Non è mai una buona notizia quando qualcuno trova documenti riservati nel tuo garage. Lo è ancora meno se in passato hai criticato un tuo avversario politico per una vicenda simile. Cercare di rassicurare l’opinione pubblica statunitense dicendo che nello stesso garage c’è la tua automobile d’epoca e quindi “i documenti non erano abbandonati in strada”, come ha fatto Joe Biden il 12 gennaio 2023, può essere controproducente. Sui social network si è diffuso l’hashtag #BidenGarage, con fotomontaggi in cui il presidente guida una macchina sportiva mentre i documenti volano via dal sedile posteriore.

Il 9 gennaio si è scoperto che il 2 novembre 2022, una settimana prima delle elezioni di metà mandato, gli avvocati di Biden avevano trovato alcuni documenti riservati, risalenti al periodo in cui era vicepresidente (2009-2017), mentre liberavano un ufficio del suo centro studi a Wash­ington. Il 12 gennaio Richard Sauber, avvocato della Casa Bianca, ha annunciato il ritrovamento di un secondo “piccolo” gruppo di documenti, nel garage e in una stanza della casa dei Biden a Wilmington, nel Delaware.

È una pessima notizia per i democratici, che dopo il ritrovamento di documenti riservati nella tenuta di Donald Trump in Florida, nell’estate del 2022, avevano chiesto l’apertura di un’indagine penale. E per i repubblicani è un regalo inaspettato. “Quand’è che l’Fbi farà irruzione nelle molte case di Joe Biden e magari anche alla Casa Bianca?”, ha chiesto Trump su Truth Social, il suo social network. Altri repubblicani hanno chiesto al dipartimento di giustizia di trattare il presidente con lo stesso zelo riservato al suo predecessore. A novembre il ministro della giustizia Merrick Garland aveva nominato un procuratore speciale per valutare il caso. Il 12 gennaio Garland ha scelto un altro procuratore speciale, Robert Hurt, per occuparsi del caso di Biden, autorizzandolo a perseguire qualsiasi reato federale dovesse emergere dalle indagini. Hurt è un avvocato che nel 2017 è stato nominato da Trump procuratore federale in Maryland, ruolo che ha ricoperto fino al 2021.

Due storie diverse

È chiaro che sia Trump sia Biden si sono comportati in modo per lo meno approssimativo. Secondo la legge, le amministrazioni uscenti dovrebbero consegnare tutti i documenti agli Archivi nazionali. Al momento non si conosce il contenuto del materiale trovato nella casa di Biden (i suoi avvocati hanno dichiarato di averlo consegnato senza visionarlo), ma la Casa Bianca ha ammesso che diversi documenti erano riservati, come quelli ritrovati nella villa di Trump.

Anche se alla fine i due casi potrebbero rivelarsi molto diversi tra loro per quantità e tipologia dei documenti, la squadra di Biden sembra aver già perso la battaglia sul fronte della comunicazione. A questo punto l’incriminazione di Trump, chiesta a gran voce dai democratici, diventa sempre meno probabile.

Gli alleati di Biden stanno cercando di sottolineare le differenze fondamentali tra le due vicende. Sostengono che nel caso di Biden si è trattato di un errore in buona fede, mentre Trump ha volutamente nascosto i documenti e ostacolato le indagini. In effetti l’ex presidente ha cercato di bloccare i tentativi degli Archivi nazionali di entrare in possesso di gran parte di quel materiale, e per recuperarlo ci sono voluti un mese e una perquisizione dell’Fbi. I collaboratori di Biden, al contrario, sostengono di aver consegnato il primo gruppo di documenti subito dopo il ritrovamento, mentre il secondo è stato trovato perché era stato lo stesso Biden a ordinare nuove ispezioni nelle sue proprietà.

Eppure restano diverse domande. Come hanno fatto documenti risalenti all’epoca di Obama a finire nella residenza privata di Biden? Perché erano ancora lì? Quali informazioni contengono? Considerato che il primo gruppo di documenti è stato trovato a novembre e quasi tutti gli altri il 20 dicembre, perché la notizia è stata resa pubblica solo all’inizio di gennaio? Una cosa è certa: il nuovo congresso a maggioranza repubblicana farà di tutto per trovare le risposte. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1495 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati