Il governo di Boris Johnson è finalmente caduto. Per mesi il premier è sfuggito a uno scandalo dopo l’altro. Ora, irrimediabilmente scaricato dai suoi stessi deputati, ha accettato la fine del suo mandato. Ha chiesto di rimanere in carica fino all’autunno, ma sarebbe meglio che se ne andasse immediatamente.

Johnson è stato rovinato dalla sua stessa disonestà, e alcuni potrebbero pensare che un semplice cambio di leadership sarà sufficiente per rimettere in carreggiata il Regno Unito. Magari fosse così. Sebbene il caos degli ultimi tempi sia in gran parte colpa sua, i problemi vanno molto al di là della sua persona. Se il Partito conservatore non troverà la forza di affrontare questo fatto, le difficoltà sociali ed economiche del Regno Unito non potranno che aggravarsi.

Fino alla fine Johnson ha cercato di restare al potere, sostenendo di avere ricevuto un mandato diretto dal popolo. È sempre stata una sciocchezza: la sua legittimità derivava dal parlamento. Come l’ex presidente statunitense Donald Trump, più si è aggrappato alla poltrona e più si è reso indegno della sua carica. Nel modo in cui se n’è andato, come in quello con cui ha governato, Johnson ha dimostrato un disprezzo sfacciato per gli interessi del suo partito e del paese.

Il suo destino è stato segnato il 5 luglio, quando due ministri hanno rassegnato le dimissioni. L’evento scatenante è stato il comportamento del vicecapogruppo del Partito conservatore, accusato di aver molestato due uomini mentre era ubriaco. Il primo ministro ha mentito su ciò che sapeva degli abusi precedenti, e ha mandato i suoi ministri a ripetere quelle bugie, come aveva fatto mesi prima a proposito delle feste vietate organizzate durante la pandemia di covid-19. Disperati per l’ennesimo scandalo, più di cinquanta tra ministri, assistenti e diplomatici hanno dato le dimissioni. Alla fine il governo aveva così tanti buchi da non poter più funzionare.

I conservatori sperano che anche l’agonia del partito stia per finire. Ma perché questo succeda dovranno trarre le giuste lezioni. Una riguarda il carattere. Johnson ha rifiutato l’idea che governare significhi scegliere. Gli mancava lo spessore morale necessario a prendere decisioni difficili per il bene del paese a costo di rimetterci la sua popolarità. Gli mancavano anche la costanza e la padronanza dei dettagli necessari per realizzare i suoi progetti. E si divertiva a calpestare regole e convenzioni. Alla base del suo stile c’era un’incrollabile fede nella capacità di cavarsi dagli impicci manipolando le parole. Messo alle strette, Johnson sapeva incantare, temporeggiare, tergiversare e mentire. A volte arrivava perfino a scusarsi.

Di conseguenza le cose migliori che ha fatto, come l’acquisto dei vaccini contro il covid-19 e il sostegno all’Ucraina, sono state oscurate dagli scandali in altri settori. Dove avrebbe dovuto esserci una visione d’insieme c’era un vuoto. Le crisi non erano una distrazione dall’attività di governo: erano diventate la principale attività di governo. Man mano che gli scandali aumentavano, crescevano anche le bugie. Alla fine non è rimasto molto altro.

I conservatori si sono affrettati a dare la colpa di tutto alla personalità di Johnson. Ma la sua uscita di scena sarà catartica solo se ammetteranno anche una verità più scomoda. Johnson era una risposta alle contraddizioni del partito. Molti dei parlamentari tory appartengono alla tradizione liberista, orientata al libero mercato e al taglio delle tasse, ma altri, molti dei quali provenienti dalle circoscrizioni del nord, appartengono alla nuova ala interventista e protezionista. Sono stati questi ultimi a consegnare a Johnson una maggioranza di 87 seggi alle ultime elezioni, e saranno fondamentali per le fortune dei conservatori alle prossime.

Con il suo carisma Johnson è stato in grado di unire queste fazioni, perché non ha mai sentito il bisogno di risolvere le loro contraddizioni. Era favorevole sia al protezionismo sia agli accordi di libero scambio; voleva abbattere la burocrazia ma poi puniva le aziende energetiche per i prezzi alti; pianificava grandi spese pubbliche ma prometteva profondi tagli alle tasse. Era una politica d’illusioni, che si può ricondurre alla Brexit.

Durante la campagna per il referendum sull’uscita dall’Unione europea, Johnson aveva promesso agli elettori che avrebbero potuto avere tutto ciò che desideravano: più ricchezza, meno Europa; più libertà, meno regole; più dinamismo, meno immigrazione. Ha funzionato così bene che l’illusione è diventata il principio organizzativo dei conservatori. In nessun campo questo è evidente come in economia, dove risiede la terza lezione per il prossimo governo. Johnson si è spesso vantato che tutto il mondo invidiava i risultati del Regno Unito, ma la verità è che il paese che si lascerà alle spalle deve affrontare profondi problemi sociali ed economici. Ha l’inflazione più alta del G7, e le generose spese in deficit del governo potrebbero aggravarle ulteriormente. Nei dieci anni prima della crisi finanziaria del 2007-2009 il pil è cresciuto del 2,7 per cento all’anno, oggi invece la media è vicina all’1,7 per cento. Il Regno Unito è intrappolato da 15 anni in una fase di bassa produttività. Nel 2023 dovrebbe registrare la crescita più lenta di tutto il G7.

Tempi difficili

Come se non bastasse, questo motore in panne dovrà sostenere sforzi straordinari. I movimenti di protesta dei lavoratori si stanno espandendo, dai ferrovieri agli avvocati e ai medici. Con l’aumento del costo della vita, è necessario un governo determinato per mantenere la rotta sulla spesa. Il paese sta invecchiando. Dal 1987 al 2010, quando i conservatori sono arrivati al potere, la percentuale della popolazione con più di 65 anni era rimasta costante al 16 per cento. Oggi è al 19 per cento, ed entro il 2035 toccherà il 25 per cento, aumentando il peso sullo stato sociale e sul servizio sanitario. Il Regno Unito deve anche accelerare la transizione verso un’economia a emissioni zero, che richiede grandi investimenti. Ha l’ambizione di contare in un mondo in cui Russia e Cina fanno la voce grossa, ma le sue forze armate sono piccole e poco equipaggiate. La Scozia e l’Irlanda del Nord sono irrequiete, e il governo non ha un piano per accontentarle.

Il Regno Unito è in una situazione pericolosa. Il paese è più povero di quanto creda. Il deficit commerciale è cresciuto, la sterlina è crollata e gli interessi sul debito sono in rialzo. Se il prossimo governo insisterà nell’aumentare la spesa e tagliare le tasse allo stesso tempo, potrebbe inciampare in una crisi. Il tempo in cui tutto era possibile è finito. Con l’uscita di scena di Johnson, la politica deve tornare a basarsi sulla realtà.◆as

Questo articolo è uscito sul numero 1469 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati