetici o che dopo la nascita del bambino si decida di non avere più nulla a che fare con la madre surrogata. Decidere di vivere l’esperienza in modo umano è una scelta e non un obbligo.

Legami biologici

Altre difficoltà possono poi sorgere quando le cose non vanno come pianificato: per esempio quando si tratta di risarcire una gestante che va incontro a gravi difficoltà mediche durante il parto oppure di regolare situazioni di conflitto dove i genitori del bambino o la madre surrogata cambiano idea durante la gravidanza.

Trent’anni fa, quando negli Stati Uniti è stata inventata la gpa, le madri surrogate erano anche madri biologiche del bambino. Ma le cose sono cambiate nel 1986, quando Mary Beth Whitehead decise di tenere il bambino che aveva partorito per conto del padre biologico e di sua moglie e la causa legale che ne scaturì attirò l’attenzione della stampa. “Dopo il triste spettacolo di due famiglie che si litigano un figlio”, scrive Tamar Lewin sul New York Times, “la maternità surrogata tradizionale (quella in cui la donna è anche madre biologica del nascituro) fu gradualmente abbandonata in favore della maternità surrogata gestazionale, in cui l’embrione è prodotto in laboratorio – usando a volte ovuli e sperma dei genitori del nascituro e altre volte quelli di donatori – ed è impiantato nella madre surrogata, la quale quindi non ha nessun legame biologico con il bambino”.

A quanto riporta il New York Times, durante lo scorso anno negli Stati Uniti sono nati circa duemila bambini da madri surrogate. Mentre nel corso degli ultimi decenni, il totale di casi in cui i genitori hanno cambiato idea durante la gravidanza sono stati ottantuno e quelli in cui a cambiare idea à stata la madre surrogata sono stati trentacinque (in ventiquattro di questi si trattava di madri surrogate tradizionali, cioè madri biologiche del nascituro).

La strada da seguire non è quella del divieto ma della regolamentazione

I numeri quindi, sembrano indicare che la pratica sia entrata in una fase di stabilità legale e soprattutto etica, con criteri ben definiti da entrambe le parti. Nella stragrande maggioranza dei casi le nascite attraverso maternità surrogata avvengono senza alcuna complicazione. Ma è realistico aspettarsi altri episodi controversi di tanto in tanto, perché questo è ciò che succede con la fecondazione assistita: senza scomodare la gpa, sono sotto gli occhi di tutti casi come quello dei gemelli italiani nati da genitori non biologici per via di uno scambio di provette all’ospedale Pertini di Roma oppure, notizia di queste ore, una coppia di donne americane che ha denunciato la clinica della fertilità a cui si erano rivolte perché, dopo aver chiesto un donatore di seme bianco, hanno avuto una bambina mulatta.

Considerata la diffusione che ha raggiunto la fecondazione assistita, è bene abituarsi a questi tipo di notizie. È evidente però che la strada da seguire non è quella del divieto, ma quella della regolamentazione: le autorità devono fare il possibile per tenere il passo con l’avanzamento delle tecniche di fecondazione cercando di sostenere le nuove opportunità da un lato ed evitare gli abusi dall’altro. E anche evitando di introdurre limiti legali che nella pratica si tramutano in un divieto solo per chi non può permettersi di andare all’estero e rendono il ricorso alla fecondazione assistita o alla gpa una possibilità riservata ai più ricchi.

L’altro lato della storia

È importante ricordarsi che i casi di conflitti eclatanti che finiscono sui giornali sono solo le eccezioni di una forma di progresso scientifico che nella maggior parte dei casi funziona più che bene e che negli ultimi anni ha permesso a milioni di persone di creare una famiglia.

In India e in Nepal, invece, l’eccezione è trovare una madre surrogata che possa dimostrare di aver fatto una libera scelta. Non dico che sia impossibile, ma di certo il sistema di sfruttamento istituzionalizzato che si è creato non mette in conto questa possibilità. In molti casi ai genitori del nascituro non è permesso incontrare la donna che partorirà il loro figlio, men che mai parlarle e chiederle perché lo sta facendo.

Sarebbe sbagliato però lasciare che questa forma di degenerazione influenzi il giudizio generale sulla maternità surrogata: al di là di come la si pensi, nessuno può affermare che le madri surrogate nordamericane siano delle donne povere e sfruttate. E mentre denuncia i soprusi, la stampa dovrebbe raccontare anche questo lato delle storia. E sarebbe corretto da parte dei giornalisti come Martín Caparrós di fare attenzione quando condiscono i loro articoli con frasi a effetto come “genitori 2.0” o “bambini made in Usa” che sviliscono famiglie intere. Non tutte le persone che sono diventate genitori tramite la gpa sono degli sfruttatori. E tutti i bambini, a prescindere da come sono nati, meritano di essere trattati con rispetto.

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