La resistenza ucraina all’invasione russa ha cambiato tutto. Nei paesi occidentali gli analisti non si aspettavano che la guerra potesse andare così: pensavano che l’Ucraina avrebbe ripiegato e che le forze russe sarebbero arrivate subito a Kiev. A quel punto l’occidente avrebbe applicato sanzioni economiche punitive e magari costretto la Russia ad accettare una versione modificata dell’accordo di Minsk, firmato nel 2015 con l’obiettivo di mettere fine agli scontri tra l’Ucraina e i separatisti filo-russi nella regione orientale del Donbass. È difficile dire quanto sarebbero state pesanti queste sanzioni, visto il modo incerto e apparentemente casuale con cui le misure si sono intensificate negli ultimi giorni. L’annuncio di sanzioni fatto dagli Stati Uniti il 24 febbraio era limitato e chiaramente ostacolato dalla resistenza dell’Europa, forse da Germania e Italia. Comunque il punto cruciale è che l’occidente si aspettava di imporre le sanzioni a guerra conclusa, con l’Ucraina sconfitta, umiliata e occupata. La continuità delle forniture di energia russe fa capire come ci si aspettava che la guerra dovesse andare: avremmo punito il crimine, ma la vita sarebbe andata avanti come prima.

Dopo i primi giorni di guerra, invece, questa prospettiva è parsa sempre più contraddittoria: come possono l’Europa e gli Stati Uniti continuare a comprare il gas e il petrolio russi mentre Mosca fa una guerra brutale e inaccettabile contro un popolo così eroico? Lo spettacolo della resistenza ucraina ha avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica globale. Questa è un’ulteriore dimostrazione del modo in cui gli eventi sul campo di battaglia possono cambiare la storia, soprattutto quando sono trasmessi su TikTok.

Nel tentativo di dare un senso alla guerra napoleonica, il teorico militare prussiano Carl von Clausewitz distingueva tre momenti separati nei conflitti moderni. Il primo era la realtà del combattimento e la capacità di padroneggiarlo. Il secondo era la forza della passione, un elemento irriducibile in un conflitto violento. E infine c’era la dimensione della politica, o politik, ossia il calcolo geopolitico. Ognuno di questi momenti può imprimere un’accelerazione a una guerra. Negli ultimi giorni li abbiamo visti tutti e tre rafforzarsi a vicenda in una terribile spirale.

L’Ucraina potrà anche essere sopraffatta dalla superiorità materiale dell’esercito russo. Molto probabilmente sarà così. Ma, a prescindere dagli esiti, la resistenza di Kiev ha cambiato per sempre il significato del conflitto. Il tentativo russo di schiacciarla ha confermato in modo trionfante e innegabile la sovranità ucraina. Questo spettacolo di autolegittimazione ha fatto dilagare per le strade europee il sostegno e l’indignazione contro la Russia. Centinaia di migliaia di persone sono scese nelle piazze di tutto il continente. Il disgusto e lo sdegno collettivi sono tanto più amari quanto più ci è chiaro che la maggior parte di noi aveva sottovalutato gli ucraini.

Questa consapevolezza ha modificato il calcolo geopolitico. Nel fine settimana del 26-27 febbraio sono state fatte scelte in precedenza impensabili: la Svezia e la Germania hanno inviato armi letali in una zona di guerra e Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione europea, ha parlato dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. In campo economico, gli Stati Uniti e l’Europa hanno deciso sanzioni che non erano mai state prese in considerazione prima. Con il congelamento delle riserve valutarie estere della banca centrale russa il conflitto è arrivato nel cuore del sistema monetario internazionale. Se le riserve della banca centrale di un paese del G20, affidate ai conti della banca centrale di un altro paese del G20, non sono più intoccabili, allora nella finanza non c’è più niente di intoccabile. Siamo in una guerra finanziaria.

Come in una rissa

Tutto questo è stato ulteriormente sottolineato dalla decisione di applicare le sanzioni finanziarie più dure a un trasgressore delle leggi internazionali non dopo, ma nel corso di una guerra, con l’obiettivo di indebolirlo. È la stessa differenza che passa tra punire qualcuno per la sua aggressione o intervenire in una rissa per metterlo al tappeto. La seconda opzione prevede evidentemente un impegno maggiore. Modifica il rapporto con la persona che si vuole difendere e con quella che si cerca di immobilizzare. A differenza di quello che succede in un processo, si rinuncia all’idea di un’autorità superiore. Potrebbe essere la cosa giusta da fare, ma è una situazione molto pericolosa e incerta. Sparisce qualsiasi dichiarazione di neutralità. Intervenendo si deve mettere in conto non solo di applicare la coercizione, ma anche di farsi male, e l’aggressore ha poche ragioni per non alzare la posta in gioco.

Il presidente russo Vladimir Putin ha sottolineato questa logica il 27 febbraio, quando ha minacciato di usare le armi nucleari. Non si stava rivolgendo all’Ucraina, ma all’Europa e agli Stati Uniti che, dal punto di vista di Mosca, hanno scelto di essere parte del conflitto.

Poi il 28 febbraio le notizie delle sanzioni hanno cominciato a produrre effetti. Alle incertezze provenienti dal campo di battaglia si è aggiunta una grave crisi economica e finanziaria in Russia, un paese in guerra. Mosca ha deciso di bloccare i flussi di capitali in uscita dal paese. Gli investitori occidentali hanno dichiarato di volersene andare, ma per il momento sono in trappola. La Russia sta rispondendo con una guerra economica tutta sua.

Da sapere
Swift e capitali congelati

◆ Il 27 febbraio gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno deciso di rimuovere alcune banche russe dallo Swift, il sistema di messaggistica usato per comunicare i dettagli dei pagamenti transfrontalieri tra le banche. In un comunicato congiunto, inoltre, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Francia, Germania, Italia e la Commissione europea hanno annunciato il congelamento delle riserve valutarie estere della banca centrale russa, che ammontano a circa 630 miliardi di dollari. I paesi occidentali potranno continuare ad assicurarsi le forniture di energia russe, ma Mosca non potrà usare i soldi incassati. Queste misure sono state recepite anche dalla Svizzera e da Singapore, due centri importanti della finanza globale (in Svizzera tra il 2016 e il 2020 sono confluiti capitali russi per un valore di circa 7,6 miliardi di dollari).

L’obiettivo è isolare la Russia dal sistema finanziario internazionale e indebolirne l’economia. Il 28 febbraio, per evitare la fuga di capitali, la banca centrale russa ha aumentato il costo del denaro dal 9,5 al 20 per cento e ha introdotto controlli sui flussi di denaro. Il ministero dell’economia ha imposto alle aziende russe di convertire in rubli l’80 per cento delle loro entrate in valuta estera. Nello stesso giorno il rublo si è svalutato del 20 per cento rispetto al dollaro. Sono crollate anche le azioni di imprese russe quotate a Londra: quelle della Sberbank, la più grande banca russa e uno degli istituti colpiti dalle sanzioni, hanno perso il 74 per cento, mentre la filiale austriaca dell’istituto è stata costretta a chiudere. I colossi energetici Gazprom e Rosneft hanno perso rispettivamente il 53 e il 42 per cento. Il 2 marzo la borsa di Mosca non aveva ancora riaperto le contrattazioni.


Fin qui l’unica cosa che manca rispetto all’immagine delineata da Clausewitz è una mobilitazione patriottica dei russi. Alla base delle sanzioni c’è probabilmente un duplice calcolo: le difficoltà economiche spingeranno il popolo e l’élite a ribellarsi a Putin, mentre l’isolamento politico costringerà il presidente russo a fare un passo indietro. Se una di queste previsioni dovesse rivelarsi sbagliata, le conseguenze potrebbero essere terribili. Ed è chiaro chi ne pagherà il prezzo. Se guardiamo alle precedenti spedizioni militari volute dal Cremlino in Cecenia e in Siria, l’Ucraina è minacciata da un terribile uragano di violenza. Supponendo che i discorsi sul nucleare siano un bluff, che Putin non possa accettare la sconfitta e debba come minimo assicurarsi il controllo del Donbass e infliggere danni pesantissimi all’Ucraina, l’unico modo per andare avanti è intensificare lo scontro. Se i suoi tentativi andranno a vuoto, la Russia scaverà ancora più a fondo nel suo arsenale e tirerà fuori armi ancora più terribili. Nel frattempo l’atmosfera in occidente pare più controllata. Sembra che intorno al conflitto si stiano imponendo di nuovo confini che prima davamo per scontati. Il 1 marzo si discuteva ancora di quali banche tagliare fuori dal sistema di pagamenti internazionali Swift. Il petrolio e il gas continuano ad arrivare.

Gli europei hanno le loro riserve e gli Stati Uniti hanno promesso di mantenere i prezzi del petrolio sotto controllo. Le cose potrebbero cambiare, ma anche se cercassimo davvero di sanzionare l’acquisto di combustibili, un blocco complessivo come quello imposto all’Iran in risposta al suo programma nucleare è poco plausibile. I paesi della Nato potrebbero fornire alcuni ex aerei da combattimento sovietici all’Ucraina, ma non permetteranno l’uso delle loro basi.

Le ragioni di queste misure di contenimento sono molto forti. Un’escalation nucleare è una prospettiva orribile. Dev’essere impedita a ogni costo. Perciò, com’è successo in Siria, il conflitto continuerà a essere trasmesso sui social network, ma sarà seguito sempre meno. L’orrore sarà localizzato. Dopo lo slancio liberale del primo fine settimana s’imporrà il primato della politik. ◆ gim

Adam Tooze è uno storico britannico. Dirige lo European institute della Columbia university, negli Stati Uniti. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L’ anno del rinoceronte grigio. La catastrofe che avremmo dovuto prevedere (Feltrinelli 2021).

Questo articolo è uscito sul numero 1450 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati