Cate Blanchett in Carol.
  • 12 Gen 2016 12.01

Carol è il plastico perfetto di un amore noioso

Matteo Bordone
12 gennaio 2016 12:01

Cos’è. Carol è il film che Todd Haynes ha tratto dall’omonimo romanzo del 1952 di Patricia Highsmith (originariamente intitolato The price of salt). Ambientato in una New York primi anni cinquanta ricostruita a Cincinnati, racconta una storia d’amore tra due donne apparentemente molto distanti. Una è Therese Belivet (Rooney Mara), un’aspirante fotografa sulla ventina che lavora ai grandi magazzini e ha un fidanzato di cui non è molto convinta; l’altra si chiama Carol Aird (Cate Blanchett), è una donna più matura, elegante e facoltosa che sta divorziando dal marito Harge (Kyle Chandler).

Durante il matrimonio Carol ha avuto una figlia che ama, ma anche una relazione con la sua migliore amica Abby (Sarah Paulson). Tra Therese e Carol è amore a prima vista, e il film racconta la forza di questo sentimento e il contesto di relazioni in cui si sviluppa, cioè una comunità di giovani hipster squattrinati da una parte e l’alta società della East Coast dall’altra. Il film è girato, montato e postprodotto in pellicola, con la fotografia di Edward Lachman. Phyllis Nagy, regista e autrice di cinema e teatro, ha scritto la sceneggiatura. La colonna sonora originale è di Carter Burwell, e convive con brani di repertorio dell’epoca, spesso parte del racconto nella forma di radio e giradischi in funzione (c’è anche la supervisione di Randall Poster, consulente di Martin Scorsese e Wes Anderson).

Carol


Com’è. Già nel 2002 in Lontano dal paradiso Todd Haynes aveva raccontato una storia di amore che sfondava le barriere sociali, cioè quella tra una donna borghese bianca e un giardiniere nero nell’America degli anni cinquanta. Il punto di riferimento sono i melodrammi di Douglas Sirk e il loro modo di circoscrivere i personaggi nella forma perfetta di una società di marzapane, che però Haynes stravolge inserendo vicende che ai tempi nessuno avrebbe raccontato. Così, dopo l’amore passionale tra borghese bianca e proletario nero, qui si racconta una storia di lesbiche.

A differenza di Lontano dal paradiso, che si rifaceva all’estetica più contrastata dei film di Sirk, con luci piazzate e primi piani che sembrano ritratti, Carol abbraccia la linea più naturalistica della fotografia di quel periodo. Per questo il film è girato in pellicola, senza postproduzione digitale, con luce soprattutto naturale, tanto che in molte scene in penombra si vede una grana cui non siamo più abituati. I grandangoli usati anche per i primi piani tengono i personaggi immersi negli ambienti e nei contesti.

A questo lavoro fotografico si affiancano costumi e scenografie in un impianto estetico assolutamente coerente, preciso nelle forme e naturale nell’effetto, che si scosta anche molto dalle ricostruzioni più smaltate e fumettose degli anni cinquanta che vediamo spesso. In questo spazio la regia di Haynes è puntuale, i movimenti di macchina lineari e geometrici. La sobrietà della sceneggiatura tiene la passione che racconta nel registro della compostezza, così come la recitazione che è in linea col resto. Carol in pratica è un film compatto come se ne vedono pochi: sembra un’idea realizzata in maniera impeccabile, esattamente come era stata concepita (che funzioni o no, quello è un altro discorso).

Perché vederlo. Esistono dei film il cui senso principale è nell’ambiente che rappresentano, prima di quello che i personaggi fanno all’interno. Carol è uno di questi. Per una volta quell’immaginario degli anni cinquanta, dove prende forma la famiglia americana standard, con Truman presidente, gli elettrodomestici nuovi e la mamma sorridente in grembiule, viene restituito con una precisione talmente meticolosa da riportarlo in vita. Dal punto di vista tecnico, Carol ha del mostruoso: fotografia, regia, montaggio, scene, costumi, oggetti e dettagli sono perfetti, e il cast è integrato in questa linea di coerenza formale assoluta, classe e stile. Cate Blanchett nella parte della donna bella, irraggiungibile, disincantata, severa, felice solo a tratti, è imbattibile. Rooney Mara trova un suo modo molto inedito di interpretare una donna che sta vivendo una libertà individuale determinata ma ancora indecisa, nuova, quasi informe.

Perché non vederlo. Nella scena in cui Carol e Therese si incontrano la prima volta al grande magazzino, c’è un trenino elettrico che Carol comprerà poi per la figlia. Il trenino simboleggia la vita perfetta e artificiale in cui la donna gira a vuoto, proprio quando l’amore le dà lo strumento per uscire da questi binari esistenziali. Purtroppo però a essere un plastico senza difetti dove tutto accade in modo prevedibile è il film, non la vita della protagonista.

Haynes racconta una cosa impossibile, cioè un’amore tra donne nel cinema decorato degli anni cinquanta. Eppure il contrasto che ne dovrebbe scaturire è interessante solo sulla carta. In realtà – lo sappiamo tutti – non siamo negli anni cinquanta, il pubblico di Carol non è vestito con tinte pastello, nessuno, tra chi ha fatto il film o va a vederlo, crede nella sacralità dell’unione tra uomo e donna secondo le leggi di dio, e in sintesi una storia tra due donne oggi è una cosa normale. Poi va detto che di Sirk il film prende la forma, ma sicuramente non lo slancio mélo con cui i sentimenti erano sputati in faccia al pubblico, che piangeva e ne era felice.

Infatti Carol non è un vero melodramma: è più un’elegantissima gita fuori porta. Non ci sono cattivi, non ci sono tinte forti, non ci sono tradimenti, odi o delitti. Non c’è insomma l’idea che i personaggi lottino contro la società e la famiglia per la loro felicità e la loro vita. Per cosa lottano, allora? Non è chiaro.

Il grande stigma sociale che dovrebbe circondarle sembra francamente debole, e anche il marito di Carol è solo un uomo innamorato e confuso, più che un conservatore col forcone. Se ci fosse poi della passione capace anche magari di stropicciare una tovaglia, si crederebbe alla straordinarietà di questo amore. Invece Cate Blanchett in pelliccia è bella e altera, e Rooney Mara guarda il mondo con gli occhioni aperti dietro la sua macchina fotografica, determinata il giusto e composta di più. Anche quando finalmente fanno l’amore, si prova più sollievo – almeno un po’ di sesso – che partecipazione.

Così il film rimane la cartolina precisetta di un amore medio e lento. Se Carol vuole essere un film politico, le lesbiche di tutto il mondo (e non solo loro) meritano qualcosa di più vivo e appassionante a rappresentarle. Se è una grande storia d’amore, e il sesso degli amanti è incidentale, gli innamorati di qualsiasi natura sanno che fortunatamente nel mondo reale è molto più divertente di così. Forse questa presa di coscienza è l’unico contenuto veramente forte del film. C’è un sentimento che non fa distinzione di razza, classe, sesso, età, orientamento sessuale o religione. È la noia.

Una battuta. Chiedimi tutto, ti prego.

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