Queste due interpretazioni luminose, energiche e raffinate sono una novità importante nella ricchissima discografia di questi lavori, che sembrano avere solo due cose in comune: la tonalità di re maggiore e la possibilità di essere eseguiti in una prospettiva da camera, che è quel che succede qui. Beneficiando della complicità di un direttore d’orchestra che è anche lui violinista, Vilde Frang offre una versione del concerto di Beethoven affascinante per audacia e intensità. La sua scelta è di non privilegiare l’esaltazione della grande linea del pezzo, come molte imprescindibili esecuzioni del passato (Menuhin con Furtwängler, Oistrakh con Cluytens), ma la sua brillantezza o la sua solennità. Il violino di Frang ha colori di volta in volta selvatici, dorati, incisivi o diafani, e le sue sfumature intense o sottilmente vibranti creano un arco che illumina il discorso dell’orchestra, malgrado la sua sonorità tenue e l’apparente inconsistenza della sua proiezione. La strategia sonora che i musicisti scelgono per il concerto di Stravinskij, apparentemente neoclassico e sostanzialmente originale, è radicalmente diversa. Qui lo spazio in cui si muovono è il timbro, chiave di un lavoro in cui il materiale tematico, decisamente semplice, conta meno dell’incessante dialogo tra il solista e l’orchestra.
Patrick Szersnovicz, Diapason

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Questo articolo è uscito sul numero 1498 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati