29 aprile 2015 18:28
Uno degli studenti di Ayotzinapa a Milano il 28 aprile. (Michele Dovner)

Sono passati poco più di sette mesi da quella terribile notte del 26 settembre 2014 a Iguala, nella quale sei studenti sono stati assassinati, cinque sono stati feriti e altri 43 sono scomparsi. Tutti appartenevano alla scuola rurale di Ayotzinapa, nello stato di Guerrero.

E le loro famiglie non hanno smesso nemmeno un giorno di chiedere di rivedere questi studenti ancora in vita, anche se il governo messicano li ha dati per morti già da diversi mesi.

Quattro mesi dopo la loro scomparsa, il 27 gennaio, l’allora procuratore generale della repubblica, Jesús Murillo Karam, ha informato la società messicana che gli studenti di Ayotzinapa sono stati confusi con un gruppo di narcotrafficanti della zona (Los Rojos) e che per questo sono stati uccisi da un gruppo rivale. Per il procuratore, i corpi dei 43 studenti scomparsi sono stati incendiati in una discarica di Colula e le ceneri sono state gettate nel fiume San Juan.

Queste conclusioni, in quel momento, l’ex procuratore le chiamò “la verità storica” del caso di Iguala. I protagonisti di questo caso, fin dal principio, sono stati oltre agli studenti di Ayotzinapa, il sindaco di Iguala José Luis Abarca e sua moglie María de los Angeles Pineda, accusata di avere dei legami con il cartello dei Guerreros Unidos. Per questo Abarca è stata accusata di aver ordinato alla polizia municipale di arrestare gli studenti e poi di averli consegnati al cartello dei Guerreros Unidos.

A sette mesi di distanza ci sono più dubbi che certezze e altre inchieste giornalistiche e scientifiche hanno smentito una a una le prove ufficiali. Per esempio è stato dimostrato che i testimoni ascoltati dalla procura sono stati torturati e inoltre, secondo la squadra di antropologi forensi che sta lavorando con i familiari degli scomparsi, il dna dei resti identificati dalle autorità non corrisponde a quello dei 43 studenti scomparsi.

Gli esperti hanno manifestato dubbi sulla versione del rogo dei morti a Cocula: se i corpi fossero stati distrutti in un falò, l’incendio sarebbe durato diversi giorni, cosa impossibile se si pensa che in quei giorni in città pioveva, secondo le testimonianze del servizio meteorologico nazionale.

Anche se il governo messicano ha insistito fin dal principio sul fatto che l’esercito non ha partecipato in nessun modo ai fatti, le ultime inchieste giornalistiche mostrano il contrario. Secondo i sopravvissuti, che hanno anche ripreso l’accaduto con i telefoni, sono stati i militari a sequestrare i ragazzi e a consegnarli ai narcotrafficanti.

Per questo, da Ayotzinapa si è rafforzato il tentativo di richiamare l’attenzione internazionale su quello che succede e continua a succedere in molte parti del Messico, dove le sparizioni forzate sono generalizzate e impunite, come ha segnalato Rainer Huhle, membro del Comitato contro la sparizione forzata dell’Onu. Dal 2006, si contano 30mila sparizioni forzate in tutto il territorio messicano. Per questo gli studenti e i familiari della scuola di Ayotzinapa hanno deciso di girare il mondo per alzare la voce, chiedere che siano restituiti in vita i ragazzi scomparsi, ma anche che tutti i paesi che hanno relazioni diplomatiche, politiche ed economiche con il Messico esigano a loro volta garanzie sul rispetto dei diritti umani nel paese.

I diritti umani devono venire prima degli investimenti privati, come ricorda Román Hernández, del Centro dei diritti umani della montagna Tlachinollan che in questi giorni ha cominciato il giro Eurocaravana 43 in 13 paesi europei, insieme a Omar García, studente di Ayotzinapa, ed Eleucadio Ortega, padre di uno dei giovani scomparsi.

Da quando nel 2006 l’ex presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico, le storie di terrore sono infinite. Più di centomila morti e 30mila desaparecidos lo confermano. E in questo contesto, senza dubbio Ayotzinapa è stato un simbolo del terrore dei nostri giorni.

La domanda che rimane in sospeso è: “Perché? Perché hanno ucciso ragazzi che non avevano nemmeno 22 anni? Perché uccidere dei ragazzi che stavano studiando per diventare maestri in una delle zone più povere del paese? Perché si vuole insabbiare il caso?”.

Questa domanda la rivolgo a Román mentre si trova a Milano. Credo che abbia avuto tempo sufficiente per analizzare quello che è successo a partire da quella notte spaventosa a Iguala.

“Anche noi vogliamo saperlo. L’unica spiegazione che ci diamo è che lo stato messicano si sta indurendo, perché il crimine organizzato è altamente tollerato, perché risponde agli interessi economici. Ayotzinapa si è caratterizzata da decenni per il suo lavoro di lotta, come quasi tutte le scuole rurali nel paese. Per questo rappresenta una minaccia, che si vuole sottomettere con la violenza. Questa è l’unica spiegazione che ci diamo”.

Il tour attraverso le 13 città europee continuerà fino al 19 maggio. Prima c’è stata un’altra carovana negli Stati Uniti, e se ne pianifica una in Canada e in America Latina.

Queste carovane sono possibili grazie all’aiuto di reti, associazioni e collettivi internazionali con esperienza in zone di conflitto o in aree degradate a causa di cattive politiche sociali. “Ad Ayotzinapa e a Guerrero stiamo cercando di organizzarci, di costruire garanzie affinché questi episodi non si ripetano. E non possiamo chiederlo allo stato, che allo stesso tempo è colpevole. Questo tour serve affinché i fatti di Ayotzinapa non si ripetano. Una parte di quello che abbiamo imparato è che i diritti non si chiedono, si esercitano”.

Milano, una città che è quanto di più distante da Ayotzinapa, è stata scelta come prima tappa del giro. Circondati da Versace, Escada, Harmont Blaine, Prada e Louis Vuitton, Omar, Roman e don Eleucadio saranno accompagnati da cittadini messicani che da anni vivono in Italia. Ma all’incontro sono arrivati anche gli italiani, coinvolti nella lotta dei messicani, gli stessi che in questi mesi hanno organizzato cene e incontri per raccogliere fondi e raccontare quello che è successo in Messico.

“Grazie alla società civile, a questi interlocutori che hanno fatto proprio il nostro dolore, la nostra indignazione e la nostra rabbia”, dice Omar.

Lo studente di Ayotzinapa dice: “Non riusciamo a programmare niente per il 26 settembre, chiunque di noi potrebbe scomparire. Oggi sappiamo che la cosa più importante è portare avanti una lotta collettiva, perché da soli lottare è impossibile”.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it