Suzanne Ciani al festival Terraforma, Villa Arconati, Milano, il 24 giugno 2017.

L’elettronica empatica di Suzanne Ciani

Suzanne Ciani al festival Terraforma, Villa Arconati, Milano, il 24 giugno 2017.
14 luglio 2017 17:02

14 agosto 1980. Nello studio del David Letterman show c’è una giovane musicista, si chiama Suzanne Ciani ed è lì per spiegare al pubblico sonnolento della tv cosa sia la musica elettronica. Suzanne è lì con un sintetizzatore e, naturalmente, viene presentata da Letterman come una “computer wizard”, una maga dei computer.

La parola computer nel 1980 era ancora misteriosa per il grande pubblico. Evocava oggetti giganteschi che stavano negli istituti di fisica sperimentale o alla Nasa, e la musica elettronica era ancora considerata una bizzarria, un hobby per nerd che si divertivano a far fare dei ruttini a macchine impossibili. L’atteggiamento di Letterman con Ciani è quello dell’uomo della strada: presenta la sua ospite con il mezzo sorriso di chi assiste a qualcosa di insolito e tutto sommato buffo. È musica questa? Bah. Suzanne sta al gioco e fa la sua parte di simpatica smanettona.


La goffaggine del presentatore nel rapportarsi a musiche nuove e sperimentali ricorda la famosa apparizione di John Cage a Lascia o raddoppia con Mike Bongiorno nel 1959. Cage era a Milano ospite del compositore Luciano Berio e si presentava a Lascia o raddoppia come concorrente ed esperto di micologia, la scienza che studia e cataloga i funghi. Bongiorno annunciò che questo buffo concorrente era anche un compositore e, con fare condiscendente e divertito, gli fece eseguire alcuni dei suoi strani pezzi (Amores, Water walks e Sounds of Venice).

Quando, nel backstage del festival Terraforma, parlo con Suzanne Ciani di quell’episodio lei è molto divertita. “Be’, io sono andata da Letterman per promuovere il mio lavoro ed è andata bene così. Questa cosa di John Cage che va in un telequiz italiano a rispondere a domande sui funghi è pazzesca. Quando ero ancora una studentessa di musica a Berkley, nel 1970, mi iscrissi per andare a sentire una lezione di John Cage che era in visita al college. Quando scoprii che veniva a fare una conferenza sui funghi mi sono detta: ma cosa ci vado a fare? Io voglio sentire John Cage che parla di musica, non di funghi!”.

Il 1970 è un anno cardine nella vita di Suzanne Ciani, settantunenne musicista statunitense di origine italiana. È l’anno in cui incontra Don Buchla, suo mentore e inventore di quello che diventerà il suo strumento del cuore: il sintetizzatore modulare Buchla, in particolare il Buchla 200, alla cui progettazione ha collaborato lei stessa. “Fare musica elettronica in quei tempi era un’esperienza strana, anche piuttosto solitaria”, ricorda Ciani. “Si programmava la musica e la si fissava su schede perforate che sarebbero state elaborate dai computer solo il giorno dopo. Quindi tu immaginavi la tua musica e poi la potevi sentire il giorno dopo. Una volta lavorai per ore su un pezzo, curando ogni particolare tranne uno: il volume. Quando potei finalmente ascoltarla non c’era nulla: o meglio la musica da qualche parte c’era, ma non si sentiva”.

Ciani parla della musica elettronica come di qualcosa che può andare avanti per sempre, anche senza nessuno. È il concetto di ambient e di musica generativa, e Suzanne ci girava intorno in anni in cui Brian Eno aveva ancora i capelli i lunghi e faceva glam rock con i Roxy Music. “È una musica che se la sai programmare in modo interessante può andare avanti da sola e diventare come l’aria che respiriamo. La cosa davvero bella è la sua incertezza, la sua casualità. Puoi programmare la durata di questa casualità, il suo volume, la sua durata e la sua tonalità, ma sarà sempre casualità”.

L’esibizione di Suzanne Ciani al festival Terraforma, Villa Arconati, Milano, il 24 giugno 2017.

Suzanne Ciani ha un rapporto molto empatico con la sua musica, un riflesso della relazione quasi d’amore che ha con i suoi strumenti. Chi pensa che la musica elettronica sia fredda e asetticamente programmata non ha mai incontrato questa virtuosa del diodo, che è attaccata ai suoi vecchi strumenti come un violinista è attaccato al suo Amati o al suo Stradivari. “Quando scendo dall’aereo non so mai se il mio Buchla funzionerà o no. Anche quando lo accendo per il soundcheck non so mai cosa succederà. Per esempio, oggi che fa così caldo non so come si accorderà e non so se il suono sarà stabile per tutta la durata dell’esibizione”. E come sanno bene gli interpreti di musica antica che suonano su strumenti d’epoca, anche Ciani segretamente teme che il suo volubile, delicatissimo Buchla la pianti in asso, proprio come quelle trombe naturali che in certi casi si rifiutano, per imperscrutabili ragioni, di suonare. “Sì ma di questo non parliamo, ti prego”, taglia corto. “Stasera devo suonare il mio Buchla 200e e non voglio neanche pensarci”.

Suzanne Ciani è convinta che a un certo punto, negli anni settanta, la musica elettronica sia stata strattonata, per ragioni commerciali, in una direzione che poi ha finito per essere la sola possibile: quella del sintetizzatore che usa l’interfaccia della tastiera. Nel 1968, Wendy Carlos (che prima della sua transizione si chiamava ancora Walter Carlos) aveva fatto un gesto decisivo in questo senso: il suo album Switched on Bach prendeva celeberrime pagine di Johann Sebastian Bach, il non plus ultra della musica composta per tastiere, e le riarrangiava con un sistema modulare Moog. L’album si rivelò popolarissimo e nel 1969 vinse anche un Grammy come miglior album di musica classica.

“Da un certo punto in poi gli infiniti modi in cui la casualità dell’elettronica poteva essere domata si sono ridotti a uno solo: riprodurre quello che era in grado di fare una tastiera. E la tastiera è, per l’elettronica, un’interfaccia decisamente inappropriata”, riflette Ciani, “È per questo che non amo troppo neanche la parola sintetizzatore: dà l’idea di qualcosa che imita qualcosa che già esisteva”.
Eppure la musicista è convinta che oggi qualcosa stia cambiando: “I giovani hanno imparato a guardare indietro: hanno ripescato gli lp, le cassette e ora hanno interesse per la vecchia elettronica modulare. Sono loro che, finalmente, sembrano chiedersi: ‘E se le cose fossero andate diversamente? Se all’elettronica non fosse stata impressa solo quel tipo di evoluzione?’. Sono un po’ come degli archeologi e questa mi sembra una cosa molto sana”.

Non amo la parola sintetizzatore: dà l’idea di qualcosa che imita qualcosa che già esisteva

Eppure considerare Suzanne Ciani una paladina dura e pura che si batteva contro qualunque forma di commercializzazione dell’elettronica sarebbe riduttivo. Quando l’elettronica era qualcosa di misterioso e di incomprensibile, lei è stata tra le prime a capire che poteva dare un gusto futuribile e ultramoderno a spot pubblicitari e videogiochi. Anche Giorgio Morder, quando nel 1977 compose e arrangiò I feel love per Donna Summer, ragionava in quel modo. Doveva essere una canzone d’amore del futuro e l’elettronica dava a un buon pezzo disco quell’appeal sexy e robotico che faceva tanto Barbarella. Il synth era quell’ingrediente che faceva sembrare I feel love una canzone piovuta in discoteca direttamente dallo spazio.

Con uno spirito simile, e decisamente pop anche se più nall’accezione di pop art che di pop music, Ciani si è messa a sonorizzare spot televisivi e, in seguito, i primi videogame della Atari. Suzanne è infatti la creatrice del famoso suono della Coca-Cola che si stappa, una microcomposizione che è diventata il “logo sonoro” della bibita. “Che rumore fa una bottiglia di Coca-Cola che si stappa?”, dice l’artista. “Solo il clac dell’apribottiglie, niente di memorabile. Allora ho provato a immaginare il suono delle bollicine, ed è venuto fuori qualcosa di irreale e di immaginario che però fa venire sete e fa pensare davvero a una bibita gasata gelata che viene aperta, una specie di sinestesia”. Allo stesso modo Ciani ha lavorato sul “croc” di un famoso marchio di patatine: “Ho provato a registrare il suono di una patatina mentre viene mangiata: è davvero poco interessante e in un certo senso fa anche un po’ schifo. Montando suoni diversi sono riuscita a creare una sorta d’idea platonica del “croc” della patatina. È un insieme di suoni che non esiste in natura, ma nella nostra testa fa pensare a una deliziosa sfoglia salata che ci si sfarina in bocca”.

Ciani non ha avuto certo paura della disco music: nel 1977, lo stesso fatidico anno di I feel love, ha aggiunto un po’ di suoni spaziali nel tema di Star Wars riarrangiato in chiave disco dal produttore statunitense Domenico Monardo (in arte Meco): “Ero io la persona da chiamare se volevi che qualcosa suonasse un po’ spaziale”, ricorda Ciani con un sorriso. “Ero la donna del condimento elettronico”.

La capacità di Suzanne di affrontare con leggerezza la musica, di abbracciarla con generosità e intelligenza sia nella sua natura più pop e commerciale sia in quella più diafana e poetica, è evidente quando la si ascolta eseguire dal vivo i suoi pezzi al Buchla 200e. La sua sintonia con la macchina ha qualcosa di affettuoso, le sue mani sui diodi sembrano carezze e lo sguardo, concentrato sui mille modi “di domare il caos”, è quello del vero virtuoso che sa, è il caso di dirlo, toccare tutte le giuste corde.

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