Le parole per ferire

27 settembre 2016 17:46

La commissione Jo Cox contro l’intolleranza

Almeno dal 2013 associazioni e governi di diversi paesi europei hanno sviluppato iniziative per contrastare sistematicamente le manifestazioni di intolleranza, xenofobia, razzismo e incitamento all’odio a cui la rete permette di avere ampia risonanza. In particolare il Consiglio d’Europa ha concentrato la sua attenzione sui discorsi e le parole dell’odio e nel 2015 la sua assemblea parlamentare ha sollecitato i parlamenti nazionali ad avviare iniziative di inchiesta e contenimento su hate speech e hate words.

In risposta a queste sollecitazioni il 16 maggio 2016 la presidente della camera Laura Boldrini ha istituito una commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, con il compito di condurre attività di studio e ricerca su tali temi. L’italiano è il primo parlamento nazionale che segue questa strada. La commissione, composta da deputati, senatori, rappresentanti di istituzioni e associazioni ed esperti, ha avviato i suoi lavori raccogliendo materiali e procedendo ad audizioni. Nel giugno la commissione ha deciso di intitolarsi a Jo Cox, la parlamentare laburista britannica impegnata contro la xenofobia, assassinata il 16 giugno 2016.

Censire le parole dell’odio circolanti in Italia e cercare di classificarle come primo passo per analisi ulteriori è l’obiettivo di questa nota, un contributo strettamente linguistico all’impegnativo e ben più vasto lavoro della commissione. Anche nell’odio le parole non sono tutto, ma anche l’odio non sa fare a meno delle parole.

Di queste parole dell’odio e dell’intolleranza il catalogo può essere forse istruttivo ma a tratti è ripugnante. Per renderne meno sgradevole la eventuale lettura c’è all’inizio una allegra e filosofica filastrocca di Rodari e alla fine il richiamo a due testi quibus maxima debetur reverentia: i nostri codici e il catalogo di Evagrio.

Una filastrocca di Rodari
Gianni Rodari, con una sua filastrocca diventata famosa specialmente nella versione musicata e cantata da Sergio Endrigo, ha dato quella che si potrebbe dire con pomposità tecnica una lessico-semantica in prospettiva pragmatica. Ne riporto qui il testo nella versione cantata:

Abbiamo parole per vendere,
parole per comprare,
parole per fare parole.
Andiamo a cercare insieme
le parole per pensare.

Abbiamo parole per fingere, parole per ferire,
parole per fare il solletico.
Andiamo a cercare insieme
le parole per amare.
Abbiamo parole per piangere, parole per tacere,
parole per fare rumore.
Andiamo a cercare insieme
le parole per parlare.

Ci si propone qui di censire, con speciale riferimento all’italiano, “le parole per ferire”. È la categoria che almeno in parte va da tempo sotto il nome di hate words. Sotto questa voce Aaron Peckham (Urban dictionary: fularious street slang defined, Andrews McMeel 2005) dà la seguente definizione:

Gli hate words, come implica l’aggettivo stesso, sono termini odiosi che provocano dolore perché sono dispregiativi per natura. Sono le parole peggiori che si possano usare, soprattutto se si appartiene a un gruppo che esercita il potere su un altro perché costituisce una minoranza o perché ha alle spalle una lunga storia di discriminazione (gli eterosessuali lo esercitano sugli omosessuali, i bianchi sulle minoranze razziali, gli uomini sulle donne, i cristiani sui fedeli di altre religioni, le persone cosiddette normali sulle persone con disabilità, e così via). Esempi: frocio, negro, puttana, vacca, troia, zoccola, giudeo, ritardato.

Per quanto già ampia, la definizione pare ammettere un utile ampliamento che prenda in considerazione anche parole che non siano “derogatory in nature” (cioè, parrebbe di poter dire, che non siano stabilmente tali nel sistema e nella norma di una lingua), ma che tuttavia nell’uso si rivelano eccellenti “parole per ferire” in una parte rilevante dei loro impieghi. Diciamo in una parte rilevante dei loro impieghi, perché nel concreto dell’esprimersi può accadere che qualsiasi parola e frase, del tutto neutra in sé, in circostanze molto particolari possa essere adoperata per ferire. In un sempre istruttivo libro di Clive S. Lewis, Le lettere di Berlicche (The Screwtape letters), Berlicche nella traduzione italiana ricorda a un junior temptor, Wormwood, Malacoda in italiano, un giovane diavolo tentatore alle prime esperienze tra gli umani, gli ottimi effetti sulla via della dannazione che i tentatori possono ricavare dal far dire a qualcuno, specie in famiglia, frasi di apparente assoluta innocenza che però feriscono gravemente e vogliono ferire chi le ascolta (il coniuge, un parente stretto): Brava, hai preparato il tè (ossia: cretina, sei la solita peciona, sono le sette, renditi conto, stupida, che ormai è quasi ora di cena e per il tè siamo in ritardo di due ore). Risentimento della peciona, controrisentimento del marito che si appella all’innocenza della frase, eccellente astioso litigio sul nulla o quasi e preziosa fonte di odio. Nell’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht in una scena madre la signora di aspirazioni aristocratiche insulta Jenny Diver, una prostituta, gridandole: Puttana! E Jenny con calma le risponde con uno sferzante Signora! Ma già Dickens si era divertito a osservare quanto a volte potesse essere ingiurioso l’uso allocutivo, vocativo, di Mister, Signore.

Una fondata indagine comparativa sugli hate words nella varie lingue è desiderabile, a smentire l’ipotesi che la schiera sia particolarmente folta in italiano a causa del vivace apporto di parole d’origine dialettale e/o regionale (un’origine ormai dimenticata per i parlanti e relegata nelle etimologie solo nei dizionari più attenti): di esse lo standard si è nutrito a mano a mano che la lingua nazionale veniva comunemente usata nel parlare già dal tardo ottocento e ancor più nel novecento. Nell’attesa è possibile qualche osservazione. La definizione di hate words data da Peckham è un passo avanti rispetto allo stato delle ricognizioni in varie lingue. L’attenzione dei repertori si concentra su due poli: da un lato gli insulti volgari, le male parole, in genere legate a materie escrementizie e attività sessuali tabuate, swear words, four-letters word, dirty words in inglese, i gros mots, le insultes e injures in francese, le blasfemias e gli insultos in spagnolo, gli unanständige Wörter in tedesco; dall’altro le parole su cui la political correctness ha portato l’attenzione, designazioni insultanti di categorie deboli o tali ritenute. La definizione di Peckham considera unitariamente questi due insiemi stante la comune possibilità di usarle per esprimere odio verso persone. Tuttavia esiste una vasta categoria di parole che non sono in sé volgari insulti né sono parole riconducibili a stereotipi etnici e sociali. Si stenterebbe a rintracciare volgarità o stereotipi discriminatori in parole come bietolone, bonzo, lucciola, parrucchiere che tuttavia in italiano sono usate anche come insulti efficaci. Come si vedrà, anche i nomi di categorie socialmente rispettate possono essere punto di partenza di espressioni ingiuriose. Queste poi non sono solo quelle che colpiscono persone, occorre considerare anche quelle che qualificano negativamente situazioni (pasticcio, sconcezza), ciò che naturalmente si riverbera poi sulle persone implicate.

Le ‘parole per ferire a doppio taglio’ offendono una persona o un oggetto o attività ma anche evocano offensivamente un’intera categoria

E dunque nel censimento che qui si è cercato di fare, le “parole per ferire” sono anzitutto quelle che sono tali con tutta evidenza nel loro valore generale, tipicamente i derogatory words (barbaro, imbecille, fesso per citare per ora le meno indecenti), ma anche, oltre le parole portatrici di stereotipi (baluba, omo), altresì parole di valore prevalentemente neutro che, tuttavia, presentano accezioni spregiative e sono in tali accezioni eccellenti insulti (accademia, maiale, pappagallo, professore) come spesso viene rivelato da alcuni derivati che selezionano e mettono in luce l’accezione negativa (accademismo, maialata, pappagallismo, professorale). Fonti primarie della ricognizione sono state il Gradit, Grande dizionario italiano dell’uso (nella sua seconda edizione in otto volumi, Utet, Torino) che allo stato è la più ampia fonte lessicografica su carta, e il Dizionario online di Internazionale. Va avvertito tuttavia che rispetto alle due fonti sono state lasciate da parte parole che, pur segnalate come spregiative, sono tuttavia marcate anche come obsolete o puramente letterarie o di basso uso (per esempio abbarcarsi, arrendatario, bellospirito, cantalluscio, delittore) e sono state invece recuperate e qui censite diverse parole che, come già accennato, pur non marcate come spregiative o stereotipiche, nell’uso sono utilizzate “per ferire”, tra altre sono tali tipicamente parole che identificano autori di reati, come assassino o ladro.

Ancora qualche avvertenza per chi dovesse leggere questo inventario. Per limitare le ripetizioni, le singole parole in generale figurano una sola volta nella prima delle classi in cui sono citate, ma ben figurerebbero anche in altre. Alcune parole sono accompagnate da glosse che tra virgolette chiariscono l’accezione particolare per cui figurano in una categoria. Con parsimonia ricorrono abbreviazioni come piem., lomb., tosc., rom., napol. eccetera che individuano l’area regionale di origine di una parola in un modo abbastanza trasparente.

Parole o accezioni evocanti stereotipi negativi

Circa duecento lemmi delle fonti lessicografiche attestano parole che possono evocare uno stereotipo negativo e che possiamo definire “parole per ferire a doppio taglio”, in quanto offendono una persona o un oggetto o attività ma anche evocano offensivamente un’intera categoria.

Vengono anzitutto gli etnici (sostantivi e aggettivi), cioè nomi di un popolo straniero, spesso lontano e mal noto, usati per offendere una persona: albionico “britannico” “perfido”; americanata “grossolanità vistosa e superficiale”; ascaro “seguace di basso rango”; baluba lomb. “persona rozza e incivile”; barbaro (una sorta di iperonimo generalissimo, ereditato dalle lingue classiche), “rozzo, incolto”, ma anche “feroce, crudele, efferato”; beduino “incivile”; calmucco “persona goffa o imbacuccata in modo ridicolo”; bulgaro “che presenta caratteri di statalismo ottusamente burocratico e poliziesco”; cinese “scritto, scrittura, discorso incomprensibile”; crucco, dal serbocroato kruh “pane”, nomignolo dato da soldati italiani prima (1939) ai militari altoatesini e trentini, poi (1942) anche agli slavi meridionali, infine generalmente ai tedeschi; dego in Canada e Stati Uniti “immigrato spagnolo o italiano”; ebreo “avido di guadagno”; franceseria “ostentazione di modi francesi”, infrancesare; giallo “orientale”; giudeo “ebreo”; guascone “spaccone”; inghilesarsi, inghilesco, inglesarsi; italiese, italiesco, italiota; levantino “astuto”, levantinismo; mammalucco “sciocco” (nome di una milizia turca battuta da Napoleone); meteco “straniero” nell’antica Grecia; meticcio “nato da genitori di razza diversa”; mongolo e mongoloide “idiota, deficiente”; negro, nero; ostrogoto “rozzo, incivile”; ottentotto “rozzo, incivile”; scozzese “avaro”; spagnoleria, spagnolesco “borioso, sussiegoso”; turco “scritto, discorso incomprensibile”; unno; vandalo; watusso “rozzo, incivile”; zingaro “persona senza fissa dimora o dall’aspetto trasandato e sporco”; zulù. “rozzo, incivile”.

Un secondo gruppo è dato da sostantivi o aggettivi tratti da nomi di regioni o città italiane e impiegati in modo spregiativo: bassitalia “meridionale”, burino “rozzo, maleducato”, gabibbo lig.“meridionale”, genovese “avaro”, marocco “africano”, maumau “meridionale”, napoli “napoletano, meridionale immigrato nel settentrione”, polentone, terrone.

Terzo gruppo: parole (sostantivi, aggettivi, talora verbi) indicanti una particolare professione o attività o socialmente disprezzata oppure non disprezzata, almeno in genere, ma considerata sotto un particolare profilo valutato negativamente: accademia chiacchiere inutili e pretenziose”, accademico “pomposo, verboso”, accademicheggiare, accademicismo, accademismo “inutile esibizione di erudizione”; ammazzasentenze “giudice incline ad annullare giudizi di gradi inferiori”; avvocato con avvocateggiare, avvocatesco, avvocaticchio, avvocatucolo, avvocatuncolo (altri epiteti e nomignoli per mediocri avvocati: leguleio, paglietta, parafanghista “avvocato dedito a cause per incidenti stradali”); ayatollah “fanatico”; barotto piem. “contadino”, anche agg., “rozzo”; beccaio “carnefice”, “cattivo chirurgo”; beccamorto; biscazziere; bonzo “monaco buddista” ma anche “persona, specie autorevole, che si comporta con eccessiva e ridicola solennità”; bottegaio; burosauro“alto burocrate”; cafone (originariamente e in dialetti meridionali “contadino”) con i derivati cafonaggine, cafonata, cafonesco, cafoneria; caporale “militare di minimo grado nella gerarchia militare capo di una piccola squadra di uomini”, “persona prepotente, autoritaria” come evidenziano i derivati caporalesco “prepotente, autoritario”(diffusosi dal 1914–15 con l’inizio del conflitto mondiale), caporalescamente, caporalismo (l’accezione è alla radice del celebre dilemma di Totò: “Siamo uomini o caporali”); carrettiere “volgare, sgraziato” anche “ignorante”; cattedratico “che ostenta inutile erudizione”; cavadenti “dentista di scarso valore”; cavasangue “medico di scarso valore”; cerusico “chirurgo di scarso valore”; ciabattino; conciaossa “chirurgo di scarso valore”; facchino; gesuita, gesuitico ingesuitarsi; impiegato con i derivati impiegatesco, impiegatizio; mandarino; norcino“chirurgo di cattiva qualità; parrucchiere “chiacchierone incolto”; pasdaran“fanatico”; pecoraio “ignorante” (stereotipo particolarmente falso: nell’Italia preunitaria, sepolta nell’analfabetismo, proprio i pecorai, spostandosi nelle transumanze e leggendo nelle soste a compagni ignoranti i libri de pelliccia, i grandi poemi cavallereschi che portavano con sé nelle tasche delle pellicce, furono agenti di promozione di italianità linguistica); pellaio tosc. “violento, volgare”; pescivendolo; politico con i derivati politicante, politicantistico, politicastro, politicheggiare, politicismo, politicistico, politicume; portiere, portiera “persona pettegola”, portinaia “donna pettegola”; professore con i derivati professorale, professorio professorume; prete con i derivati pretesco, preteria, pretignuolo, pretino “di, da prete”, pretoccolo, pretoide, pretume; ragioniere, ragionieresco; scolastico, scolasticismo, scolasticità; scannagalli “chirurgo di nota incapacità”; segaossi “chirurgo di scarso valore”, vastaso “rozzo, volgare”.

Non ci sono solo stereotipi a far da punto di partenza per parole che esprimano odio e disprezzo e servano a denigrare e insultare

Diversità, difetti, mancanze rispetto a quel che appare normale, in particolare le diversità di abilità, sono individuate da parole che, anche se in origine neutre e tecniche, sono spesso avvertite come ingiuriose e usate stereotipicamente come tali. Distinguiamo qui di seguito tre gruppi.

Parole per diversità e disabilità fisiche: antropoide, abnorme, bamberottolo, brutto, cecato, crozza, deforme, gibboso, gobbo, handicappato, minorato, nanerottolo, omucolo tosc., pulcioso, orbo, racchio, scartina, scartellato nap. “gobbo”, sciancato, sgraziato, trucio tosc. , trucido rom. “rozzo, volgare, sporco”, zoppo.

Parole per diversità e disabilità psichiche, mentali, intellettuali (ma si vedano oltre anche i gruppi successivi di parole d’origine sessoescrementizia): analfabeta; babbeo, babbaleo, babbalone, babbalucco; balordo; bambinesco; beota; bestia anche “moralmente spregevole” con i derivati bestiaccia, bestiale, bestialità, imbestialito, bestione; cerebroleso; ciarlatano; ciula “sciocco” di area settentrionale con il derivato ciulare; chiacchierone; coatto rom.; cottolengo piem. “scemo, stupido” (dal nome del benemerito ospedale intitolato a S. Giuseppe Cottolengo) usato come aggettivo e sostantivo comune per “scemo, stupido”); credulo, credulone; cretino, cretinismo, cretineria, cretinata, cretinaggine, cretinesco, rincretinirsi; deficiente; ebete; idiota, idiozia; ignorante; imbecille, imbecillità, imbecillaggine, rimbecillirsi; incapace; inetto anche in senso morale e intellettuale, inettitudine; inintelligente (parola cara a Benedetto Croce); insano; macrocefalo; mentecatto; microcefalo; puerile; ritardato;scemo, scemenza, scemata; sciocco sciocchezza; spaghettaro “cialtrone inconcludente” (usato da Alberto Arbasino); stolido, stolidità; stolto, stoltezza: stupido, stupidità, stupidaggine, istupidirsi; subnormale; testone; tonto; umanoide.

Parole per difetti morali e comportamentali (ma si vedano oltre anche i gruppi successivi di parole d’origine sessoescrementizia): abietto col derivato abiezione, amorale, bacchettone “persona che ostenta l’adesione a pratiche religiose”, ma anche “moralista partcolarmente ottuso”, bigotto o bizzoco “persona che ostenta l’adesione a pratiche religiose”, buffone, bugiardo, cialtrone, delinquente, disdicevole, disetico(usato da Carlo Emilio Gadda), disgraziato “privo della grazia divina, moralmente turpe”, disonesto, dissoluto, elastico, falso, fannullone, farabutto, fetente, fetido con il derivato fetidume, gretto, imbroglione, immorale e immoralità, impostore, incivile, indecente, indolente, ipocrita, lazzerone, lutulento, malandrino, maleducato, malvagio, mascalzone, mentitore, menzogna e menzognero, mozzarella “debole, molle”, neghittoso, omiciattolo, ominicchio, omuncolo, osceno, ozioso, pagliaccio, perdigiorno, perditempo, pigro, pinzochero “persona che ostenta l’adesione a pratiche religiose”, riprovevole, reprobo, malavitoso, malvissuto, scansafatiche, schiappa, sciagurato, scostumato, scioperato, sfaccendato, sfaticato, sozzo, sporcaccione, spregevole, squallido, tristo, truffatore, turlupinatore (da turlupinare “imbrogliare”, che è da turlupino “seguace di setta predicante la povertà evangelica e praticante dissolutezze”), turpe, vagabondo, voltagabbana “chi cambia idea, partito, improvvisamente seguendo bassi interessi privati”, zozzo con zozzone e zozzeria di area romana.

Parole denotanti inferiorità socioeconomica: affamato (e morto di fame), biotto (area settentrionale), cacino (area toscana), disagiato, emarginato, escluso, gramo, infelice, misero, meschino, miserabile, pezzente, pitocco con il derivato pitoccare “chiedere l’elemosina”, povero, tapino, straccione.

Odi, disprezzo e insulti oltre gli stereotipi

Ma non ci sono solo stereotipi a far da punto di partenza per parole che esprimano odio e disprezzo e servano a denigrare e insultare. Nel Gradit si trovano quasi duemila parole che, senza ricorso a stereotipi, o sono dichiaratamente ed evidentemente spregiative e insultanti oppure hanno un valore prevalentemente neutro e descrittivo ma nelle pieghe del loro significato hanno accezioni che nascono da usi spregiativi e ne permettono l’utilizzazione in tale funzione. Accanto alle parole portatrici di stereotipi etnici, regionali, sociali, anche queste meritano di entrare nella famiglia degli hate words, che non paiono dunque nutrirsi solo di stereotipi. Qui ne verrà presentata una selezione che in parte lascia fuori, rispetto al Gradit, parole obsolete o di basso uso e in parte integra con qualche giunta la fonte Gradit. Le parole sono raccolte in sottogruppi di una certa omogeneità semantica.

In questa schiera rientrano due ampi gruppi di insulti forniti per dir così da madre natura, flora e fauna, dunque nomi di ortaggi e di animali adoperati per ingiuriare umani partendo da tratti attribuiti tradizionalmente e popolarmente alle varie specie.

Ortaggi: bietolone “semplicione”, broccolo con l’accrescitivo broccolone “persona goffa”, (torso, testa di) cavolo (dove cavolo è diffusa copertura eufemistica d’altra nota parola), cetriolo “sciocco”, crauto “tedesco”, finocchio “omosessuale maschile”,patata “persona sciocca”, peracotta “sciocco”, pignolo “pedante” e pignoleria, pignolaggine, rapa, torsolo, zucca, zuccone “persona insipida, testarda”.

Animali (mammiferi, pesci, uccelli, e anche insetti e microcellulari) e loro atti o parti: abbaiare; anguilla “persona abile a sfuggire alle proprie responsabilità, a cercare scappatoie”: animale “persona inumana, per molti versi spregevole”, iperonimo generale, ineliminato residuo della tradizione antropocentrica, con il derivato animalesco; asino “ignorante” con i molti derivati asinaggine, asinata, asineria, asinesco, asinescamente; avvoltoio “chi approfitta delle disgrazie altrui”; azzannare; becco “marito tradito, cornuto” con beccaccione; bestia “persona inumana, per molti versi spregevole”, altro iperonimo generale, altro ineliminato residuo della tradizione antropocentrica, con i derivati bestiale, bestialità, bestione, imbestiarsi, imbestialire; bisonte “bufalo”; bue “sciocco, stolido” con i derivati bovino e buaggine; bufalo “persona ottusa e rozza”, ma anche “persona violenta” con i derivati bufala “grossa sciocchezza, notizia falsa” (di area romanesca) e imbufalirsi “infuriarsi violentemente”; cagna “donna di facili costumi” o “cattiva cantante”; caimano “affarista vorace e senza scrupoli” (accezione fissatasi nel 2006 con il film omonimo di Nanni Moretti); cane nelle accezioni di “crudele, feroce”, evidenziata da canaglia, cagnesco, accanirsi, accanimento, accanito, o di “incompetente, incapace”; capra (insulto favorito di Vittorio Sgarbi) e caprone “rozzo, ignorante”; cimice “persona di nessun conto e molto sgradevole”; civetta “donna vanitosa e frivola che cerca di attirare in modo malizioso l’attenzione e l’ammirazione maschile” con i derivati civettare e civettuolo; coccodrillo “ipocrita” (come rimbalzo della locuzione lacrime di coccodrillo), coniglio “pauroso”, falena “prostituta”; grugno “volto umano”; gufo “persona abitualmente di umore tetro e poco portata alla socialità” (insulto prediletto dall’ex sindaco di Firenze Matteo Renzi) con i derivati gufaggine e gufata; iena “persona crudele e spregevole”; insetto “persona meschina, di nessun conto”; latrare; lucciola “prostituta”; lumaca e lumacone“persona lenta” (non pare avere equivalenti standard il nome siciliano dei lumaconi,crastone, insulto polivalente come risulta dalla spiegazione dialettale “crastone: e t’aiu dittu tre cose: vavusu, cornutu e gimmorutu”); maiale con i derivati maialata, maialone; microbo “persona di nessun conto e però dannosa”; merlo “sciocco”; mollusco “persona debole, cedevole”; moscerino; muso “volto umano simile ad animale non umano”; pecora “persona timida, paurosa, ossequiente”; mulo“testardo”; oca “persona stupida, specie donna”; papera “sciocchezza, errore”; pappagallo “ripetitore inintelligente”, “importuno” con il derivato pappagallismo; pescecane “persona che si è arricchita con estrema rapidità in modo illecito o sfruttando una situazione di disagio generale, spec. in tempi di guerra” con i derivati pescecanesco e pescecanismo; pidocchio “persona di nessun conto e molto sgradevole” e pidocchioso; pipistrello “persona lugubre”, pollo “sciocco”; porco con i derivati porcaggine, porcaio, porcata, porcheria, porcaccione, porcone; pulce “persona di nessun conto e molto sgradevole”; ragliare “parlare da somaro” e ragligare in area settentrionale; ronzino “persona ormai stanca, di ridotte capacità”; rospo “persona brutta e quasi ripugnante” oppure “persona scontrosa e poco socievole”; sanguisuga“persona avida, profittatrice”; scarafaggio “persona di aspetto sgradevole o, anche, moralmente spregevole, indegna”; sciacallo, sciacallagine; scorfano “persona di aspetto deforme”; serpente“persona infida”; somaro “ignorante” con i derivati somaraggine, somarata; squalo“persona molto avida, che si è arricchita o ha conquistato posizioni di prestigio in modo privo di scrupoli”; tigre “persona, spec. donna, aggressiva e crudele”; topo di fogna; tordo “sciocco”; vacca “donna volgare che si prostituisce o si concede con facilità” (sul modello puttana: puttanata al derivato vaccata va attribuito il valore primario di “azione gravemente scorretta”); verme “persona spregevole, vile, abietta” con il peggiorativo vermiciattolo; vipera“persona infida, aggressiva, velenosa” con i derivati viperino e inviperirsi; zampa“arto animalesco”; zanna; zanzara “persona fastidiosa”; zecca “persona massimamente appiccicosa”.

Grande fortuna come insulto diretto ha il principale nome popolare dei testicoli: coglione

Gli apparati sessuali maschile e femminile e le relative attività sono un centro di irradiazione di parole utilizzate in parte per offendere e variamente denigratorie. Merita un cenno a parte il nome più popolare dell’organo maschile: ha funzione di interiezione per esprimere stupore o disappunto (eufemizzato da cavolo, cazzarola ecaspita), è entrato anche nell’apparato grammaticale (preceduto da articolo indefinito) quale rafforzativo della negazione o dell’interrogazione, come in non vedere, capire, dire un cazzo o in che cazzo fai oggi? (anche con omissione del che, sul modello dell’estensione settentrionale di cosa a pronome interrogativo, cazzo fai stasera?). Oggi (non così in antico) raramente è usato isolatamente nella sua forma base per deprezzare o insultare. Comuni sono invece i derivati cazzaccio “sciocco spregevole”, cazzata “grave errore” e “diceria priva di credito”, cazzaro “chi dice o fa gravi sciocchezze”, cazzeggiare “dire, fare sciocchezze” con i derivati cazzeggio, cazzeggiatore e cazzeggiatrice, cazzone “sciocco”, meno diffusi invece, salvo ambiti dialettali, i diminutivi cazzillo, cazzullo. Grande è la fortuna di parole nate come eufemismo della voce maggiore e di largo impiego come insulto diretto a persona: belino di area ligure con il derivato belinata, bischero, di origine toscana, con i derivati bischerata, bischeraggine, bischerume; cacchio forse il più diffuso concorrente di cazzo nei diversi usi e nei derivati cacchiata, cacchione, incacchiarsi; fottere “imbrogliare, danneggiare gravemente” con il derivato fottuto “imbrogliato, rovinato”; minchia “cazzo”, di origine siciliana, con i derivati minchiata, minchione base a sua volta di minchionaggine, minchioneria, minchionare “prendere in giro, ingannare” con i derivati minchionatore da cui minchionatorio, minchionata, minchionatura, minchionazione; pirla di origine lombarda, con i derivati pirlaggine e pirlata. Invece non si dipartono insulti, salvo due parziali eccezioni, dalle altre molte denominazioni del pene: pipì, con la variante settentrionale piana pipi, pisello, pirillo, pistolino nel linguaggio infantile, e gli eufemismi, alcuni colti o semicolti, asta, batacchio, bigolo (di area veneta, anche “sciocco”), ceppa, fallo col derivato ipercolto falliforme, fava (con qualche fortuna in locuzioni negative come non capire una fava), glande (estremità del pene), mazza(con qualche fortuna in locuzioni negative), membro, nerchia (di area toscana e romana), oco (di area centrale), pesce (romanesco e meridionale), picio (di area piemontese), pinco (di area toscana), prepuzio, salame (fortunato come eufemismo di copertura), salsiccia, sega “masturbazione”, tega (in area settentrionale “baccello” e “pene”), uccello forse l’eufemismo più antico e diffuso con il derivato uccellare“prendere in giro”, verga.

Grande fortuna come insulto diretto, usabile da capi di governo in allocuzioni pubbliche, ha il principale nome popolare dei testicoli: coglione, che appare nei testi italiani fin dal duecento, continuatore del latino popolare tardo colleonem, indica “persona sciocca, incapace” ed è forse il più diffuso insulto diretto. Qualche fortuna hanno i derivati coglionare “prendere in giro”, coglionata “grave errore”, coglionaggine e coglioneria “stupidità”, coglionella “presa in giro” e, con questo valore, gli eufemismi cogliluva e cogliluvio. Di uso più raro altri sinonimi come corbello con i derivati corbellare “prendere in giro” e corbelleria “grave errore”, marrone con i derivati marronata e smarrone “grave errore”.

L’ingegnosità linguistica creativa popolare e semicolta si è esercitata assai meno in rapporto all’apparato sessuale femminile. È notevole l’assenza d’una denominazione standard nel linguaggio infantile (pare ora farsi strada patatina). È relativamente modesto il numero di espressioni denigratorie di questa origine utilizzate come insulto, alcune per altro massimamente fortunate: così dal napoletano standard fessa derivano i diffusi fesso con gli alterati fessaccio, fessacchiotto, fessillo (di area meridionale), fessuccio, e fessaggine, fessata, fesseria; fregna e fresca originati in area romana con i derivati fregnaccia “sciocchezza grave”, fregnaccione, fregnacciaro, fregno, fregnone, frescaccia, frescacciaro, frescone, frescaccione. Senza usi o derivati denigratori altre denominazioni: brodosa, conno, fica o figa variante settentrionale in espansione (di cui si segnala il derivato eccezionalmente positivo ficata “trovata astuta, azione brillante, cosa bella, piacevole”, da cui si è retroformato l’aggettivo fico con alta valenza positiva), gnocca e sgnocca, passera, sgnacchera di area settentrionale, sorca, topa.

Un addensamento di volgarità colpisce la prostituzione con parole usate come insulto in vari casi (puttana, troia, zoccola) anche all’indirizzo di maschi: adescatrice, androcchia di area meridionale, bagascia, bagasciona, baiadera, baldracca, baldraccona, battona, cocotte, cortigiana, cunnivendola (usato da Giorgio Manganelli), ditteride (derivato da ditterio “mercato”, usato da Carlo Dossi), donnaccia, etera, falena, horizontale (francesismo usato da G.D’Annunzio, adattato in orizzontale da Ferdinando Martini), mantenuta, meretrice, puttana, con derivati puttaneggiare, puttanata, imputtanirsi, jinetera (dallo spagnolo di Cuba), lucciola, malafemmina (napoletano), marchetta e marchettara, mercenaria, mignotta, mondana, nottivaga, pandèmia, pantegana, paracula, passeggiatrice, picia (di area piemontese), professionista, quadrantaria “sgualdrina di basso costo” (Gian Pietro Lucini), quaglia (area piemontese), scaglia (area centrosettentrionale), sgonnellatrice (usato da Paolo Valera), sputtanare, sputtanamento, sgualdrina, taccheggiatrice (usato da Alberto Savinio), troia con troiaccia, troiaio, troiata, troiona, vacca vaccona, zambracca, zoccola, zoccolona.

Fonte di denominazioni usate come insulto è anche l’omosessualità, soprattutto maschile anormale, bagascione, baldraccone, bisex, bucaiolo, buliccio (area ligure), busone (area emiliana), checca, culano (area emiliana), culattina e culattino (area settentrionale), culattone, culo, cupio (area piemontese), dama, diverso, finocchio, frocio, garruso (area meridionale), gay, invertito, omo, omosex, orecchione, paraculo, pederasta, recchione (area meridionale), sodomita, tubo, travestito, zia.

Ancora parole, parolacce e paroline

Si raccolgono qui in due gruppi parole mal collocabili nei gruppi omogenei prima elencati.

Parole anche in parte di valore descrittivo che hanno tuttavia anche qualche accezione marcatamente spregiativa: abnorme, acchiappaturisti, accolito, accolta, accozzaglia, armamentario “repertorio di concetti e stereotipi di un’ideologia”, arcadico “languido, svenevole”, assillare, attricetta, balla “falsità”, baracca, barocchismo, barone “prepotente” e “professore universitario di qualche potere”, bellettristica, borghese “gretto”, casta, catechismo, ciabatta, circo, ciurma, conformismo, conformista, contadino con il derivato contadinesco, corifeo, corporativo, coso “persona non identificata”, costei e costui “persona innominabile, inqualificabile”, cuccia “letto”, debordare, delirare, delirante, dilettante con dilettantismo, dilettantistico, divulgativo e divulgazione, feudale, foraggiare, gotico, ideologo con ideologia, ideologico, ideologismo, imbianchino “pittore”, imbellettare, individuo “persona innominabile, inqualificabile”, medievale “antiquato”, mercante, mestiere, municipale “campanilistico”, padrino “anziano capo di una famiglia mafiosa”, pariolino “gagà”, provinciale “angusto, ristretto”, musicante, ordinario “senza qualità”, palla “falsità”, parassita, parrocchia, parrocchiale, pasticciare, pasticcio, pasticcione, patetico, provinciale, puro come sostantivo “ingenuo”, come aggettivo “limitato, dedito a una sola specifica attività con poca intelligenza del restante mondo” (già latino: purus grammaticus purus asinus), qualunque “senza qualità”, quello e quello là “persona innominabile, inqualificabile”, questo e questo qua “persona innominabile, inqualificabile”, rappezzare, retore, retorica, ricottaro, rifiuto “scarto, spazzatura”, rimaneggiare, risma, satellite, sbaraccare, segugio “poliziotto”, smerciare, tribuno, zavorra.

Parole più o meno costantemente (rispetto alle precedenti) dichiaratamente spregiative sono, ad esempio, aguzzino, angiporto, anticaglia, anticume, articolessa, ambeduismo “posizione ambigua tra schieramenti contrapposti”, arruffapopoli, assillare, avanzo di galera, avvocateggiare, balla, ballista, balordo, banale, banda, bandito, baroccagine, baronata, bastardo, beghina, beghinaggio, beghino, benpensante, birbante, birbanteria, birignao, boria, borioso, boss, birro, branco, briccone , brigante, cacasotto, camorra, camorrista (per cui vedi anche oltre), canaglia, capopopolo, caporione, carogna, carrozzone, casino, casinaro, casotto, ciarlare, ceffo, centone, chiavica, ciarpame, clericale, ciofeca nap. rom. “bevanda disgustosa”, codazzo, combriccola, comodaccio, complottismo, comunisteggiare, concionare, concorsificio, conservatorume, consorteria, contadiname, contorsionista, conventicola, coterie “cricca”, criminale, crepare “morire”, crosta “brutto dipinto”, crumiro, delinquente (ma vedi anche oltre), demagogo con demagogico, democraticume, diffamare, divulgatore, dottorame, esamificio “università di facili costumi”, faccendiere, fanatico, fanatismo fanfarone, fandonia (parola da qualche tempo chissà perché di scarso uso, non così in età fascista quando facendo il verso alle vanterie del governo si diceva: “Quest’anno abbiamo fondato Pomezia, Aprilia e Carbonia, l’anno prossimo fonderemo Facezia, Quisquilia e Fandonia”), farabutto, fascista, fascio, fascistico, fascistone, fattaccio, feulleiton, filosofaglia, filosofastro, filosofume, ficcanaso, forcaiolo, fondamentalismo, forestierume, fuorilegge, furbo confurbacchione, furbastro, furbata, furberia, furbizia, furbone, furfante, gagà, gaglioffo, galoppino, gangster e gangsterismo, gazzettiere, genia, gentaglia, gentuccia, gentucola, gerarca, giullare, idolatrare, idolatria, idoleggiare, imborghesire, imbrancarsi, imbrattacarte, insecchirsi, insolente, insolenza, intrigare, intrigante “ficcanaso”,intrufolarsi, intrupparsi, ladro (ma vedi oltre) e ladruncolo, laicista, latrina, lagnoso, leggina, maestrina “persona che ostenta l’adesione a pratiche religiose”, mafia, mafioso (per cui vedi anche oltre), malavitoso, malfattore, malvivente, manesco, manigoldo, mantenuto, marmaglia, mascalzone e mascalzonata, masnada, masnadiero, massa, massone, mercanteggiare, mercede, mercimonio, mestierante, mezzano, minutaglia, mistificatore, modaiolo, moraleggiare, moralistico, moralismo, ninfomane, narcisismo, narcisistico, ‘ndrangheta, ‘nrdanghetista (per cui vedi anche oltre) omaccio, omuccio, omiciattolo, omaccione, ominicchio, omuncolo, omertà, operettistico, orecchiante, orecchiare, palazzinaro, pallista, pallonaro, paludamento, paludato, pantalonata, pantofolaio, paparazzo, paparazzata, paraninfo “ruffiano”, pargoleggiare, parruccone, parvenu, passacarte, patacca, pateracchio, patriottardo, pedagogo, pedagogico “pedante”, pedante, pelandrone, pendaglio di forca, pennaiolo, pennivendolo, peone “parlamentare puro esecutore di direttive”, pettegolo, pettegolare, pettegolezzo, piagnone, piazzata, pietismo, pippa “masturbazione”, ma anche “cosa noiosa”, con derivati pippone e pipparolo, pivello, poco di buono, poltrone, popolino, poppante, portaborse, praticone, precettismo, prefazionaio, presuntuoso, presunzione, pretume, prezzolato, prosopopea “mascheratura solenne”,prosseneta “ruffiano”, protagonismo, provincialismo, reggicoda, religionismo “fanatismo, fondamentalismo non solo religioso”, qualunquismo, raffazzonare, rancido, ribaldo, ribobolo, ribobolaio, rimasticatura, risciacquatura, rimpolpettare, ruffiano, saccente, saccenteria, saltimbanco, sballare “raccontare, scrivere balle”, sbaraccare, sbarbatello, sbirro, sbirraglia, sbracare, scagnozzo, scolastico, scolasticità, scarabocchiare, scarabocchio, scarto, scartoffia, schedaiolo, schiappa, scientismo, scombiccherato, scoria, scopiazzare, scribacchiare, scribacchino, secchione, sega con i derivati segone e segaiolo, sfaccendato, slatinare, spazzatura,straccio, strafalcione, strozzino, superficiale, superficialità, supponente, supponenza, trabiccolo, trafficante, trafficare, trangugiare, trasformismo, trasformista, tribunizio, trinariciuto, untume, untuoso, usura, usuraio, uterino, vaiassa, velinaro, venale, venalità, vieto, vile, viltà, vigliacco, vigliaccata, vigliaccheria, zotico.

Morfologia derivazionale degli hate words

L’inventario degli hate words nazionali è incompleto se non si tiene conto delle potenzialità offerte in via sistematica dalla morfologia derivazionale italiana. Sono potenzialità in parte realizzate ed esemplificate da casi già citati, ma in realtà in grande misura tutte da esplorare. Possiamo distinguere tre gruppi: derivati suffissati, derivati prefissati, composti e polirematiche.

Derivati suffissati: come si è potuto osservare in diversi casi incontrati, sono preziosi come spie di sfumature negative, che possono dare adito a usi ingiuriosi di parole neutre e perfino di valenza nel complesso positiva: accademicheggiare, avvocatesco, politicante, pretesco, professorale sono la spia di valenze negative nascoste nelle parole base e giovano a richiamare l’attenzione su loro possibili usi negativi e ingiuriosi. Alcuni suffissi sono specificamente deputati a formare parole con valore spregiativo, così -accio (donnacia, libraccio, pretaccio, ragazzaccio, tipaccio ecc.) e

-astro (giovinastro, medicastro, poetastro, topastro eccetera). Un buon numero di suffissi dà luogo a derivati che, a seconda delle parole base, hanno valore di ingiuria o lo accentuano: -acchiotto (fessacchiotto), –aglia (brodaglia, canaglia, gentaglia, plebaglia, teppaglia),–arello (gentarella), –azzo (andazzo, amorazzo, codazzo), -esco(bambinesco, canagliesco, caporalesco, libresco, militaresco, poliziesco, pretesco, soldatesco), -iccio (alticcio, bianchiccio, chiacchiericcio, gialliccio, imparaticcio, malaticcio, molliccio, rossiccio, sudaticcio, umidiccio), -igno (asprigno, ferrigno, patrigno, matrigna), -ogno e -ognolo (amarogno e amarognolo, azzurrognolo,verdognolo), -oide (anarcoide, genialoide, intellettualoide), -onzolo (mediconzolo, pretonzolo), -otto (paesotto e il derivato paesottismo “accentuato campanilismo” usato da Andrea Camilleri, ragazzotto, sempliciotto, signorotto), -uccio (gentuccia, lettuccio, professoruccio), –uc(c)olo (poetucolo, professorucolo, scrittorucolo), -uncolo (avvocatuncolo, omuncolo, professoruncolo), –uzzo (cittaduzza, paesuzzo, poetuzzo),

–ume (insieme a -oide il più produttivo per ingiurie a pronto uso: appiccicume,canagliume, forestierume, fradiciume, giallume, grassume, nerume, polverume,politicume, putridume, sudiciume, untume, vecchiume).

Derivati prefissati. Alcuni prefissi e prefissoidi si offrono come comodo strumento di formazione di parole deprezzanti, ingiuriose. Tali ipo- (ipoaffettivo, ipoumano), pseudo- (pseudoattore, pseudocantante, pseudogiornalista, pseudopolitico ecc.), semi- (semiattore, semicantante, semiprofessore, semiumano), sotto- (sottocultura, sottogoverno, sottospecie), sub- (subordine, subnormale, subumano).

Infine l’ampia schiera di composti aventi come primo elemento verbale caca- (cacasenno saccente”, cacasentenze “saccente e verboso”, cacasotto “pauroso”, cacastecchi “avaro” eccetera), lecca-(leccaculo, leccapiatti), mangia-(mangiacrauti, mangiacroste, mangiamarroni “sciocco”, mangiamerda), piscia-(pisciasentenze, pisciasotto “pauroso”), rompi-, scassa-, sega- spacca- con cazzo, minchia, palle come oggetti cui il seccatore mira nella sua attività distruttiva. Annettibili a questo sottogruppo sono le polirematiche col primo elemento faccia (faccia da galera, da schiaffi, di bronzo, di, da culo, di merda, di palta, di tolla) o testa (testa d’asino, di cavolo, di cazzo, di legno, di minchia, di rapa).

I codici ed Evagrio

Infine due gruppi di parole, le riconducibili a reati identificati nel codice penale e le riconducibili ai peccati e vizi capitali della tradizione cristiana. Nel primo gruppo rientrano parole che nella lessicografia non sempre sono sufficientemente individuate nella loro valenza spregiativa e aggressiva (specialmente evidente in usi inappropriati e indebitamente estensivi), cioè parole di valore descrittivo indicanti reati e atteggiamenti condannati dalla legge e/o dal comune sentire: abuso, abusivo, calunnia, calunniatore, camorra, camorrista, diffamatore, diffamare, diffamazione, delinquente, delitto, estorsione, estortore, furto, infanticidio, ladro, mafia, mafioso, ‘ndrangheta, ‘ndranghetista, plagio, rapimento, rapitore, rapina, rapinatore, rubare, omicida, omicidio, stupratore, stupro, tortura, torturare, torturatore, violento, violenza. Il codice penale è in generale cauto nell’uso di parole correnti o, più precisamente, pare incline a usare parole che identificano atti e comportamenti piuttosto che gli autori di delitti. Vi si parla di furto, rapina, rubare ma non di ladro, appaiono calunnia, diffamazione, terrorismo ma non calunniatore, diffamatore, terrorista. Eccezione certamente assai rilevante è delinquente di uso relativamente frequente nei codici come delitto. Invece nelle sentenze e nella giurisprudenza hanno largo impiego anche le etichettature personali. Ma l’intera materia esige un’analisi più specifica di questo inventario sommario.

L’ultimo gruppo di parole è relativo ai sette vizi o peccati capitali della tradizione cristiana, definiti nel quarto secolo da Evagrio e ancora largamente utilizzabili per ingiuriare e offendere con qualche nobiltà di linguaggio: 1) superbia, superbo, vanità, vanitoso; 2) avarizia, avaro, cupidigia, cupido, avido, avidità; 3) lussuria, lussurioso, concupiscenza, concupiscente; 4) invidia, invidioso; 5) gola, crapulone, epulone, goloso, ghiottone, ghiottoneria, ingordigia, ingordo, vorace, voracità; 6) ira, irascibile, irato, vendicativo, aggressivo, intollerante, intolleranza; 7) accidia, accidioso, abulia, abulico, fannullone, indolente, indolenza, infingardaggine, infingardo, ozio, ozioso, neghittoso, pigro, pigrizia, scansafatiche, scioperato, sfaccendato, sfaticato, svogliatezza, svogliato, torpido.

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Francesco Boille