Giovedì 5 dicembre sono andata al matrimonio del mio amico Eitay a Tel Aviv. È raro che io partecipi a questi eventi, ma ero curiosa. Eitay è gay e religioso, mentre il suo partner è laico.

Anche il matrimonio è stato laico, ma molti invitati appartenevano alla comunità gay religiosa. Con i miei compagni di tavolo ho discusso gli ultimi eventi accaduti a sud di Hebron, soprattutto gli attacchi dell’esercito e dei coloni. Eitay è un giovane avvocato che difende i palestinesi. Naturalmente i suoi “clienti” non hanno potuto partecipare alle nozze, a causa delle restrizioni alla mobilità ma anche perché il suo orientamento sessuale non è una cosa che può condividere con loro.

Sabato sono rimasta a casa a scrivere un articolo per Ha’aretz sulle similitudini e le differenze tra l’apartheid sudafricano e quello israeliano.

Domenica ho visitato il campo profughi di Jalazun, a nord di Ramallah, perché il giorno prima un ragazzo di 15 anni, Wajih Ramahi, era stato ucciso da un soldato. Nel campo vivono 14mila persone provenienti da 36 villaggi distrutti o espropriati da Israele dopo il 1948. Nella vicina colonia di Beit El 5.700 persone vivono in case dai tetti rossi con giardino. Tutti i terreni sono stati rubati dai villaggi vicini. I ragazzi palestinesi lanciano pietre. È l’unico modo che hanno per dire ai coloni e ai soldati che non sono ospiti ma invasori. Anche domenica hanno tirato le loro pietre. Uno di loro è stato colpito alla schiena da una pallottola israeliana. Stava scappando.

Traduzione di Andrea Sparacino

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