Fedeli indù si preparano per immergersi nelle acque del fiume Gange, considerate sacre, a Benares, 2008. (Giulio Di Sturco)

Vita di un fiume

17 giugno 2019 14:03

Per dieci anni Giulio Di Sturco ha documentato gli effetti devastanti che l’inquinamento, l’industrializzazione e i cambiamenti climatici hanno avuto sul Gange.

Il lungo viaggio del fotografo è cominciato nel 2007. Per più di duemila chilometri ha seguito il percorso del fiume partendo dal ghiacciaio Gangotri fino al golfo del Bengala, dove il Gange sfocia in un grande delta nella regione delle Sundarbans. I fedeli indù lo chiamano Ganga ma, madre Gange, perché per loro è la manifestazione fisica della dea Devi e in queste acque sacre possono purificarsi dai peccati. Purtroppo queste acque sono anche tra le più inquinate al mondo, con livelli di tossicità tali da rappresentare una grave minaccia per l’ecosistema circostante, abitato da più di quattrocento milioni di persone.

Nel 2019 Di Sturco ha portato a termine questo viaggio con il libro Ganga ma (Gost Books). “Il protagonista della mia storia è un’entità non umana: un fiume” afferma il fotografo. “Ho deciso però di trattarlo come se fosse un essere umano, creando un flusso che lo raccontasse come se si trattasse della vita di una persona. D’altronde nel 2017 anche l’alta corte dello stato dell’Uttarakhand ha riconosciuto al Gange lo status di entità vivente”.

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