Una protesta a Teheran, in Iran, contro l’esecuzione dell’imam sciita Nimr al Nimr, il 4 gennaio 2016.
  • 06 Gen 2016 13.07

La guerra dei trent’anni del mondo islamico

Gwynne Dyer
06 gennaio 2016 13:07

Il 2 gennaio i regnanti sunniti dell’Arabia Saudita hanno annunciato di aver decapitato il principale religioso sciita del paese, Sheikh Nimr Baqr al Nimr, accusato di aver favorito le “ingerenze straniere” nel paese.

Una folla inferocita di sciiti iraniani ha attaccato l’ambasciata saudita a Teheran. La guida suprema dell’Iran Ali Khameni ha pubblicato sul suo sito un’immagine che paragonava le decapitazioni in Arabia Saudita il giorno di capodanno (in cui sono state giustiziate altre 46 persone) con le esecuzioni di massa compiute dal gruppo sunnita Stato islamico (Is).

Il 3 gennaio l’Arabia Saudita ha rotto le sue relazioni diplomatiche con l’Iran, e tutti i commentatori hanno cominciato a parlare della “guerra di religione” tra sciiti e sunniti che sta per travolgere il Medio Oriente.

Tutto questo pone due domande. La prima è come potrebbe essere una vera guerra tra sciiti e sunniti. La seconda è se in Medio Oriente siano tutti quanti impazziti.

Il modo migliore per rispondere alla prima domanda è ripensare alla storia delle guerre cristiane di religione avvenute tra il 1520 e il 1660.

Come la cristianità nel sedicesimo secolo, oggi il mondo islamico è formato da tanti stati indipendenti. L’attuale fase delle guerre musulmane di religione viene combattuta tra sciiti e sunniti in Iraq, Siria e Yemen, proprio come la prima fase delle guerre cristiane di religione era combattuta perlopiù tra cattolici e protestanti in singoli stati.

Fin dall’inizio del conflitto in Europa, tuttavia, ciascuno stato europeo cercò di aiutare i suoi correligionari anche negli stati confinanti, e le alleanze furono sempre più determinate da valutazioni di tipo religioso. Nella seconda fase queste alleanze trascinarono buona parte del continente nella catastrofica Guerra dei trent’anni (1618-1648), combattuta perlopiù in Europa centrale ma che coinvolse eserciti di paesi lontani come Spagna e Svezia.

Il principale campo di battaglia, la Germania, perse tra un terzo e la metà della sua popolazione. Non ci fu alcun vincitore, naturalmente, e sul lungo periodo tutti i paesi finirono per perdere interesse nella questione. Ma si trattò di un gigantesco spreco di vite, tempo e denaro.

Oggi i massacri nel mondo islamico sono decisi dai governi, quindi forse i musulmani non butteranno via due generazioni come hanno fatto i cristiani cinquecento anni fa

Il mondo islamico è già entrato nella prima fase di un processo paragonabile, ma non è per forza condannato a viverlo fino alla fine. Una grande differenza è che la divisione tra sciiti e sunniti esiste da tempo (da oltre 1350 anni), mentre quella tra cattolici e protestanti era recente e ancora carica di passioni all’epoca delle guerre cristiane.

Oltre il 99 per cento di tutti i musulmani odierni sono semplicemente nati sciiti o sunniti, mentre molti cristiani del sedicesimo secolo avevano fatto una scelta consapevole a proposito della propria religione. Oggi i massacri nel mondo islamico sono perlopiù determinati dalle decisioni dei governi, quindi forse i musulmani non butteranno via due generazioni seguendo la stessa folle strada presa dai cristiani cinquecento anni fa.

Chi vive ai margini del mondo islamico – in Indonesia, Malesia e Bangladesh a oriente, in Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto a occidente – non subirà lo stesso destino, perché in questi paesi ci sono pochissimi sciiti. Ma per coloro che vivono nel cuore del mondo islamico, dallo Yemen alla Turchia e dal Libano all’Iran, il futuro potrebbe essere molto più cupo.

Per quanto riguarda la seconda domanda, se in Medio Oriente siano tutti quanti impazziti, la risposta è: no, non esattamente, ma molti hanno perso di vista la situazione più generale.

È stata l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003 a scatenare il demone del settarismo nella regione. Le “primavere arabe” del 2011 hanno spaventato le dittature e i monarchi assoluti, spingendoli a intensificare la repressione e gli appelli alla lealtà settaria. Alla morte di re Abdullah d’Arabia Saudita, un anno fa, il regno è finito totalmente allo sbando.

Sotto la guida dei precedenti monarchi, l’Arabia Saudita portava avanti una politica estera molto prudente e conservatrice. Finanziava vari gruppi estremisti sunniti nei paesi vicini, ma restando saldamente alleata agli Stati Uniti e senza partecipare mai direttamente ad avventure all’estero.

Il nuovo re Salman ha ottant’anni ed è invalido. In pratica quindi buona parte delle decisioni vengono prese da suo nipote, il principe ereditario Muhammad bin Nayef (56 anni), o da suo figlio Muhammad bin Salman (che ha appena trent’anni). Tra i due c’è una forte competizione relativa alla successione al trono, e le decisioni di Riyadh sono state molto più audaci che in passato.

Negli ultimi nove mesi ci sono stati l’intervento militare saudita contro gli sciiti nella guerra civile in Yemen, la formazione di un’alleanza a guida saudita cui partecipano quasi tutti gli stati arabi a maggioranza sunnita, e adesso l’esecuzione di un leader sciita, chiaramente decisa per creare una crisi diplomatica con l’Iran.

In altri termini, si tratta semplicemente di politica dinastica, non di un qualche inevitabile sconvolgimento geopolitico. Ma è stata proprio la politica dinastica, cinque secoli fa, a scatenare la fase peggiore delle guerre cristiane di religione.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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