La discarica di Malagrotta, Roma, settembre 2011. (Lorenzo Meloni, Contrasto)
La discarica di Malagrotta, Roma, settembre 2011.
  • 26 Ago 2016 10.26

Come nasce lo scandalo dei rifiuti a Roma, e a chi conviene

26 agosto 2016 10:26

Quest’articolo parla di un’emergenza che forse è solo una questione annosa ma non irrisolvibile, di una politica che spesso fa proclami invece di accompagnare processi complessi, di un argomento per nulla semplice da capire come la gestione dei rifiuti su cui però è bene farsi una propria idea accurata perché ci coinvolge tutti, di una grande buca esistente fino a tre anni fa e che permetteva di fingere che tutti questi problemi non ci fossero.

1) C’era una volta la buca

Una volta io l’ho vista molto da vicino la discarica di Malagrotta. Era la primavera del 2003; mi misi a seguire un camion dalle parti dell’Aurelia, insieme a un mio amico entrai di straforo nel sito superando la vigilanza che sonnecchiava, e con l’auto mi addentrai in quello che sembrava un paesaggio marziano: enormi dune piatte giallognole composte di spazzatura e ricoperte di terra, illuminate da una grassa luce lunare. La puzza era letteralmente mortale.

Tra cartelli che dicevano “Pericolo non scendere dai veicoli”, i camion procedevano lenti ed ermetici come sabbipodi in Guerre stellari infilando bivi su bivi, lasciandosi ai lati terrapieni sempre più giganteschi. Era un labirinto senza indicazioni in mezzo a una landa che sembrava sconfinata: avevo chiuso oltre i finestrini anche i bocchettoni dell’auto, ma a un certo punto l’assedio di miasmi aggressivi era comunque penetrato dentro l’abitacolo fino praticamente a stordirmi, mi sentivo male da svenire, avevo le vertigini, e solo dopo almeno mezz’ora riuscii a fatica a riguadagnare l’entrata.

E lì ci trovammo davanti qualcosa a cui solo poco prima non avevo fatto caso. C’era uno slargo che si interrompeva su un burrone.

Questa fossa nella terra era la cava dove i camion senza interruzione si svuotavano della spazzatura raccolta. Era un abisso davvero mostruoso di cui a stento si riusciva a intuire il fondo. La Bibbia chiama l’inferno la Geenna – dal nome della buca dei rifiuti che era situata fuori Gerusalemme. Avevo visto l’inferno, e tornando verso Roma, all’alba, con i polmoni ancora oppressi, mi ricordo che ripresi a osservare la città in modo diverso come se solo adesso avessi scorto il peccato originale che occultamente si portava addosso.

I rifiuti, anche se non li vogliamo vedere, ci riguardano. Le questioni ambientali sono quella parte della politica che tocca più profondamente tutti noi; perché le nostre scelte avranno conseguenze per le generazioni successive, e in alcuni casi saranno permanenti, e irreversibili. L’avere sversato per decenni – precisamente dal 1974 al 2013 – i rifiuti di Roma nella buca di Malagrotta, la più grande d’Europa, non è solo un evento politico del passato.

Lo stato dell’aria, la potabilità dell’acqua, la filiera del cibo, lo smaltimento dei rifiuti: tutti noi respiriamo, beviamo, mangiamo, buttiamo le cose. Ma la questione dei rifiuti più di altre è un argomento pressante e complesso e – oltre a coinvolgere vari piani, uno industriale, uno sociale, uno ambientale – ci parla di qualcosa che è tolto dalla nostra vista, e di cui non fa piacere parlare. Che fine fa la roba che gettiamo via? Quanta di questa è veramente riciclata? E dove va a finire quella che non è riciclata? Ci lamentiamo perché le strade sono sporche o perché i cassonetti traboccano, ma in fondo speriamo che ci sia qualcuno che se ne occupi senza dovercene interessare troppo.

2) La cosiddetta emergenza rifiuti

Quest’anno, tra la metà di luglio e la prima settimana di agosto, come era prevedibile, a Roma si è ricominciato a parlare di “emergenza rifiuti”. La prima consistente grana per la nuova giunta dei cinquestelle si è incarnata nelle foto di topi in giro per le strade tra i turisti, cumuli di bustoni lasciati marcire al sole, e il rinnovarsi delle proteste dei cittadini di villa Spada che vivono accanto all’impianto di trattamento meccanico-biologico (tmb) e che dal 2011 devono sopportare una puzza atroce diventata ancora più pestilenziale dal maggio scorso.

I protagonisti di questo dramma estivo sono diversi, perché a decidere di rifiuti si deve essere in molti. I principali sono quattro: il comune di Roma, l’Azienda municipale ambiente (Ama spa), la regione Lazio, le aziende private.

Il comune gestisce la raccolta e il trattamento dei rifiuti, e nel caso di Roma ha un contratto di servizio (aggiornato al 2016-2018) con l’Ama, una società partecipata (cioè di proprietà pubblica); la regione pianifica e autorizza i siti dove va messa la spazzatura; le varie aziende private che possono intervenire in ciascuno dei diversi processi della filiera. Non in tutte le città italiane funziona così: per esempio a Milano l’Amsa, l’azienda che si occupa della raccolta, non è una municipalizzata.

I protagonisti

Virginia Raggi è la nuova sindaca di Roma. Non ha un’esperienza specifica di rifiuti, anche se nella sua prolusione del 10 agosto in Campidoglio ha rivendicato una conoscenza acquisita negli anni passati come consigliera.

Paola Muraro è la nuova assessora all’ambiente della giunta capitolina, ha lavorato in Ama per dodici anni come consulente, fino a pochi mesi fa: si è occupata in Ama soprattutto degli impianti.

Daniele Fortini è l’ex presidente di Ama, nominato da Ignazio Marino, e dimissionario il 4 agosto scorso: prima di Roma aveva lavorato alla municipalizzata di Napoli, l’Asia, occupandosi dell’emergenza rifiuti a Napoli.

Al suo posto, dal 4 agosto c’è Alessandro Solidoro, manager che non si è mai occupato in maniera specifica di aziende di rifiuti. E dal 18 agosto è nominato direttore generale Stefano Bina, che si occupava di rifiuti a Voghera.

Manlio Cerroni è il capo di Consorzio Lazio rifiuti (Colari), uomo decisivo per i rifiuti di Roma per mezzo secolo: proprietario della discarica di Malagrotta (chiusa come dicevamo tre anni fa dalle giunte Marino e Zingaretti) e di altri impianti nel territorio laziale tra cui i due tmb di Malagrotta (attualmente funzionanti) e del tritovagliatore di Rocca Cencia (attualmente affittato alla ditta Porcarelli e non utilizzato).

E poi alcuni personaggi secondari ma non troppo.

Mauro Buschini è l’attuale assessore regionale ai rapporti con il consiglio, ambiente e rifiuti, del Partito democratico. Ha sostituito in questo ruolo Michele Civita (che ha avuto la delega ai rifiuti per diversi anni e che ora è assessore alla mobilità e al territorio) in un rimpasto recente di giunta.

Estella Marino è l’ex assessora comunale ai rifiuti, del Partito democratico.

Flaminia Tosini è una dirigente tecnica della regione Lazio, non riveste un ruolo politico.

Stefano Vignaroli è uno storico attivista contro la discarica di Malagrotta, è un militante dei cinquestelle della prima ora, e oggi in quanto deputato è il vicepresidente della commissione bicamerale d’inchiesta per il ciclo illecito dei rifiuti.

Fabio Altissimi, capo di Rida ambiente, azienda di trattamento dei rifiuti, è un concorrente di Colari, e accusatore di Cerroni in diversi processi.

Gli episodi recenti

Il 23 giugno si è insediata la nuova amministrazione guidata dal Movimento cinque stelle.

Il 30 giugno nello studio dell’avvocato Giujusa si svolge – ne dà notizia la Repubblica – un incontro segreto tra Vignaroli, Muraro (non ancora assessora comunale) e rappresentanti della Colari.

Il 7 luglio la sindaca presenta la nuova giunta, con Muraro assessora all’ambiente e rifiuti.

Il 18 luglio l’assessore regionale Buschini presenta il piano rifiuti della regione Lazio in consiglio regionale.

Il 25 luglio l’assessora Muraro si presenta con un blitz nella sede dell’Ama, e in diretta streaming striglia la gestione Fortini (che si è poi formalmente dimesso il 4 agosto ed è stato sostituito da Alessandro Solidoro) e promette Roma pulita entro il 20 agosto.

Qui c’è la registrazione dello streaming: due ore di rimproveri, essenzialmente.

Il 4 agosto Fortini si dimette ufficialmente dalla guida dell’Ama e viene nominato Solidoro.

Il 10 agosto si svolge in Campidoglio un consiglio straordinario sui rifiuti, in cui la sindaca espone il suo programma e l’opposizione chiede le dimissioni di Muraro.

L’11 agosto si svolge in regione un incontro interlocutorio tra Muraro e Buschini.

Il 22 agosto Muraro gira per la città dichiarando che la situazione è risolta, a parte alcune aree critiche in periferia.

3) Gli impianti che traboccano

Sulla città pulita la nuova giunta si giocava molta della sua credibilità. E mentre Raggi ha continuato ad attaccare le precedenti giunte in quasi ogni sua dichiarazione pubblica, Muraro non ha risparmiato critiche su tutti gli aspetti della gestione Ama, di cui – in molti le hanno fatto e le fanno notare – lei pure è stata consulente per molti anni. A parte la retorica dell’adesso tutto cambia e del finora tutto è stato fatto male, c’è un punto più dolente che ha toccato Muraro, ed è quello degli impianti sovraccarichi. È veramente così? E cosa significa? E perché è così importante?

Innanzittutto distinguiamo la tipologia degli impianti. Alcuni separano la spazzatura, alcuni la separano e la trattano, alcuni la trasformano, alcuni la ammassano e basta, alcuni la bruciano in genere per ricavarci energia.

Per capire la situazione dei rifiuti a Roma è importante capire soprattutto la funzione degli impianti di trattamento meccanico biologico – tmb – che separano e trasformano i rifiuti indifferenziati.

Gassificatore nell’impianto di Malagrotta 2, Roma, settembre 2011.

Tecnicamente la immondizie indifferenziate, che a Roma finiscono nel cassonetto nero, si chiamano rifiuti solidi urbani (rsu) o in genere “urbani”.
I tmb prendono questi rifiuti e “producono” rifiuti o separati o trattati.

Questi “rifiuti da rifiuti” possono essere:
a) vetro, metalli, carta, altri materiali destinati ognuno alla sua filiera; ci sono nel tmb per esempio dei grandi magneti che separano il ferro;
b) frazione organica stabilizzata (fos), ottenuta da un processo biologico che dura circa 28 giorni negli impianti e serve in genere a coprire le discariche;
c) oppure combustibile derivato da rifiuti (cdr), quello che resta dopo aver tolto tutto il materiale riciclabile, e finisce ai termovalorizzatori o agli inceneritori.

Ci sono poi gli impianti di trattamento per la differenziata – quelli per la carta per esempio che sarà lavorata dalle cartiere, o quelli per il disasemblaggio dei rifiuti ingombranti, o i siti per il compostaggio.

E poi ci sono i siti di conferimento (conferire è il verbo che si usa per la spazzatura) definitivo: le discariche, gli inceneritori.

Esistono anche i tritovagliatori, ne avete sentito parlare probabilmente in questi giorni (non dovrebbero essere più in funzione, ma l’ultimo decreto Milleproroghe appunto li ha prorogati). Come dice il nome, i tritovagliatori, al contrario dei tmb, non trattano biologicamente i rifiuti, ma hanno solo una funzione di separare e sminuzzare i rifiuti.

Dalla carta al mondo reale

Complicato? Era meglio quando c’era una buca e si buttava tutto là dentro, frigoriferi e batterie dell’auto usate?

Ma passiamo da quello che c’è sulla carta a quello che c’è nel mondo reale. Quanti rifiuti vengono prodotti a Roma e com’è la dotazione impiantistica?

A Roma ogni giorno buttiamo circa cinquemila tonnellate di rifiuti, un rapido calcolo ci dà un chilo e mezzo ciascuno al giorno. Il 42 per cento – circa duemila tonnellate quindi (fonte Ama, alcuni insinuano che sia un dato sovrastimato) – sono di differenziata; il restante 58 per cento indifferenziata. Dal 2013 non è più possibile buttare il rifiuto “tal quale”, l’urbano semplice, in discarica: va trattato. Gli impianti che si occupano del trattamento delle circa tremila tonnellate giornaliere di indifferenziata romana sono i cosiddetti tmb.

A Roma i tmb funzionanti sono quattro. A loro dovrebbero andare tutte le tremila tonnellate di roba indifferenziata che buttiamo. Due tmb sono privati e si trovano a Malagrotta, sono di proprietà della Colari – Consorzio Lazio rifiuti – l’azienda di Cerroni (l’ex patron della discarica).

Gli altri due tmb sono pubblici e sono di Ama: uno è a Rocca Cencia, uno sulla Salaria all’altezza di villa Spada. I due tmb di Malagrotta-Colari trattano insieme circa 1.200 tonnellate al giorno dell’indifferenziata romana; la loro capacità sarebbe di 1.500 tonnellate ma le 300 di differenza sono destinate a Ciampino, Fiumicino, gli aeroporti e Città del Vaticano.

Il tmb-Ama di Rocca Cencia, autorizzato per 800 tonnellate giornaliere ne tratta circa 650, quello di Ama-Salaria, autorizzato per 750, ne tratta circa 450. Entrambi gli impianti lavorano spesso a regime ridotto per due motivi: perché hanno bisogno di continua manutenzione ed è meglio lasciarli a basso carico e per provare a ridurre i miasmi provenienti dalla lavorazione, soprattutto per esempio quello che riguarda il Salario.

(Occorre tenere conto del fatto che i rifiuti nel tmb possono rimanere in deposito negli impianti per giorni, nei piazzali di stoccaggio, arrivando anche a quantità di settemila tonnellate – e quindi producendo odori peggiori. Questo accumulo è una grossa critica che l’assessora Muraro e la sindaca Raggi hanno fatto alla gestione Ama dell’ex presidente Fortini, ma che Fortini stesso ha invece più volte segnalato. La difficoltà è quella di “avere impianti a valle”, dice l’ex capo di Ama. “Come era successo già in Campania con i cosiddetti stir – gli stabilimenti di tritovagliatura e imballaggio rifiuti – i tmb non sono la soluzione, ma producono rifiuti da rifiuti. Poi devi avere un posto dove mettere questi rifiuti trattati. Se non ce l’hai può avvenire come è accaduto in Campania la più grande emergenza rifiuti del millennio”.
Muraro nei giorni di agosto ha ridotto quasi a zero le tonnellate stoccate nei tmb).

Ma facciamo un breve calcolo delle quantità dei rifiuti che arrivano ai tmb (1.200 Malagrotta + 650 Rocca Cencia + 400 Salaria): ne viene fuori una quantità – 2.250 – al di sotto del fabbisogno romano di tremila tonnellate. Dove va il resto dell’indifferenziata? Da quando a Roma c’è stata l’emergenza rifiuti amministrata dal commissario Sottile, sono stati utilizzati anche altri impianti: il Saf di Frosinone, il Rida ambiente di Aprilia, e l’Aciam che si trova in Abruzzo (con un accordo interregionale), per quantità che vanno dalle cento alle quattrocento tonnellate al giorno per uno.

Sulla carta quindi Roma va avanti così: senza una soluzione strutturale, ma attraverso l’utilizzo degli impianti fuori provincia e fuori regione. Sulla carta avrebbe impianti sufficienti per il conferimento dell’indifferenziata. Ma poi di fatto non è così, e quindi vengono fuori le emergenze, si cercano rimedi, spesso provvisori, spesso improvvisati.

4) Quanto decide la regione

E qui entrano in gioco gli altri due attori che partecipano alla politica dei rifiuti a Roma. Perché va sottolineato che in un contesto in cui girano tanti soldi, parte della gestione dei rifiuti è regolata attraverso gare pubbliche, tariffe pubbliche, e una parte invece attraverso il mercato; e molti dei conflitti politici che si generano possono derivare da legittimi interessi divergenti o da una discrasia spesso arbitraria, e alle volte anche da mire illegali (come si sostiene, per esempio, nel processo per Mafia capitale).

Inchiesta europea

Oltre il comune e Ama dunque – che dovrebbero essere in sintonia, ma che spesso esprimono una dialettica anche aspra (vedi lo streaming) – ci sono i gestori privati: per esempio, il già citato Consorzio Lazio rifiuti di Cerroni o il Rida ambiente di Altissimi.

Non va dimenticato che il novantenne Cerroni – che spesso passa nell’opinione pubblica come un vecchio intrallazzatore, “nonno”, “ottavo re di Roma” – non solo lavora ancora adesso almeno un quarto dei rifiuti romani, ma – come non smette mai di ricordare anche lui – ha assicurato per decenni al prezzo di un’enorme discarica una lunga pace politica sui rifiuti tenendo molto basse le tariffe.

E poi c’è la regione. Le regioni in realtà non hanno il compito di gestire i servizi di pulizia e raccolta rifiuti – che spetta appunto ai comuni attraverso appalti a municipalizzate o a privati – ma hanno un ruolo delicato e basilare: quello di programmare la gestione rifiuti e quello di autorizzare gli impianti, ossia quello di assegnare l’autorizzazione integrata ambientale (Aia) e le relative tariffe. La tariffa stabilita per i quattro tmb romani è per esempio di 104 euro a tonnellata.

Vi siete già annoiati, vi siete già persi? Non mollate, perché proprio la difficoltà del tema spesso determina il disinteresse politico o la malagestione.

Ma anzi focalizzatevi su un punto: che le responsabilità di un comune o di una partecipata sono comunque condizionate dalle scelte regionali. È quindi molto fruttuoso leggersi quello che fa la regione: il documento più utile e recente è la relazione presentata dal neoassessore regionale ai rifiuti Mauro Buschini in consiglio alla Pisana il 18 luglio scorso, che chiarisce un bel po’ di cose, che sotto esponiamo.

Per questo suo ruolo cruciale, la regione Lazio è sottoposta anche a una particolare attenzione da parte della comunità europea, e nel 2011 era stata aperta una procedura d’infrazione motivata dal fatto che si buttavano in discarica rifiuti non trattati e che la rete di impianti fosse inadeguata. L’obiettivo politico della regione Lazio è stato in questi ultimi anni di rientrare dalla procedura d’infrazione – quest’autunno ci sarà l’esame della commissione europea – ed evitarne altre.

Nella relazione del 18 luglio, rispetto ai rifiuti non trattati – lo smaltimento diretto del “tal quale” – il neoassessore Buschini ha molto insistito sul fatto che dalla gestione Zingaretti non esiste più: il che significa la chiusura definitiva della discarica di Malagrotta e l’utilizzo esclusivo dei tmb e degli impianti di lavorazione della differenziata.

Responsabilità e proclami

Questa è stata la pietra miliare delle ultime amministrazioni: tutti, l’ex sindaco Ignazio Marino, l’ex assessora comunale Estella Marino, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti e i suoi due assessori ai rifiuti (il precedente Civita e l’attuale Buschini), se ne fanno vanto: chiusa l’era Cerroni, finito il tempo in cui si gettava tutto nella grande buca!

E quando vado negli uffici dell’Ama in effetti e chiedo spiegazioni, qualche dipendente mi conferma, fino all’avvento di Marino e Fortini, Cerroni era praticamente di casa, poi non si è più visto.

È vero d’altra parte che tutti però lamentano il fatto che non si è immaginato né programmato un dopo Malagrotta. E qui è vero che la politica avrebbe dovuto e dovrebbe manifestare la sua responsabilità invece di fare proclami.

È evidente che se da una parte è mancata una pianificazione adeguata, dall’altra occorre anche pensare che un passaggio dalla modalità discarica a una modalità rifiuti zero-recupero-eccetera non può che essere graduale. Ci vogliono anni, insomma. Non venti, certo, ma cinque, sei, sì. Capire cosa si fa in questo passaggio graduale e cercare di immaginare una soluzione sistemica è la priorità; accusare di non sbrigarsi e fare subito è demagogia.

Nel frattempo infatti qualcosa sta migliorando. La regione ha detto di aver stanziato pochi giorni fa 104 milioni di euro per incrementare la raccolta differenziata, dopo averne stanziati 114 negli anni passati. E nel documento dell’assessorato del 18 luglio si registra una tendenza virtuosa:

La produzione complessiva di rifiuto urbano è passata dal 2010 con 3.399.808 tonnellate a dato 2014 di 3.082.372 quindi riduzione del 10 per cento in 4 anni sulla produzione dei rifiuti. La raccolta differenziata è passata dal 16,5 per cento del 2010 al 32,7 per cento del 2014 quindi raddoppiata, con aumento del 100 per cento. Nel 2009 i rifiuti smaltiti in discarica erano 2.816.000 tonnellate per arrivare nel 2014 a 592.000 tonnellate, con una situazione che a regime ci porterà ad avere una esigenza di conferimento in discarica di circa 300.000 tonnellate all’anno.

(La raccolta differenziata quindi è nel Lazio del 32 per cento, a Roma del 42. Meno di molte altre regioni e città italiane, ma con un incremento considerevole rispetto agli anni precedenti).

All’interno di questa relazione c’è un riferimento che è quello più significativo, ed è alla delibera 199 del 22 aprile. Qui la questione sembra ancora più tecnica, ma occorre davvero comprendere perché è fondamentale questa delibera, anche più della relazione di Buschini. Se c’è un documento importante è questo. Potete leggerlo con molta attenzione qui, soprattutto potreste appuntarvi i dati, le affermazioni e le ipotesi future del suo allegato redatti dai due tecnici della regione, Crescenzi e Tosini, specialmente la parte dove viene articolata la determinazione del fabbisogno.

Perché queste sono le parole più rilevanti di cui devono tenere conto le amministrazioni. Che cosa ci dicono?

Primo, si sostiene che la quantità di rifiuti indifferenziati da trattare diminuirà nei prossimi anni abbastanza in fretta, come si immagina in questo schema

Secondo, c’è un’altra affermazione importante, che Buschini nella relazione farà sua:

Le previsioni confermano che dal punto di vista del trattamento del rifiuto indifferenziato è stata raggiunta la sufficienza e non sono quindi necessari nuovi impianti Tmb a meno di non rivedere in fase di revamping degli impianti esistenti una nuova suddivisione negli Ato.

Revamping vuol dire essenzialmente ristrutturazione e gli Ato sono gli ambiti territoriali ottimali, le aree in cui viene divisa la gestione regionale dei rifiuti.

Per la regione insomma non servono altri impianti, né tmb né termovalorizzatori, punto. In questa fase di transizione, mentre si va verso più raccolta differenziata, quello che esiste nel Lazio, e quindi a Roma, basta.

5) L’impianto di Salaria deve chiudere!

Al netto di una speranza condivisa per l’aumento della raccolta differenziata, secondo Fortini quest’analisi, soprattutto per quello che riguarda Roma, è sbagliata. Se sulla carta Roma è autosufficiente, nei fatti non lo è:

La riprova è in un dato. Nell’anno 2012 il commissario straordinario Goffredo Sottile – ora sotto inchiesta per favori a Cerroni (presunti, ndr) – ordina, proprio a Cerroni, di costruire un impianto di tritovagliatura a Rocca Cencia capace di trattare fino a 1.200 tonnellate al giorno di rifiuto tal quale. Va tenuto conto che un impianto di tritovagliatura non è un impianto che tratta i rifiuti, ma semplicemente li trita e divide l’umido dal secco: quello che esce quindi lo devi ributtare nella buca. Un impianto costruito con un’ordinanza senza gara, e realizzato a trenta chilometri dalla discarica, al contrario di quello che accade in tutti gli altri tritovagliatori del Lazio! Il che porta a una conseguenza non sottile: se io faccio il tritovagliatore nella discarica il prezzo del conferimento per tonnellata è stabilito dalla regione, se lo faccio fuori della discarica il prezzo è di mercato: 104 euro contro 175 euro! Ma il punto è anche un altro, ed è quello che dicevamo prima: se, come dice Buschini, la dotazione dei quattro tmb è adeguata, perché gli hanno fatto fare un impianto aggiuntivo da 1.200 tonnellate? Perché è evidente che quei quattro tmb non bastano.

Sembra una questione tutta teorica, ma poi il precipitato è sulla salute dei cittadini.
Perché il vero caso rifiuti, la reale emergenza che esiste, è quello del tmb di Salario, l’impianto che appesta tutta la zona circostante. Sono centinaia i cittadini che accusano da anni nausea, conati di vomito, tosse, mal di testa, l’intensificazione di allergie. E non è solo il terribile olfattivo, ma anche il rischio tossicità. Se è chiaro da quello che abbiamo scritto come funziona l’impianto tra manutenzioni non fatte, sovraccarichi, indagini della magistratura sui materiali che vengono lavorati – e non abbiamo citato l’incendio che ha colpito il tmb nel giugno 2015 né il riesame che la regione ha disposto da luglio 2015 – è più che evidente come sia normale la preoccupazione di chi vive vicino per l’aria che respira, considerando come in un contesto del genere le analisi dell’agenzia di monitoraggio ambientale Arpa siano insufficienti a vagliare la pericolosità di quello che viene fuori dal tmb.

Insomma se abbiamo capito come lavora un tmb – ossia che separa i rifiuti, ma li tratta anche biologicamente – possiamo immaginare cosa voglia dire avere vicino casa una specie di enorme cassonetto a cielo aperto che riceve dalle 400 alle 750 tonnellate al giorno di spazzatura indifferenziata.

Nella relazione regionale di Buschini si liquida la questione, affermando che l’Ama, nonostante tutti i proclami dell’anno passato, non ha evidentemente intenzione di chiuderlo:

È stata quindi Ama che ha presentato la proroga della validità della polizza fidejussoria, in data 30/3/2016 quindi proprio alla vigilia della scadenza, sulla base della quale gli uffici hanno correttamente prorogato la validità dell’autorizzazione al 31/3/2021.

Fortini replica che la proroga andava comunque chiesta, altrimenti l’Aia (l’autorizzazione) non sarebbe arrivata e in caso di emergenza quell’impianto era inutilizzabile.

Ma insomma il tmb chiuderà o non chiuderà? E di chi è la responsabilità di farlo chiudere?

L’impianto doveva effettivamente chiudere il 31 dicembre 2015. L’avevano concordato il terzo municipio, il comune con l’assessora Estella Marino e l’Ama. Era un debito politico ma anche morale che avevano contratto almeno con quei cittadini che, organizzati in comitati dal 2013, in questi anni hanno protestato in ogni modo: assemblee movimentate, picchetti davanti all’impianto, blocchi stradali sulla Salaria.

Anche dopo la caduta della giunta Marino, il 29 dicembre scorso Paolo Marchionne, ex presidente Pd del terzo municipio dichiarava: “Siamo certi che il commissario Tronca procederà con senso di responsabilità verso il miglioramento della qualità della vita dei residenti di un quadrante della periferia nord di Roma”. Il 31 dicembre, sempre Fortini, presidente di Ama, ha detto: “Desidero quindi rassicurare tutti che Ama, d’intesa con il commissario straordinario di Roma Capitale Francesco Paolo Tronca, sta lavorando in queste ore affinché quell’indirizzo venga realizzato al più presto”.

Separatori di elementi nel centro di Malagrotta, Roma, settembre 2011.

Nei mesi successivi i carichi di rifiuti per l’impianto sono scesi, ma la chiusura definitiva di mese in mese è stata dilazionata, fino a quando, a campagna elettorale ormai in corso, si è capito che davvero la promessa non sarebbe stata mantenuta.

La questione del tmb di Salario è paradigmatica se ci si vuole orientare nella questione dei rifiuti a Roma, perché mostra come la politica sia stata debole e lo sia ancora, incapace di mediare tra le esigenze industriali, quelle ambientali e quelle sociali.

Quello di Villa Spada/Salario è un impianto che nasce male, non viene scelto attraverso una pianificazione razionale.

C’era una vecchia fabbrica dell’Autovox che chiude, lasciando due problemi: gli operai senza più lavoro e cosa fare di questo sito. La soluzione a entrambi viene trovata con Ama negli anni duemila: vengono riassorbiti più di duecento lavoratori, e vengono creati un deposito e un tmb.

L’impatto sulla zona è nefasto: ci sono case che si trovano a cento metri dove la vita è chiaramente impossibile, la puzza acre comincia a sentirsi dalle sei di mattina e non va via fino a mezzanotte, provocando senso di nausea, nevralgie, irritazioni alla pelle.

In via Cortona, a cento metri in linea d’aria dal tmb, è stato aperto qualche anno fa un bellissimo asilo nido, che però durante le giornate di attività deve ovviamente serrare le finestre e non può portare i bambini a giocare all’esterno. Il responsabile non sa che fare:

Noi abbiamo avuto moltissime rinunce di famiglie che andavano via a malincuore. Non per colpa dell’asilo che ha degli standard altissimi per molti parametri. Ma certi giorni la puzza è talmente forte che viene da vomitare. Nel periodo in cui esce il bando, tra aprile e maggio, la struttura è visitata quotidianamente dalle famiglie. E almeno il 35 o il 40 per cento delle famiglie interessate all’iscrizione al nido non effettuano l’iscrizione. Per me è un grande danno. La mia preoccupazione è una sola: nelle giornate pessime, l’asilo viene chiuso ermeticamente, abbiamo tutto un sistema di filtri per cui la puzza viene limitata. Anche se ovvio è difficile tranquillizzare la famiglia che trova un odore di quel tipo lì.

6) Portare i rifiuti lontano

Ma è chiaro che se la volontà di chiudere il tmb viene espressa da qualunque politico negli ultimi anni, l’interrogativo è il come. Nel caso di chiusura, che fine dovrebbero fare le circa 450-500 tonnellate – con un’autorizzazione fino a 750 – che il tmb lavora ogni giorno? L’ex capo di Ama Fortini aveva immaginato una soluzione provvisoria:

Nell’ottobre 2015 noi abbiamo bandito – proprio perché volevamo chiudere l’impianto con questa tempistica, o se non eravamo proprio pronti a chiudere ci portiamo 50 tonnellate, 30 tonnellate – una gara con bando europeo di smaltimento di 660mila tonnellate della durata di 4 anni e al costo di 366 milioni di euro di rifiuti tal quali, destinati al recupero di energia. Perché, ci diciamo, per fare il revamping – la riconversione da tmb a ecodistretti – dei nostri impianti abbiamo bisogno di almeno quattro anni di tempo. Noi ci aspettavamo da quella gara che almeno una buona parte delle 660mila tonnellate le avremmo collocate in inceneritori di Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia. Noi immaginavamo insomma: ottobre si bandisce la gara, dicembre si aggiudica, gennaio febbraio comincia il servizio, ciao Salario! La gara va invece quasi deserta: partecipa purtroppo solo un raggruppamento tedesco, guidato da Enki, che delle 660mila messe a gara se ne prende però solo 160mila all’anno, quindi 500 tonnellate al giorno, che comunque sarebbero quelle sufficienti per chiudere il Salario. E soprattutto a un prezzo che è inferiore a quello che pagheremo per darli a Colari.

(Cosa sia il progetto dell’Ama sugli ecodistretti si può leggere qui. Il prezzo con la Enki è di 138 euro).

Aggiudicata la gara, con la Enki comincia la procedura amministrativa, molto complessa, per ottenere le autorizzazioni al trasporto transfrontaliero. Il beneplacito deve arrivare dalla regione Lazio: e qui nasce una divergenza.

Mentre Ama è convinta di una tempistica piuttosto rapida (“immaginavamo che tra tutti i ritardi si potesse arrivare ad aprile”), e – anche in nome delle promesse che ha fatto ai cittadini di Salario – all’inizio del 2016 comincia già a ridurre il conferimento nel tmb, portando almeno fino a febbraio una parte dei rifiuti al tritovagliatore di Rocca Cencia; in realtà tra la regione e la Enki i tempi si allungano di molto, perché la regione invece è più cauta dei dirigenti Ama. Fortini accusa una dirigente regionale, Flaminia Tosini, di non consegnare i moduli e di ritardare le pratiche (“perché non è d’accordo a inviare i rifiuti all’estero”). Tosini ovviamente sostiene il contrario, ossia che sia la Enki a procrastinare le procedure, e dall’altra parte mette in guardia da questa facilità con cui si vorrebbero portare i rifiuti fuori dall’Italia.

Capiamo le regole. La normativa europea sui rifiuti del 1996 stabilisce un principio cardine in materia, quello di prossimità: i rifiuti vanno smaltiti il più vicino possibile al luogo di produzione, nella stessa regione. Il codice italiano dell’ambiente ha assorbito questo principio nell’articolo 182:

[…] lo smaltimento dei rifiuti ed il recupero dei rifiuti urbani indifferenziati in uno degli impianti idonei più vicini ai luoghi di produzione o raccolta, al fine di ridurre i movimenti dei rifiuti stessi, tenendo conto del contesto geografico o della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti.

Trasportare i rifiuti fuori dei confini italiani potrebbe aggravare la procedura d’infrazione per cui il Lazio è sotto il vaglio dell’Unione europea?

Insomma, mentre ancora si attende l’esito con la Enki (forse a novembre), la possibilità di chiudere il tmb Salario sembra passata per adesso in cavalleria. Nel blitz di Muraro all’Ama è rimasto un argomento appeso. Nell’ultimo incontro tra la regione Lazio e l’amministrazione capitolina l’11 agosto non se n’è nemmeno accennato, pare. Eppure il Movimento 5 cinque stelle ci aveva fatto la sua campagna elettorale solo pochi mesi fa.

La neopresidente del terzo municipio, Roberta Capoccioni (M5s) in quest’intervista del 31 maggio scorso, diceva: “Il 31 dicembre doveva chiudere assolutamente l’impianto, siamo a maggio e l’impianto è ancora aperto. L’impianto va chiuso, e va chiuso subito! Il mio pensiero rispetto a questa cosa mi fa dire anche che comune, municipio e regione finora erano in mano al Pd: se avessero voluto avrebbero potuto”.

Il rifiuto da recuperare

Il 20 luglio, dopo l’elezione, durante il nostro incontro era già meno netta: “Io quello che posso fare è premere sul comune perché dica alla regione di individuare un sito differente”. Qualche giorno fa in consiglio municipale ha promosso un osservatorio.
Anche David Porrello, consigliere regionale dell’M5s, dà tutte le colpe alle precedenti amministrazioni e ha dichiarato il 28 luglio: “L’intenzione è chiuderlo. Io ho sentito Muraro e pure lei lo vuole chiudere. Siamo tutti d’accordo”, ma anche lui non ha idea di come fare.

Solo negli ultimi giorni Muraro si è espressa nel merito. In un’intervista a Radio Radio, ha detto che il futuro dell’impianto è quello di essere un polo tecnologico che tratti end of waste.

Servizio di trasferenza nell’impianto di Malagrotta 2, Roma, settembre 2011.

L’end of waste è un rifiuto che ha smesso di essere un rifiuto, anzi – come recita una sentenza della cassazione del 2014 – è un materiale che “è stato sottoposto ad operazione di recupero perché possa essere definitivamente sottratto alla disciplina in materia di gestione dei rifiuti”. Come specifica meglio una direttiva comunitaria del 2008, è “una sostanza per cui esiste un mercato e che non porta impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla natura umana”. Detto in parole povere: è qualcosa che non è solo inerte, che non inquina in nessun modo, ma che si può riciclare e rivendere per guadagnarci soldi.

C’è un regolamento molto articolato per cui alcuni materiali di scarto possano non essere trattati più come rifiuti, e il processo per farlo è molto complicato. Muraro si è occupata, in qualità di presidente dell’Asia (Associazione tecnici italiani ambientali), di end of waste per esempio in quest’articolo.

Fare una riqualificazione dell’impianto di Salario, dice Muraro, non è una promessa e si scaglia ancora contro le precedenti amministrazioni che hanno lanciato promesse per non mantenerle (in verità un progetto del genere era già nel primo piano industriale di Ama a firma Fortini).

Per trasformare l’impianto in un polo tecnologico servirà l’autorizzazione della regione, che a oggi non è ancora stata chiesta, e che forse sarà chiesta a dicembre. Allora l’impianto non funzionerà più come tmb? E nemmeno come impianto di trasferenza per la Enki? E quale impianto utilizzerà la Enki?

7) Annunci e smentite di una giunta piuttosto confusa

Dopo quasi due mesi della nuova giunta, la visione che propala dai giornali e che la nuova amministrazione a giorni alterni ha avallato o criticato è il fatto che Roma sia sommersa di rifiuti e che bisognava trovare un posto dove metterli. Si parla di emergenza rifiuti e poi si smentisce, si evoca il pericolo sanitario e poi si ritratta. E se Roma in questi giorni sembra più pulita, l’effetto è di un nuovo corso o è semplicemente perché la città in agosto si è svuotata?

Muraro negli ultimi giorni ha dichiarato che quello che era stato promesso – Roma pulita entro il 20 agosto – è stato mantenuto. E che a settembre, quando le persone torneranno in città, non ci saranno problemi. Vedremo.

Quello che per due mesi è apparso è che da parte della sindaca Raggi e dell’assessora Muraro le risposte chiare, anche solo d’indirizzo, siano un po’ latitate. Entrambe, a parte i blitz a Rocca Cencia e all’Ama, hanno inanellato una serie di prese di posizione che sono sembrate impacciate o improprie.

La prima scelta imbarazzante, raccontata da Giovanna Vitale su la Repubblica, è stata un accordo – raggiunto in sedi non istituzionali – tra i rappresentanti dell’M5S e le aziende di smaltimento dei rifiuti: in previsione dei problemi che poi sono deflagrati, si è provato a tamponare le possibili emergenze. Tra le persone presenti a quest’incontro in uno studio privato di un avvocato, secondo quanto riportato da la Repubblica, c’erano Paola Muraro, che non era ancora assessora, e Stefano Vignaroli dell’M5s (abbiamo detto: storico attivista contro la discarica di Malagrotta, oggi – non fa male sottolinearlo – in un ruolo istituzionale decisivo, vicepresidente della Commissione bicamerale d’inchiesta per il ciclo illecito dei rifiuti). Nell’incontro pare che si fosse raggiunta un’intesa per aumentare il carico dei due tmb di Malagrotta e di quello di Frosinone (il Saf). La cosa anomala è ovviamente la presenza molto irrituale di Vignaroli, che appena dopo ha esultato anche su Facebook per l’accordo raggiunto.

La seconda gaffe è nell’incontro-blitz all’Ama del 28 luglio tra Muraro, finalmente assessora, e Fortini, presidente dimissionario di Ama. Nel blitz Muraro è molto dura, nonostante sia stata consulente decennale per l’azienda sembra che non abbia idea di come sia stata gestita la situazione dei rifiuti a Roma finora, e striglia Fortini, intimando che occorre fare tutto e subito (“Bisogna svuotare immediatamente Salario e Rocca Cencia, dal 7 agosto Salario in poi viene svuotato!”).
Siamo al minuto 1:21 circa della registrazione dello streaming.


Muraro incalza: ‘Cosa osta ad Ama per andare lì? Cosa non vi fa usare il tritovagliatore di Porcarelli?’.
Fortini cerca di ragionare: ‘Quell’impianto è affittato a Porcarelli, ma è di proprietà di Cerroni (Colari)’.
Muraro: ‘Sì, ma cosa serve per utilizzarlo?’.
Fortini: ‘Serve che la regione determini il prezzo. Tra noi Ama e Colari c’è un contenzioso’.
Muraro: ‘Quello ve lo vedete con Colari, ora c’è Porcarelli. Il conflitto si gestisce su piani legali, qui dobbiamo pulire la città, e svuotare i cassonetti. In questo momento mi state dicendo l’impiantistica ha sofferenza. […] Il contenzioso se lo gestirà Ama, se lo gestirà Colari, non è un problema di questa amministrazione…’.
Fortini: ‘Ma può una pubblica amministrazione stipulare un contratto con un privato con il quale c’è un contenzioso?’.
Muraro: “Sì, ma non può essere che la città è penalizzata perché esiste un contenzioso. […] Dovremmo fare un referendum: volete i rifiuti per strada o i rifiuti al tritovagliatore?’.
[…]
Fortini: ‘Ma se la regione dice che si può utilizzare l’impianto, a quali condizioni va usato? A condizioni di mercato?’.

La soluzione su cui sembra insistere esplicitamente Muraro è quindi l’utilizzo dell’impianto di Cerroni-Porcarelli (tant’è che il giorno dopo Cerroni ha buon gioco sul Tempo di rilasciare un’intervista in cui dice: “Sono di nuovo io il salvatore di Roma”).

Va tenuto presente che il costo a tonnellata per l’utilizzo del tritovagliatore è di 175 euro a tonnellata a fronte dei 104 euro pagati normalmente ai tmb romani, ai circa 120 che vengono pagati agli altri impianti laziali, e ai 138 che verrebbero pagati alla Enki.

Le smentite dell’M5S arrivano nei giorni successivi, e sono un’inversione a U. Stefano Vignaroli dice alla Stampa che c’è stato un malinteso: è Ama quella che voleva utilizzare il tritovagliatore.

Virginia Raggi, nel consiglio straordinario dei rifiuti è ancora più aggressiva:

In merito alle accuse mosse relative all’utilizzo del tritovagliatore di Rocca Cencia di Cerroni (ora in gestione a Porcarelli) è condivisibile ogni ritrosia, non siamo certo noi a spingerne l’utilizzo. […] In queste ultime ore l’ex presidente Fortini suggerisce a questa giunta l’ipotesi di requisizione dell’impianto. Ma se questa è la soluzione, come mai non l’ha adottata lui negli anni precedenti? Non sarà perché per la requisizione serve o uno stato di emergenza dichiarato dal Prefetto o una interdittiva?

Raggi poi accusa Fortini di avere usato l’impianto di Cerroni “a orologeria”: fino a febbraio sì, poi non più. Con l’evidente scopo di scaricare sull’ormai vincente Movimento 5 stelle la grana della città sporca:

La domanda che ci poniamo è: perché fino a tre mesi fa il tritovagliatore è stato tranquillamente usato solo a febbraio di quest’anno, con il m5s in odore di vittoria, si è optato per non utilizzarlo più senza però prevedere soluzioni alternative e percorribili fin da giugno quando notoriamente viene registrato un picco di produzione dei rifiuti a Roma?

Fortini respinge queste accuse, e dichiara di averlo usato a gennaio e a febbraio e dopo non più perché pensava di avere uno sbocco provvisorio per il Salario in attesa della Enki; quando ha visto che la soluzione Enki ritardava, ha temuto che l’utilizzo dell’impianto a 175 euro a tonnellata invece di Salario a 104 potesse essere valutato come danno erariale.

E arriviamo alla terza gaffe della nuova giunta. Si trova nella relazione che Virginia Raggi ha fatto nel consiglio comunale il 10 agosto.

Il consiglio straordinario dei rifiuti che tutti aspettavano per capirci qualcosa non è invece stato un bello spettacolo politico. Come se si trattasse di un’appendice della campagna elettorale, la relazione della sindaca è stata un lungo attacco alle inadempienze delle passate gestioni. Vari consiglieri del Pd, come Michela De Biase, hanno fatto anche una figura peggiore, rispondendo con un’inutile retorica tribunizia da grillini improvvisati, lanciando accuse poco circostanziate:


La sindaca nel merito non era stata incoraggiante: “Vi racconteremo, finalmente, di cosa avviene a Roma, dal 1964 ad oggi, sulla gestione del ciclo dei rifiuti”, è stato l’incipit della sua lettura (qui il documento per intero). Quaranta minuti di reprimenda, tre scarsi sulle proposte – articolate in undici punti. Questi qui sotto (nessun giornale le ha riportate per esteso, forse conviene farlo):

  1. Mantenimento strutturale del servizio messo in campo negli ultimi 20 giorni
  2. Ripresa immediata servizio ritiro ingombranti
  3. Ripresa immediata della raccolta carta–cartone stradale
  4. Attivazione servizio raccolta da utenze commerciali di carta cartone, organico, plastica
  5. Apertura delle isole ecologiche in orari confacenti ai cittadini
  6. Incremento delle risorse necessarie ad innalzare il suddetto livello di servizio
  7. Immediata verifica dei contratti di conferimento presso impianti di terzi, verifica delle capacità incrementali di ricezione degli stessi
  8. Ampliamento della platea dei siti finali per recupero e smaltimento assicurando e garantendo più capacità di conferimento, in grado di prevenire ogni possibile inibizione dei conferimenti Ama causa guasto o altra natura.
  9. Stante i contratti in essere, si chiede priorità di conferimento rispetto a terzi che già conferiscono verso impianti Acea già esistenti (S. Vittore e Aprilia – Orvieto – Terni ) incardinati sull’inderogabile principio comunitario di prossimità e validazione operativa del 51 per cento di proprietà comunale.
  10. Immediata redazione dei necessari accordi regionali dove necessari.
  11. Presidio permanente di personale Anac preposto alla vigilanza e validazione degli atti necessari.

Non serve un grande analista politico per capire quanto siano generiche queste indicazioni; la volontà di una nuova progettazione impiantistica per una strategia di rifiuti zero è solo evocata. L’unico punto in cui si dice qualcosa che è più di una vaga intenzione è il nono – dove si dichiara di voler aumentare di fatto il carico per alcuni impianti di Acea.

È bastata mezza giornata per avere le reazioni degli amministratori interessati. La presidente della regione umbra ha sbottato: “Ma che siamo su Scherzi a parte? Ovviamente spero che la notizia sia infondata altrimenti mi trovano, questa volta, ai posti di combattimento”. Il sindaco di Orvieto ha detto non se ne parla, quello di Cassino si è allineato: “L’emergenza rifiuti della capitale non deve ricadere, per forza di cose, su altri territori come, ad esempio, il nostro. Sono pronto per mettere in campo tutte le azioni, anche le più estreme, necessarie ad impedire il conferimento di ulteriori rifiuti nel termovalorizzatore di Acea a San Vittore del Lazio”.

È passata qualche altra ora ed è arrivata anche la marcia indietro della sindaca:

Non esiste nessun caso Umbria e la presidente della Regione non si deve preoccupare. Il conferimento dei rifiuti negli impianti Acea nel Lazio, già avviene da molti anni nel silenzio generale (che ha fatto finora la vecchia politica?), non è nelle intenzioni del Comune di Roma intervenire su nuovi ampliamenti o modifiche autorizzative degli impianti Acea. L’utilizzo dei suddetti impianti potrà avvenire solo nel rispetto delle autorizzazioni vigenti e i rifiuti verranno conferiti tenendo conto del principio di prossimità.

Al 10 agosto quindi nulla di fatto da parte della nuova amministrazione, a parte una strategia confusa fatta propria con toni recriminatori, come nel blitz all’Ama. Anche la riunione dell’11 agosto con la regione è stata solo interlocutoria: tutti ben disposti, tutti per incrementare la raccolta differenziata, ma che strategia di medio e lungo periodo usare nessuno lo dice. L’unica nota è il bisogno di una piccola discarica di servizio come chiesto dall’assessore Buschini.

8) Un’assessora discutibile

Nel frattempo, e soltanto nell’arco delle poche settimane tra fine giugno e inizio agosto, sono cresciuti i dubbi sull’opportunità della scelta di Paola Muraro per il ruolo di assessora, per una serie di motivi di cui questi – al netto delle sterili polemiche sui suoi compensi – sono i più rilevanti:

a) era una consulente molto importante in Ama e ora sembra anomalo che non abbia vigilato sui malfunzionamenti dell’azienda;

b) c’è un’inchiesta che indaga sugli impianti tmb, su una contraffazione di codici per la classificazione dei rifiuti; su questi impianti Muraro aveva la responsabilità per le autorizzazioni e dal 2015 anche per il funzionamento;

c) aveva una familiarità con Salvatore Buzzi, il superindagato di Mafia Capitale.

Chi ha meglio documentato, con articoli quotidiani, questa vicenda è stato sicuramente Jacopo Iacoboni sulla Stampa. In un ottimo pezzo riassuntivo, Iacoboni stesso sottolinea che Muraro aveva ad Ama delle deleghe importanti, non era una consulente tra le molte. E anche se a tutt’oggi non è indagata,

esiste un’indagine della Procura di Roma e dei carabinieri del Noe, il Nucleo operativo ecologico, sugli impianti Ama di Rocca Cencia e di via Salaria. Le ipotesi di reato sono molto gravi: si ipotizza addirittura che ci siano state anomalie e irregolarità che hanno consentito di truccare i rifiuti in ingresso e in uscita dai due impianti pubblici di trattamento biomeccanico, facendo entrare rifiuti pericolosi, con cosiddetto “codice a specchio”, e non chiarendo correttamente la natura di alcuni dei rifiuti in uscita. Che qualcosa di simile sia accaduto è scritto anche nelle due diligence dei periti indipendenti reclutati da Ama (cioè dalla difesa) durante il contraddittorio con la Procura

Fortini fa delle accuse ancora più gravi alla sua ex consulente. Qui c’è un estratto delle sue dichiarazioni alla commissione Ecomafie il 2 agosto, che ha ribadito e articolato anche in altre occasioni:


  1. Come si vede dal video, secondo le fonti di Fortini, Muraro è stata assunta su suggerimento da parte di un maresciallo dei Noe, che conosceva il marito, “e questo non è importante in sé, per quello che accadrà poi, il rapporto che Muraro stabilisce con i Noe, sulla gestione degli impianti di trattamento dei rifiuti non è un aspetto banale. Il supporto della dottoressa Muraro è percepito in Ama come qualcosa che può tenere al riparo da una vigilanza che altrove è percepita come severa”.
  2. Sempre secondo Fortini, Muraro fece pressioni per assumere un suo conoscente come capo impianto, Alessandro Di Giacomo, che prima di essere assunto non aveva dichiarato di avere una serie di precedenti penali.
  3. Fortini afferma infine anche che Muzi avrebbe dovuto essere indagato e arrestato nel 2009, e che invece fu graziato per uno scambio di persona. Nell’inchiesta sullo smaltimento illegale di rifiuti tossici che avveniva nel termovalorizzatore di Colleferro ci fu un errore investigativo da parte dei Noe, che Fortini ipotizza possa essere una manomissione: attribuendo il numero di telefono a una persona sbagliata, al posto di Muzi fu arrestato Angelo Botti, che non c’entrava nulla. Muzi diventò il capo impianti di Ama, ed è l’unico dirigente Ama che compare con Muraro nel blitz di Rocca Cencia per esempio.

Le cose che dice Fortini, come è evidente, sono gravi; ed è davvero inedita la difesa a oltranza da parte di una giunta pentastellata dell’assessora. Cosa risponde Muraro, alle critiche sulla vaghezza delle sue linee guida, e sulle accuse più specifiche al suo operato in Ama?

È difficile saperlo. Abbiamo provato più volte a contattarla, ma alla fine non siamo riusciti a intervistarla. E questo al di là del caso specifico è davvero un problema. L’esibita trasparenza da parte di molti politici del Movimento Cinquestelle si riduce di fatto a una comunicazione monodirezionale – le linee guida copiate, la mancanza di confronto con i giornalisti tacciati di parzialità se non peggio, i documenti scarni di indicazione (come quello presentato in consiglio straordinario), l’utilizzo spesso ridondante e autoreferenziale dei social network.

9) Non si può fare demagogia sui rifiuti

Il risultato è che una questione così importante per la città continua a essere poco comprensibile alla maggioranza della persone che cercano invece di farsene un’idea.
Se l’allargamento della partecipazione non implica anche una presa di coscienza delle questioni anche strutturali dell’amministrazione, allora è facile che la politica sfoci in demagogia, in una generica recriminazione contro le amministrazioni incapaci. E quando occorre passare dalla pars destruens alla construens, si rimane imballati, come se ci fosse sgolati contro il mondo e adesso non si avesse più un filo di voce per decidere.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. La politicizzazione del tema dei rifiuti da parte dell’M5s sta portando a una doppia se non tripla morale.

Da una parte assistiamo a questo falso dinamismo da macchina celibe della giunta Raggi, conseguenza anche di quella sindrome nimby che è stato uno dei carburanti politici preferiti dei cinquestelle fin dai loro inizi e che ora gli scoppia in mano come in un processo di autocombustione – vedi le immediate proteste dei sindaci di Orvieto o San Vittore contro la proposta di portare lì l’immondizia romana in eccesso.

Stazione di trasferenza nella discarica di Malagrotta, Roma, settembre 2011.

Dall’altra l’ambivalenza di molte amministrazioni locali, vedi il caso siculo-torinese è un caso romano a parti invertite: qui è il governatore siciliano, Rosario Crocetta nel pieno di un’emergenza rifiuti molto peggiore di quella romana, che chiede aiuto nel continente, e la regione Piemonte, per voce del governatore Sergio Chiamparino (Pd), è disposta a darglielo mentre la sindaca di Torino, Chiara Appendino (M5s) si oppone ferma: non vogliamo i rifiuti siciliani.

Capita spesso così anche in altri luoghi d’Italia. Parma, la prima città governata da un sindaco cinque stelle, Federico Pizzarotti, porta i suoi rifiuti a Forlì; ma nel suo inceneritore – che non ha chiuso nonostante le promesse famose della campagna elettorale – arrivano i rifiuti da Piacenza e Mantova.

10) La più importante industria del centro Italia

Perché – non perdiamolo di vista – il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti (non la raccolta, non lo spazzamento) è un affare da miliardi di euro. A Roma, il più grande giacimento di rifiuti d’Europa, vale circa un miliardo all’anno.

Per questo probabilmente nei prossimi anni a occuparsene saranno dei player internazionali. All’Ama resteranno le briciole, il che potrebbe avere un impatto molto violento su un’azienda con quasi ottomila dipendenti. E un ruolo marginale potrebbe avere anche Cerroni, a meno che, nel breve periodo, non venda i suoi impianti che ora sono essenziali, in futuro chissà. L’indiziato più probabile è proprio quell’Acea evocata da Virginia Raggi nella sua relazione al consiglio straordinario dei rifiuti.

Non è passata inosservata la notizia delle settimane passate che la quota societaria di Caltagirone è calata, ed è aumentata quella dei francesi di Gas de France. Sono loro che hanno un progetto industriale che avevano già delineato con la giunta Marino e che potrebbe trovare compimento con quella Raggi.

L’obiettivo è quello di un’azienda integrata di servizi non pubblica. Acea ha già l’acqua e l’elettricità, due business meno convenienti ora che dopo il referendum le tariffe idriche sono più controllate e ora che il petrolio costa 38 euro al barile; i rifiuti sono una potenziale miniera d’oro per i francesi, che potrebbero fare investimenti ingenti per ristrutturare e allargare gli impianti. E non è detto che non vogliano anche entrare nel mercato del gas.

La precedente amministrazione avrebbe voluto preservare un ruolo importante per Ama e non vedersi lasciata solo la parte più povera del ciclo dei rifiuti – lo spazzamento – e per questo era stata creata anche una società, Ecomed, di cui Ama e Acea erano socie 50 e 50, con una strategia industriale basata più sulla diversificazioni degli impianti che sugli ecodistretti.

L’amministratore delegato di Acea Alberto Irace nel 2014 frenava gli entusiasmi dell’ex capo di Ama Fortini. Ma già qualche mese dopo era molto più possibilista, come riportava Formiche.net:

‘Abbiamo esperienza nel trattamento dei rifiuti e continueremo in questo senso. Per questo valutiamo le possibili sinergie, anche con Ama se sarà possibile, ma rimanendo dentro il perimetro della nostra competenza’. Il che tradotto sembra voler dire che Acea è interessata, ma solo a quella parte del ciclo dei rifiuti relativa al trattamento negli impianti, con l’esclusione di altre fasi tra cui, per esempio, quella della raccolta. D’altronde, l’ipotesi di un’alleanza con Ama è di fatto già prevista dal piano industriale di Acea, nel quale si parla ampiamente della possibilità di espandersi nel settore de rifiuti. ‘Il consolidamento/sviluppo degli impianti di trattamento rifiuti e di compostaggio’ è, infatti, inserito tra i sei macro-obiettivi che l’utility intende perseguire nel prossimo quinquennio, in modo da scalare la classifica dei principali operatori italiani del settore e passare dal sesto al terzo posto.

Ma – al netto di intenzioni politiche e progetti industriali – si tratta di un capitolo di questa storia ancora tutto da scrivere.

L’unica verità condivisibile da tutti oggi è che pensare ai rifiuti vuol dire immaginare il futuro più che contemplare il passato come potevo fare io abbacinato davanti alla buca di Malagrotta nel 2003.

Mi ricordo che dopo poco, sempre in quell’anno, mi ritrovai a leggere un grande romanzo sui rifiuti, Underworld di Don DeLillo. Tutto in quel libro parlava di immaginari avveniristici, del potere della trasformazione della società, di un progresso che sta nella storia quasi come uno spirito. Sottolineavo pagine su pagine, finché mi colpì una scena anche più solenne di altre, quella in cui il personaggio di Brian Glassic, socio del protagonista Nick Shay, imprenditore della spazzatura, va a New York proprio per vedere la discarica di Fresh Kills a Staten Island. Scrive DeLillo:

C’erano migliaia di acri di spazzatura ammonticchiata, terrazzata e segnata dai percorsi dei macchinari, e bulldozer che spingevano ondate di rifiuti sopra il versante in uso. Brian si sentì rinvigorire, guardando la scena. Chiatte che scaricavano, imbarcazioni più veloci che battevano i canali per raccogliere rifiuti alla deriva. Vide una squadra della manutenzione che lavorava ai tubi di scarico in alto sulle terrazze progettate per controllare lo straripamento dell’acqua piovana. Altre figure in maschera e tuta di butilene erano raggruppate alla base della struttura, a ispezionare materiale isolato per stabilirne il contenuto tossico. Era fantascienza e preistoria, spazzatura che arrivava ventiquattr’ore al giorno, centinaia di operai, veicoli con rulli compressori per compattare i rifiuti, trivellatrici che scavavano pozzi per il gas metano, gabbiani che scendevano a picco stridendo, una fila di camion dal muso lungo che risucchiavano i rifiuti sparsi. Immaginò di osservare la costruzione della grande piramide di Giza – solo che questa era venticinque volte più grande, con autobotti che spruzzavano acqua profumata sulle strade circostanti. Per Brian era una visione ispiratrice. Tutta questa industriosa fatica, questo sforzo delicato per far entrare il massimo dei rifiuti in uno spazio sempre minore. […] La discarica gli mostrava senza mezzi termini come finiva il torrente dei rifiuti, dove sfociavano tutti gli appetiti e le brame, i grevi ripensamenti, le cose che si desideravano ardentemente e poi non si volevano più. Brian aveva visto centinaia di discariche ma nessuna altrettanto vasta. Sì, notevole, e inquietante. Sapeva che probabilmente il vento portava il puzzo in ogni sala da pranzo nel raggio di miglia. Chissà se la gente, sentendo un rumore di notte, si chiedeva se la montagna stesse franando, scivolando verso le case, come una creatura onnivora da film dell’orrore che avrebbe tappato porte e finestre?

Christian Raimo sarà al festival di Internazionale di Ferrara, dal 30 settembre al 2 ottobre 2016.

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