WhatsApp chiede di condividere i dati con Facebook? Rispondiamo no

21 settembre 2016 12:10

Quando l’app di messaggistica WhatsApp è stata lanciata nel 2009, mi è sembrata una delle più innovazioni più interessanti degli ultimi tempi. Per due motivi. Il primo è che sembrava fin dall’inizio progettata splendidamente: era chiara, minimalista ed efficiente. E in secondo luogo aveva un modello economico che non si basava sulla pubblicità. Gli utenti potevano invece beneficiare di un anno di uso gratuito, dopo il quale pagavano un modesto abbonamento annuale.

Ancora meglio, il cofondatore Jan Koum sembrava avere un’avversione nei confronti del “capitalismo di sorveglianza” che è alla base dei grandi guadagni di Google, Facebook e simili, che estraggono i dati personali degli utenti senza pagarli, poi li rielaborano e li vendono agli inserzionisti. Per esempio, in un post del 2012 intitolato Perché non vendiamo pubblicità citava, in termini elogiativi, una celebre frase pronunciata da Tyler Durden (interpretato da Brad Pitt) nel film Fight Club: “La pubblicità ci spinge a inseguire automobili e vestiti, e a fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono”.

“Quando tre anni fa ci siamo messi a tavolino per avviare la nostra azienda”, scriveva Koum, “volevamo fare qualcosa che non fosse semplicemente un altro punto di smistamento di pubblicità. Intendevamo investire il nostro tempo per creare un servizio che la gente volesse usare perché funziona, un servizio che consentisse di risparmiare soldi e che in qualche modo rendesse la vita della gente migliore. Se fossimo riusciti a fornire tutti quei servizi, sapevamo che avremmo potuto far pagare le persone. Sapevamo che potevamo fare quello che la maggior parte delle persone cerca di fare ogni giorno: evitare la pubblicità”.

Perché Mark Zuckerberg ha pagato un prezzo così folle per un servizio dal quale non può trarre benefici?

E Koum è stato all’altezza delle sue parole. WhatsApp ha continuato a crescere proprio perché ha fatto esattamente quel che prometteva di fare. La sua crescita è stata finanziata grazie a 58 milioni di dollari di Sequoia Capital, l’unico fondo di capitale di rischio che ha investito nell’app. Nel febbraio 2013 WhatsApp poteva farsi forte di duecento milioni di utenti attivi in tutto il mondo, oltre che di una valutazione di 1,5 miliardi di dollari: non una cifra gigantesca per i canoni della Silicon valley ma comunque notevole per un’azienda che aveva un modello d’affari onesto.

E poi, nel febbraio 2014, è successo qualcosa di strano. Facebook si è offerta di comprare l’azienda per 19 miliardi di dollari, e Koum e compagni hanno abboccato all’amo. Visto che gli affari di Facebook dipendono dalla vendita di pubblicità, la maggior parte di noi si è domandata cosa fosse successo agli ammirevoli princìpi di Koum, concludendo, amareggiata, che tutti hanno un prezzo.

Per un certo periodo, tuttavia, WhatsApp ha continuato a funzionare come prima anche sotto il controllo di Facebook. Non solo non vendeva pubblicità ma addirittura, nel novembre 2014, ha annunciato l’introduzione della crittografia end-to-end per tutte le comunicazioni di WhatsApp, il che significava che nessuno, neppure Facebook, poteva leggere (e quindi monetizzare) i messaggi dei suoi utenti. E quindi il dilemma rimaneva valido: perché mai Mark Zuckerberg aveva pagato un prezzo così folle per un servizio dal quale non poteva trarre benefici?

Interessi delle aziende
Oggi conosciamo la risposta. Il 25 agosto WhatsApp ha annunciato alcune modifiche alle sue condizioni contrattuali e alla sua politica sulla privacy. In un post che è un capolavoro di eufemismi legali, ci annuncia che presto “condividerà” con Facebook i numeri di telefono dei suoi utenti e i dati del loro ultimo accesso su WhatsApp. A ogni utente viene domandato di sbarrare la casella “accetto” relativa a questa condizione. Anche se, naturalmente, possono sempre annullare l’accordo se saranno in grado di trovare la sezione nelle loro impostazioni d’utilizzo.

Naturalmente questa fondamentale novità non ha niente a che vedere con le necessità dei proprietari di WhatsApp. Figuriamoci: il senso è migliorare le cose per voi utenti. Il vero obiettivo è usare “le informazioni del vostro account WhatsApp per migliorare le pubblicità e la funzionalità dei prodotti del vostro Facebook”. E, tanto perché sia chiara l’importanza della decisione che sta per essere presa, “scegliendo l’opzione ‘Don’t share’ (non condividere), non potrai più cambiarla in futuro”.

Gli osservatori più esperti dell’industria informatica riconosceranno la cosa per quel che è: un’ulteriore dimostrazione del potere delle impostazioni predefinite. In termini di marketing, si tratta di “spingere i tuoi clienti verso scelte migliori”, un’attuazione della filosofia elaborata da Cass Sunstein e Richard Thaler nel loro libro Nudge: improving decisions about health, wealth and happiness (Una spintarella: come prendere decisioni migliori su salute, ricchezza e felicità).

Naturalmente è vero, come sostengono Sunstein e Thaler, che le impostazioni predefinite possono essere usate per fare sì che la gente faccia cose che vanno a loro vantaggio, come sottoscrivere un piano pensionistico. Ma nell’industria informatica, queste impostazioni spesso servono unicamente gli interessi delle aziende.

E quindi se siete degli utenti di WhatsApp, non fatevi fregare da questo trucco: andate su “impostazioni”, selezionate “account” e poi “condividi info account”, scegliendo l’opzione “non condividere”. E fatelo subito, perché il tempo sta finendo.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato su The Guardian.

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