Una famiglia rom a Craica, alla periferia di Baia Mare, nel nord della Romania, il 18 giugno 2012.
  • 01 Apr 2016 11.56

Ai confini della Romania per portare quindici paia di stivali

01 aprile 2016 11:56

“A pelato di merda!”, mi urla un ragazzino grassoccio che avrà circa dodici anni. Sono a Craica, all’estrema periferia di Baia Mare, in Romania. Ai lati del binario di una ferrovia dismessa sono state costruite un’ottantina di baracche. È sempre la stessa storia: adulti con tanti bambini e bambini con altri bambini.

Il ragazzino che mi ha insultato è rom. Sto portando qualche paio di stivali di gomma ad alcuni dei bambini che vivono in condizioni terribili in una baracca che avevo visitato il giorno prima. Mi sembra illogico. Sono talmente tante le cose che mancano o non funzionano che l’idea che 15 ragazzi con le scarpe possano fare la differenza suona ridicola.

La sera prima ero stato anche a Pirita, una discarica di scarti di lavorazione di una miniera (dove ci sono altri insediamenti informali abitati dai rom). Sono rimasto impantanato con la macchina nel fango. La situazione è terribile. Ho visto centinaia di persone che vivono in un incubo: la zona ricorda i campi profughi che ho visitato l’anno scorso in Libano.

Qui, però, la povertà fa ancora più impressione. Una famiglia con sette figli e un ottavo in arrivo si stava costruendo una baracca. Tre dei bambini non avevano le scarpe ed erano sporchi da far spavento. Due non avevano nemmeno i pantaloni.

In tutto il campo c’è solo una fonte d’acqua. Il padre aveva 31 anni ma ne dimostrava cinquanta. La madre ne aveva 26, e anche lei ne dimostrava almeno venti di più. Probabilmente all’ultimo mese di gravidanza, la donna stava battendo dei chiodi cercando di attaccare dei pezzi di legno. Nella baracca c’era un letto grande poggiato su alcuni sassi: quando piove ci sono dieci centimetri d’acqua per terra. E c’era anche una stufa in cui la famiglia brucia qualsiasi cosa purché faccia calore. Nient’altro. Il tutto in nove metri quadrati al massimo. Ho parlato con la gente. Solo rabbia, a Pirita come a Craica.

Cosa può cambiare una visita del genere? Me lo chiedo mentre faccio indossare un paio di stivali a una bambina che ha i piedi zuppi d’acqua

I quindici bambini di Pirita a cui ho portato gli stivali hanno i piedi coperti e stamattina hanno mangiato a sufficienza. Ma altri cento bambini del campo non sono stati così fortunati. Ho visitato anche i palazzi del quartiere ghetto di Baia Mare. Rifiuti dappertutto. Droga e prostituzione. La situazione non è così grave come nel ghetto di Ferentari, a Bucarest, ma è molto probabile che tra qualche anno diventi addirittura peggiore.

Cosa sto cercando in un posto del genere? Perché sto perdendo tempo a osservare cose che la maggior parte dei romeni non ha né visto né immagina che esistano? Cosa può cambiare una visita del genere? Me lo chiedo mentre faccio indossare un paio di stivali misura 23 a una bambina che ha i piedi zuppi d’acqua e coperti di fango.

Mi prendo un altro insulto. Non ho stivali per tutti gli adulti che ne hanno bisogno o che pensano di averne diritto. Parlo con loro. Così come faccio a Ferentari e in altri posti del genere.

Un uomo anziano urla qualcosa in romanì a un gruppetto che fa casino. Gli dico, sempre in romanì, che anche io sono rom e che lo ringrazio. L’uomo rimane sorpreso, come le persone intorno a lui. Poi si rivolge a me cercando di giustificare la villania degli altri. Alcuni sembrano ascoltarlo, altri se ne vanno brontolando. Uno di loro mi insulta ancora, sempre in romanì. È un ragazzo, padre di due figli. Ma non ho più stivali da dargli.

Lo stato non esiste

Per loro rappresento lo stato romeno. Uno stato che merita di essere insultato perché permette l’esistenza di luoghi come questi. Sono il dignitario di uno stato che - è evidente - ha fallito, tollerando ghetti come questo. Sono consapevole che nel tempo del mio incarico non potrò cambiare granché a Craica o a Pirita. E so che anche se avessi un mandato più ampio non potrei comunque fare molto. Per trasformare davvero le cose c’è bisogno di tempo e di pazienza.

Tuttavia esiste la possibilità che la mia visita cambi qualcosa. A Pirita e a Craica sono stato accompagnato da persone meravigliose. Sono convinto che torneranno nel campo e che porteranno a scuola altri bambini, ragazze e ragazzi i cui genitori non sanno cosa significhi essere responsabili. Oppure non lo sono affatto.

C’è la possibilità che in futuro alcuni di questi bambini possano beneficiare delle misure che abbiamo inserito o che inseriremo nel piano anti povertà del governo.

Rispetto a questi problemi 15 paia di stivali di gomma non sono nulla. Proteggeranno solo 15 bambini dai tagli ai piedi e dall’umidità per qualche mese.

Ospiti inattesi

Mi telefona mio figlio. Ha i pidocchi. C’era da aspettarselo, considerato che passiamo almeno dieci ore a settimana con i bambini di Ferentari. In qualche modo è divertito e si congratula con me per la mia calvizie, che mi protegge dal prurito e dallo shampoo contro i parassiti. Domani torneremo dai bambini del centro d’accoglienza di Bucarest. Oggi stanno meglio di qualche anno fa. E rispetto agli altri ragazzini del quartiere hanno qualche possibilità in più di vivere una vita quasi normale.

All’improvviso l’insulto del ragazzino di Craica mi sembra molto meno drammatico. La mia calvizie ha anche un lato positivo. A Craica non ho risolto granché ma, per quanto posso, continuerò a provare a fare qualcosa. E sono sicuro che troverò sempre sostegno.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano romeno Dilema Veche.

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