Pino Roveredo, Mastica e sputa
Bompiani, 186 pagine, 15 euro
Non è precisamente una raccolta di racconti e mette articoli e pezzi d’occasione insieme a invettive, documenti e storie, rubando il titolo a una canzone di De André. È un libro che, pur tentato a volte da una certa retorica, colpisce e lascia il segno.

Non è il primo di Roveredo, sessantenne triestino che ne ha passate di brutte ed è tra i pochi scrittori (e giornalisti) italiani autorizzati a scrivere storie di emarginati perché sanno davvero di cosa si tratta. Dice al lettore, nel testo che chiude il volume, “Caro mio, che ne sai tu…”, per esempio, “di tutta la fatica che bisogna spendere per scrollarsi di dosso la pesantezza dello sbaglio”. Parla di carcerati, alcolizzati, prostitute, malati e malati mentali, di un’umanità vasta e tragica di cui il “popolo dalle fedine penali pulite” è incapace di capire il malessere (e ormai incapace, si può aggiungere, di reagire perfino al suo stesso malessere).

I “pezzi” migliori di questa raccolta sono i più sofferti e violenti, quelli in cui l’autore può dire: “Respiro la mia vita che scorre nella morte altrui”. I più belli, forse, La ragazza della panchina e Polvere, sono allo stesso tempo sintetici e forti. Il più triestino tra tutti è Girate la cartolina, sull’altra faccia di una città in piena perdita di identità, ma dove ancora, e per sua fortuna, “distinguere una razza non è facile”.

Questa rubrica è stata pubblicata il 1 aprile 2016 a pagina 78 di Internazionale, con il titolo “La pesantezza dello sbaglio”. Compra questo numero | Abbonati

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