Ogni volta che penso ai miliardi di dollari che circolano nel settore del private equity mi vengono in mente le feste sontuose organizzate da Stephen Schwarzman. Poi, subito dopo, penso alla devitalizzazione dentale. Schwarzman è il miliardario che amministra la Blackstone, il più grande fondo di private equity del mondo.

Ad agosto del 2024 ha organizzato una festa con duecento invitati per inaugurare la sua villa in stile neoclassico francese da 27 milioni di euro, a Newport, negli Stati Uniti. È stato un evento modesto paragonato alla serata grandiosa che lo stesso Schwarzman aveva organizzato nel 2017 nella sua proprietà di Palm Beach, in Florida, per festeggiare i suoi settant’anni. Quel ricevimento era a sua volta il seguito della festa multimilionaria organizzata dieci anni prima per il sessantesimo compleanno, passata alla storia come un simbolo degli eccessi di Wall street che avrebbero portato alla crisi finanziaria del 2008. La festa di Palm Beach, che secondo alcuni è costata più di dieci milioni di dollari, comprendeva gondole veneziane, cammelli arabi, acrobati mongoli e una torta gigante a forma di tempio cinese. Il miliardario David Koch l’aveva definita “brillantemente stimolante”. Gwen Stefani aveva cantato una serenata a Schwarzman, sotto lo sguardo divertito di Jared Kushner, Ivanka Trump e varie persone dell’amministrazione statunitense. Era un mondo in miniatura governato da un moderno Creso, simbolo perfetto di un meccanismo per fare soldi che ormai si è infiltrato in tutti i campi della vita contemporanea.

Asili, pompe funebri, autolavaggi, miniere di rame, studi dermatologici, centri per la raccolta dati: il private equity è ovunque il denaro passa di mano. Se ci si può guadagnare qualcosa, i fondi l’hanno già comprato, dall’azienda idrica pubblica alle squadre di calcio europee, fino al catalogo musicale dei Queen. Secondo alcune stime, gestiscono più di tredicimila miliardi di dollari investiti in più di cinquantamila aziende sparse ai quattro angoli del pianeta. “Il loro peso nell’economia mondiale è colossale”, ha scritto nel 2022 Sachin Khajuria, ex partner dell’Apollo Global Management, un fondo che gestisce cinquecento miliardi di dollari.

Milioni di persone interagiscono ogni giorno con almeno un’attività commerciale controllata dai fondi di private equity, e molte, in particolare le più povere, trascorrono spesso la loro esistenza all’interno di sistemi controllati da queste aziende. I fondi possiedono case, società elettriche, reti di trasporto, le aziende in cui lavoriamo, gli studi medici a cui ci rivolgiamo, le società di recupero crediti che ci tartassano.

“Possiedono il mondo materiale e finanziario che ci circonda”, ha scritto lo studioso Brett Christophers. “La nostra vita fa parte del portafoglio di questi fondi”. L’analisi di Christophers non vale solo per gli Stati Uniti (dove il private equity cresce inesorabilmente dalla fine degli anni settanta), ma anche per il resto del mondo. Negli ultimi anni i fondi di private equity hanno speso centinaia di miliardi per rilevare attività commerciali in tutto il pianeta, dal Canada alla Cambogia, dall’Australia al Regno Unito. Allo stesso tempo si sono diffusi anche i timori per i suoi effetti. Gli avvoltoi e i vampiri della finanza sono stati attaccati da tutti i mezzi d’informazione che non sono ancora controllati da un fondo. Nel 2023, nell’arco di una settimana, negli Stati Uniti sono stati pubblicati due libri dal titolo quasi identico: Plunder (Il saccheggio) e These are the plunderers (Questi sono i saccheggiatori). Gli autori del secondo scrivono che il private equity è “avidità avvolta nella bandiera statunitense dell’efficienza, sciacallaggio giustificato da solidi profitti. Questi predoni non devono rendere conto a nessuno”.

Qui entrano in ballo le devitalizzazioni dentarie per bambini, come esempio grottesco del metodo di questi fondi. Secondo varie inchieste giornalistiche, per aumentare i profitti alcune cliniche odontoiatriche controllate dai fondi di private equity hanno fatto un’infinità di devitalizzazioni non necessarie ai bambini. “Li ho visti trapanare denti perfettamente sani, ogni giorno, diverse volte al giorno”, ha dichiarato un assistente odontoiatrico che lavora per una clinica controllata da un fondo di private equity. In un caso è addirittura morto un bambino. Per molti le operazioni dei fondi di private equity sono un chiaro esempio di “capitalismo canaglia”, ma la vicenda delle devitalizzazioni sui bambini fa sembrare questa definizione fin troppo gentile.

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Naturalmente le persone che lavorano nel settore hanno un’opinione diversa. Ammettono che c’è chi si comporta in modo scorretto e che occasionalmente sono state compiute azioni discutibili, ma sostengono che in generale gli operatori dei fondi non sono dei sociopatici approfittatori che si divertono a rendere il mondo uno schifo. Al contrario, pensano di essere un utile fertilizzante per la crescita e l’innovazione, e di usare il loro talento per eliminare la cattiva gestione nelle aziende di cui prendono il controllo, per ringiovanire attività ormai apatiche e per far crescere la torta economica in modo che tutti noi, gli altri, possiamo continuare a vivere in una società ricca e avanzata. In sostanza è il capitalismo che fa quello che gli riesce meglio e cioè, dicono, “creare valore”.

I gestori dei fondi sottolineano poi i profitti enormi che riescono a offrire agli investitori, tra cui potresti esserci anche tu, mio caro lettore, per esempio se hai una pensione integrativa.

“Sarebbe bello far capire alla gente che il private equity ha portato grandi vantaggi agli Stati Uniti”, ha dichiarato Stephen Pagliuca, copresidente della Bain Capital, in occasione del forum di Davos del 2020. David Rubenstein, miliardario fondatore del Carlyle Group, si è spinto oltre: “Il private equity è la più alta vocazione del genere umano”.

In realtà la natura del private equity non è legata solo alla sete di denaro o all’abilità imprenditoriale. Che si tratti di rilevare un forno che produce biscotti al cioccolato o la casa di riposo dove vive vostra nonna, il private equity si basa sempre sullo stesso modello, quello del leveraged buyout. È un po’ come comprare una casa grazie a un mutuo e poi provare a rivenderla dopo aver cambiato la moquette. Nel caso del leveraged buyout, però, il debito non è a carico del compratore, ma resta nei libri contabili dell’azienda comprata. Per quanto possa sembrare assurdo, è come se l’azienda fosse costretta a contrarre un debito per comprare se stessa.

“Il private equity crea valore facendo crescere le aziende”, ha dichiarato Pagliuca, azzardando un paragone con un giardiniere che trasforma i germogli in alberi da frutto maturi. Io invece ho cominciato a percepirlo in termini virologici come una pandemia: un coronavirus si replica iniettando il proprio rna nelle cellule di un organismo; una volta all’interno, l’rna intercetta le risorse dell’ospite per creare nuove copie del virus, indebolendo e a volte distruggendo l’ospite. Il modello imprenditoriale del private equity funziona sostanzialmente nello stesso modo: si raccolgono soldi dagli investitori e si usano i fondi e una grande quantità di denaro preso in prestito per avere il controllo di un’azienda. Una volta centrato il “bersaglio”, il fondo di private equity spesso licenzia il consiglio d’amministrazione, nomina nuovi dirigenti e decima la forza lavoro (quando non trasferisce direttamente l’attività all’estero). In alcuni casi i beni dell’azienda vengono liquidati per ripagare gli investitori e arricchire le società part­ner, prima che l’attività sia venduta a un nuovo gruppo di investitori, una tattica conosciuta con l’espressione buy, strip and flip (compra, spoglia e vendi).

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Anche nei casi in cui il fondo di private equity prova a valorizzare l’azienda comprata, la logica alla base dell’intervento è sempre virale: il private equity esiste per replicare ed espandere se stesso, non per costruire qualcosa. “L’attenzione non è diretta verso la ricchezza comune, ma solo verso gli interessi dei vertici del fondo, dei suoi partner e dei suoi sostenitori istituzionali”, ha scritto nel 2012 Luke Johnson, cofondatore del fondo di private equity britannica Risk Capital Partners. “È questa la natura del gioco. Chi sostiene il contrario mente”.

No ai sentimentalismi

Il paziente zero del private equity è stato probabilmente la Houdaille Industries, una florida azienda manifatturiera che fu comprata nel 1979 dal fondo Kohlberg Kravis Roberts & Co (Kkr). Per chiudere l’operazione, il fondo accollò al produttore di autoricambi, macchinari industriali e prodotti edili più di trecento milioni di debiti. All’epoca fu il più grande leveraged buyout della storia, il primo a interessare un’importante azienda ad azionariato diffuso. “Non puoi lasciare spazio ai sentimentalismi”, ha spiegato Bryan Burrough, coautore di I barbari alle porte, incentrato sulla successiva acquisizione da parte della Kkr del gigante del tabacco e dei prodotti alimentari Rjr Nabisco. “Devi essere pronto a distruggere e incendiare”.

La Kkr modificò immediatamente l’obiettivo della Houdaille, dalla realizzazione di prodotti di alto livello alla necessità di fare profitti per ripagare i partner e gli investitori. Nell’arco di un paio d’anni la reputazione dell’azienda come marchio di qualità fu spazzata via. A causa del debito e della reputazione rovinata, la Houdaille non sopravvisse alla recessione del 1981 e alla pressione della concorrenza giapponese. Allora la Kkr la smantellò licenziando più di duemila dipendenti e nel 1987 vendette ciò che restava per meno di un terzo della cifra pagata per comprarla.

L’aspetto straordinario della vicenda è che, pur avendo rilevato la Houdaille con centinaia di milioni di dollari di debiti, la Kkr usò una serie di meccanismi finanziari per incanalare la quasi totalità dell’incasso della vendita verso le proprie tasche e quelle dei suoi investitori. Dal punto di vista di Wall street, lo sventramento della Houdaille fu un successo totale. Secondo Schwarzman l’operazione è una sorta di “stele di Rosetta” del private equity.

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Negli annali del settore si trovano molte storie dell’orrore. I fondi si sono impossessati di marchi famosi per poi svuotarli e distruggerli, cancellando i mezzi di sostentamento di centinaia di migliaia di lavoratori. Le case di riposo sono state private di risorse e personale, al punto che in alcuni casi gli anziani sono stati abbandonati a se stessi e lasciati a vivere tra gli escrementi. Un’azienda di proprietà della Blackstone che ripulisce i mattatoi negli Stati Uniti è stata multata per aver sfruttato il lavoro di più di cento bambini. Altre storie raccapriccianti riguardano i centri per giovani con problemi comportamentali, in cui gli ospiti sono stati maltrattati, violentati e uccisi. Sono casi estremi, ma non isolati. Indagando sul private equity non è necessario andare alla ricerca di storie dell’orrore. Ti ci devi fare largo.

È vero che quasi tutte le aziende sfruttano i dipendenti, spennano i consumatori e mettono il profitto davanti a tutto. Ma la brutalità del private equity non è solo una degenerazione del capitalismo classico. Chi critica il settore sostiene che è basato su un modello imprenditoriale malsano. Finanziare le acquisizioni con enormi quantità di debito compromette la capacità delle aziende di resistere ai periodi di difficoltà e le costringe a ripagare i creditori invece di investire nello sviluppo a lungo termine. “I sistemi predatori esasperano la disuguaglianza e svuotano l’economia, sottraendo ricchezza alle attività produttive – negozi, ospedali, aziende manifatturiere – e indirizzandola verso quelle improduttive”, scrive in Plunder Brendan Ballou, avvocato specializzato nell’antitrust che lavora per il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti. In cima alla lista di queste attività improduttive ci sono proprio i fondi di private equity, che possono guadagnare enormi somme di denaro anche se l’azienda rilevata è in perdita, in una scissione tra successo finanziario e successo commerciale che rappresenta un’aberrazione della premessa fondamentale del capitalismo.

Compensi di gestione

Nei decenni successivi all’acquisizione della Houdaille, i fondi di private equity hanno elaborato una serie di tecniche per ricavare profitti dalle aziende prese di mira. Tra le più comuni (e innocue solo in apparenza) ci sono gli “onorari di gestione”, che possono essere imposti alle aziende per un lunghissimo elenco di servizi di solito non particolarmente utili. Per esempio la Kkr, la Bain Capital e altri fondi hanno ottenuto più di 470 milioni di dollari in compensi dalla Toys R Us tra il 2005, quando hanno comprato l’azienda, e il 2018, quando l’hanno trascinata alla bancarotta. Usando un’altra tattica comune, il sale-leaseback agreement (accordo di vendita e recupero in affitto), i fondi costringono l’azienda a vendere le sue proprietà immobiliari e poi le impongono di prenderle in affitto.

Questi metodi sono diffusi anche in altri settori, ma il private equity ha creato meccanismi ancora più letali con cui ottenere profitti mandando in rovina aziende in salute. La “ricapitalizzazione dei dividendi”, per esempio, consiste nell’addossare debiti su debiti a un’azienda con l’unico scopo di finanziare i premi per i dirigenti dei fondi di private equity e per gli investitori, in una forma di capitalismo così spregevole che perfino alcuni operatori nel settore la rifiutano. I dividendi milionari che la Clayton, Dubilier & Rice ha estratto dalla Hertz sono stati tra le cause del fallimento dell’azienda. Le acquisizioni realizzate dai fondi di private equity sono considerate la causa del declino di decine di marchi noti, con la relativa perdita di posti di lavoro. Secondo un’analisi citata spesso, un quinto delle aziende controllate dai fondi dichiara fallimento nei primi dieci anni dopo l’acquisizione. Si potrebbe pensare che i fondi prendano di mira solo aziende già deboli, ma non è così. Spesso le attività acquisite erano in ottime condizioni prima di essere prosciugate.

Per quanto riguarda la promessa di rendere le aziende più efficienti, tutto si riduce per lo più a un aumento dei prezzi abbinato a una riduzione della qualità. Nel suo libro Ballou si concentra sull’esempio dei campi caravan degli Stati Uniti (aree attrezzate dove le persone vivono in roulotte o prefabbricati), che i grandi fondi di private equity hanno comprato in massa con l’avidità di un bambino che gioca a Monopoli. Una volta preso il controllo di queste aree, i fondi aumentano gli affitti, addossano i costi delle utenze ai residenti e tagliano la spesa per le infrastrutture essenziali, come la rete fognaria.

Per aumentare i prezzi offrendo servizi peggiori la cosa migliore è concentrarsi sui poveri, che non possono permettersi di fare le valigie e trasferirsi altrove. Chi vive nei campi caravan e nelle case di riposo corrisponde perfettamente alla descrizione. Lo stesso vale per i detenuti. Fondi come la Hig Capital controllano aziende che forniscono pasti ammuffiti e servizi sanitari scadenti all’interno dei penitenziari. Naturalmente le persone più deboli hanno meno risorse per reagire ai soprusi. Vi sembra ingiusto? Come ha scritto Khajuria, ex partner della Apollo, “il successo, ovvero la produzione di denaro, viene prima di ogni altra cosa”.

Per capire che opinione abbiano di sé gli operatori di private equity è utile trascorrere qualche ora sulle bacheche di Wall street oasis, una comunità online del settore. Tra le discussioni più animate ne ho trovata una intitolata: “Come fai a guardarti allo specchio?”.

Le risposte erano un misto tra i tipici slogan nel settore, l’elogio della legge della giungla, riflessioni morali evanescenti e onestà senza fronzoli. Molti utenti sostenevano che l’immagine negativa del private equity sia un’eredità dei decenni passati, mentre altri ammettevano che sommergendo di debiti le aziende si producono regolarmente catastrofi. “Questo meccanismo, sfortunatamente, è intrinseco al nostro sistema imprenditoriale”, scriveva il dirigente di un fondo. Alcuni rivendicavano senza esitazione i meccanismi perversi: “Sono un seguace del libero mercato. Se bisogna tagliare posti di lavoro, i più forti e quelli che lavorano di più sopravvivranno”, affermava il direttore di un fondo specializzato nel settore dei software.

“Non sono d’accordo”, rispondeva un altro. “I licenziamenti sono le decisioni più devastanti che ho dovuto prendere”. Ma, a quanto pare, alla fine anche lui si rassegnava a licenziare. Il vicepresidente di un’azienda specializzata nei leveraged buyout proponeva una delle risposte più frequenti: “Come faccio a guardarmi allo specchio? Lo specchio si trova in una grande casa in un quartiere residenziale dove vivo con mia moglie e i miei figli”.

Per molti manager fare soldi non basta, vogliono essere apprezzati. “Ci hanno sempre insegnato che la società si giudica per come tratta i meno fortunati e i più vulnerabili”, ha scritto Marc Rowan, cofondatore e attuale amministratore delegato della Apollo. Sostenendo le tesi di un collega, Rowan ha proposto una filosofia alternativa: “Non sarebbe invece il caso di giudicarla per come tratta chi ha più successo? È meglio criticare, tassare, espropriare e condannare chi ha successo o celebrare i trionfi economici e riconoscere che sono il motore che spinge la società verso un benessere sempre maggiore?”.

In alcuni casi i beni dell’azienda vengono liquidati per ripagare gli investitori

Persone ambiziose

I più importanti fondi di private equity reclutano i loro dipendenti quasi esclusivamente all’interno delle più ricche banche d’investimento, come la Jp Morgan e la Goldman Sachs. Si tratta inevitabilmente di persone estremamente ambiziose e ossessionate dalla ricchezza. Come mi ha spiegato una persona del settore, se vuoi avere successo nel private equity devi esser disposto “a mettere il turbo”, a lavorare instancabilmente giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, con l’obiettivo di accumulare più denaro in 5-10 anni di quanto ne potresti mai guadagnare in una carriera intera facendo qualsiasi altro lavoro. “Un paladino del private equity deve vincere sempre. Questa cultura e questo atteggiamento promuovono l’ambizione più sfrenata, sia in chi sgomita nei ranghi più bassi sia in chi viaggia a bordo di jet privati Gulfstream”. Questa rivoltante descrizione dell’etica del private equity è contenuta nel libro di Khajuria, Two and Twenty: How the Masters of Private Equity Always Win (2022).

Il libro è un documento stupefacente che fa luce su un’industria popolata da persone così sicure della propria intelligenza e innamorate del proprio successo da essere incapaci di capire fino a che punto il funzionamento del governo e del sistema giuridico sia stato alterato a loro vantaggio. D’altronde parliamo di gente che ha milioni di dollari di incentivi per osservare il proprio lavoro da una prospettiva distorta.

La realtà è diversa da quella che raccontano. Prendiamo la storia romanzata di Plastix, un’azienda chimica che il fondo di Khajuria comprò all’inizio del nuovo millennio. “Nel giro di tre mesi l’investimento si guastò irrimediabilmente”, spiega Khajuria. I nuovi dirigenti nominati dal private equity “licenziarono troppo e troppo presto”, così gli impianti “si bloccarono a causa degli scioperi”. Cosa fece il fondo? Licenziò ancora più dipendenti e usò alcuni stratagemmi finanziari per assicurasi che quando la Plastix fosse fallita, gli investitori non solo avrebbero recuperato il loro denaro prima di tutti, ma avrebbero potuto vendere le proprietà dell’azienda e raddoppiare la cifra investita.

Dal punto di vista di Khajuria l’affare andò in porto grazie all’intelligenza e alla determinazione del fondo. Quello che Khajuria non dice è che una lunga campagna di pressioni per indebolire la protezione dei lavoratori e introdurre norme che facilitano i fallimenti e tutelano gli interessi della finanza ha creato le condizioni in cui un fondo può guadagnare grandi somme distruggendo un’azienda e licenziando buona parte dei dipendenti. “I maestri del private equity si muovono con destrezza”, scrive Khajuria.

I private equity hanno permesso di accumulare ricchezze enormi

Nel campo della virologia c’è spesso un rapporto inverso tra aggressività e trasmissibilità di un virus. Un patogeno che tende a uccidere l’ospite troppo presto e con troppa efficacia ha infatti meno possibilità di diffondersi: l’ospite non si muove dal letto se non per finire in una tomba, senza mai avere la possibilità di starnutire addosso agli altri sui mezzi di trasporto. Per questo motivo, a volte, le varianti meno aggressive possono convivere con quelle più letali o perfino soppiantarle.

C’è chi sostiene che qualcosa di simile sia successo alle “varianti” del private equity, soprattutto nel nuovo millennio. Dopo il bagno di sangue dei leveraged buyout tra gli anni ottanta e novanta si sarebbero affermate mutazioni più benigne che puntano a fare profitti non più saccheggiando un’azienda, ma facendo migliorare i suoi affari prima di rivenderla. Questo metodo si applica soprattutto alle aziende di media grandezza ancora controllate o gestite dai fondatori o dalle loro famiglie. In questi casi i fondi di private equity possono rafforzarle con dirigenti esperti o facendo una fusione con altre imprese dello stesso settore. Una volta ampliato il raggio d’azione, le aziende possono essere vendute ad altri investitori o quotate in borsa, generando grandi guadagni (è la cosiddetta strategia roll-up).

Le docenti universitarie Eileen Appelbaum e Rosemary Batt, nemiche dichiarate delle peggiori forme di private equity, ammettono che all’inizio degli anni duemila alcune aziende del settore hanno probabilmente salvato l’industria siderurgica statunitense dal collasso, rilevando molte fabbriche. I portavoce dei fondi di private equity hanno inoltre sostenuto in diverse occasioni di creare più posti di lavoro di quanti ne distruggano, anche se dalle ricerche accademiche emerge una realtà più ambigua.

Tuttavia anche quando il private equity si traduce in una forma efficace di capitalismo, non comporta necessariamente benefici per la società civile. Le aziende a conduzione familiare vogliono naturalmente fare profitti, ma allo stesso tempo mantengono un legame con le comunità in cui operano. In cima alle loro priorità non c’è assolutamente la difesa dei lavoratori, ma comunque tendono ad assumere persone del posto e a offrire salari dignitosi. È un circolo virtuoso in cui i lavoratori spendono il loro denaro nelle attività commerciali locali, che a loro volta assumono altri lavoratori che spenderanno all’interno della comunità, dove tra l’altro vivono e pagano le tasse anche i proprietari delle aziende.

Quando invece un fondo di private equity assume il controllo delle operazioni e i profitti sono incanalati altrove, gli stipendi si riducono e i lavoratori hanno meno soldi da spendere. Questo danneggia le attività locali, che a quel punto devono ridurre la forza lavoro. I fondi agiscono in questo modo perché si concentrano sulle strategie roll-up e creano monopoli, per esempio rilevando tutte le case di riposo o i supermercati di una certa area geografica. Questo processo assicura risparmi alle aziende acquisite – è più facile occuparsi delle risorse umane e della contabilità per dieci studi medici specializzati in gastroenterologia messi insieme – ma allo stesso tempo lascia i consumatori e i lavoratori senza alternative.

Il nostro futuro finanziario

Il genoma umano è composto per circa l’8 per cento da dna virale. Questo significa che quasi un decimo del nostro codice genetico è costituito da istruzioni provenienti da antichi virus che hanno infettato e colonizzato i nostri antenati. La nostra natura è inseparabile da quella dei virus che hanno contagiato l’essere umano in passato. Allo stesso modo, oggi il private equity non solo è parte integrante del funzionamento dell’economia o delle nostre città, ma è intimamente legato al nostro futuro finanziario. Questo perché molti di noi, consapevoli o meno, hanno investito direttamente o indirettamente nelle operazioni di private equity attraverso i fondi pensione o (chi può permetterselo) o i titoli azionari e i fondi comuni d’investimento. Molti governi si affidano al private equity per far crescere i fondi sovrani.

Nel 2023 il primo investitore in private equity del mondo era il sistema pensionistico canadese, con un impegno finanziario di quasi 135 miliardi di dollari, seguito da due società d’investimento statali di Singapore e da altre due di Abu Dhabi. A completare la “top 10” c’erano i fondi pensione del Québec, dei Paesi Bassi e della California. “Le pensioni di insegnanti, pompieri, operatori sanitari e altri dipendenti pubblici dipendono dal private equity”, scrive Khajuria nel suo libro. Il virus che ci sta consumando è ormai essenziale per la nostra sopravvivenza.

In alcune aree del mondo i fondi di private equity possono anche creare benefici, investendo una parte delle loro risorse (denaro versato dagli insegnanti californiani, dagli infermieri canadesi o dagli agenti di polizia olandesi) nelle tecnologie verdi, negli ospedali rurali o nella manifattura locale. Ma resta il fatto che gran parte degli investimenti fatti per conto dei futuri pensionati funziona con la stessa logica dell’acquisizione della Houdaille. I fondi pensione investono in operazioni che distruggono le aziende, minacciano i posti di lavoro e indeboliscono le comunità per finanziarsi.

Oltre a tutto questo, negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in molti altri paesi i fondi di private equity sfruttano la cosiddetta scappatoia del carried interest (una quota degli utili destinata a chi ha gestito l’investimento), che permette di applicare ai profitti la tassazione relativa alle plusvalenze e ai ritorni sugli investimenti invece di quella sul reddito. Per i manager è una manna, perché le tasse sulle plusvalenze sono molto più basse di quelle sul reddito.

Finora questo sistema folle è rimasto in vita perché i fondi di private equity hanno sempre promesso enormi guadagni non solo per sé, ma anche per i fondi universitari e pensionistici. Negli ultimi anni, però, un numero crescente di analisti e perfino di operatori del settore ha cominciato a ipotizzare che questi presunti guadagni siano solo un altro gioco di prestigio finanziario. E se i conti, alla fine, non dovessero tornare?

A prescindere da ogni altra considerazione, i private equity hanno innegabilmente permesso ad alcune persone di accumulare ricchezze enormi. Di solito i fondi guadagnano il 2 per cento annuo sulle somme che gestiscono, più il 20 per cento dei profitti. Questo significa che un triple – cioè la triplicazione dell’investimento di un fondo di cento milioni di dollari – garantisce almeno due milioni all’anno in commissioni e quaranta milioni di profitti. Per avere un termine di paragone, chi compra azioni di un fondo indicizzato che investe in un campione di titoli azionari e obbligazioni paga una percentuale di gestione irrisoria e non deve condividere i profitti. Quello che giustifica i guadagni dei fondi di private equity, il loro status sociale e la loro spocchia è la percezione che siano in grado di offrire un rapporto tra profitto e rischio di gran lunga migliore di qualsiasi altro investimento.

Parole chiave

Fondo d’investimento Un fondo (una somma di denaro) formato da un intermediario che raccoglie capitali da investire in attività finanziarie.

Fondo comune d’investimento Raccoglie il denaro di tanti piccoli risparmiatori in un unico patrimonio e lo investe in attività finanziarie in modo da bilanciare i rischi.

Fondo di private equity Una forma d’investimento in aziende non quotate in borsa per farle crescere e poi rivenderle. Di solito è riservato ai cosiddetti investitori istituzionali (in pratica altri fondi e aziende del settore finanziario).

Leveraged buyout Acquisizione di un’azienda realizzata con una leva finanziaria, cioè con un prestito che consente di usare un capitale più grande di quello posseduto.

Fondo indicizzato Un fondo che investe in base a un indice formato da una selezione di titoli di riferimento.

Fondo sovrano Investe i surplus di bilancio o le riserve valutarie di uno stato. Borsa italiana


Risultati sensazionali

E se le cose non stessero così? Secondo i dati diffusi da un’organizzazione che fa attività di lobby per i fondi di private equity, tra il 2010 e il 2020 i risultati del settore hanno superato quelli dell’S&p500 (l’indice che comprende i maggiori titoli della borsa statunitense) di appena mezzo punto percentuale all’anno, mentre le operazioni di private equity dei fondi pensionistici hanno fatto addirittura peggio dell’S&p500. Nessuno può negare che nell’epoca dello “spoglia e rivendi” i profitti medi siano stati vertiginosi, ma è altrettanto vero che di quei risultati sensazionali non c’è traccia da circa vent’anni.

“L’imperatore è nudo”, mi ha confessato Jeffrey Hooke, economista della Johns Hopkins university e autore di The myth of private equity: an inside look at Wall street’s transformative investments (2021). Prima di cominciare la carriera universitaria, Hooke ha lavorato per anni a Wall street e nel private equity. “Non c’è nessuna verifica indipendente dei profitti sbandierati dal settore né ci sono basi scientifiche per la tesi secondo cui questi fondi sarebbero preferibili a un semplice indice azionario o alle obbligazioni. Questa gente non realizza guadagni reali, agisce in modo sregolato e nasconde i propri compensi. Sono diventati maestri nell’arte di pagare poche tasse e prendere per il culo tutti gli altri”.

Uno dei problemi sottolineati da
Hooke è l’opacità del settore. Il più completo database dei fondi di private equity comprende solo il 60 per cento delle aziende. Cosa ci sia nel restante 40 per cento non è dato sapere con certezza, ma possiamo presumere che non si tratti di investimenti sbalorditivi in grado di far apparire i fondi di private equity ancora più efficaci di quanto sostengano. Piuttosto è probabile che si tratti in gran parte di dogs e doughnuts (cani e ciambelle, due termini per indicare gli investimenti fallimentari e i fondi poco redditizi) che trascinano verso il basso il totale dei profitti.

Il sacco d’Europa
Quote di maggioranza da almeno un miliardo di dollari comprate dai fondi di private equity in aziende europee, valore in miliardi di dollari - Fonte: Dealogic/Financial Times
Quote di maggioranza da almeno un miliardo di dollari comprate dai fondi di private equity in aziende europee, valore in miliardi di dollari (Fonte: Dealogic/Financial Times)

Inoltre gran parte del “valore” creato dai fondi di private equity deriva semplicemente dalle loro “oneste e disinteressate” stime del guadagno che potrebbero ottenere vendendo le aziende inserite nel loro portfolio. Peccato che si tratti delle aziende di cui non sono riusciti a liberarsi a un prezzo alto. Come sottolinea Hooke nel suo libro, più di metà degli investimenti di questi fondi negli ultimi quindici anni non ha portato a una vendita, quindi non ha prodotto i guadagni sperati. A maggio del 2024 un’analisi del Financial Times ha dimostrato che negli ultimi sei anni i fondi di private equity hanno prelevato dai loro soci 1.500 miliardi in più rispetto a quelli che hanno distribuito, un segnale preoccupante del fatto i guadagni di queste operazioni potrebbero non essere sufficienti per tutti.

I dibattiti sul private equity sono complessi, ma di recente molti ricercatori concordano sul fatto che nel migliore dei casi sono un meccanismo simile ad altri investimenti, se non peggiore. A preoccuparsi non sono solo gli studiosi e la stampa specializzata. Nella stessa giornata in cui la discussione intitolata “Come fai a guardarti allo specchio?” era la più seguita su Wall street oasis, ce n’era un’altra che attirava l’attenzione di molti utenti: “Quali fondi sono bombe a orologeria?”.

Anche le aziende che controllano i fondi più redditizi sono soggette alla legge fondamentale di Wall street: i guadagni del passato non sono una garanzia di guadagni futuri. Secondo Hooke gli investitori che hanno scelto i fondi di private equity in base alla loro storia recente “avrebbero potuto guadagnare di più puntando il dito, bendati, su una lista di management buyout (quando i dirigenti comprano l’azienda dai proprietari)”. Anche nei momenti migliori, la maggior parte dei guadagni del private equity non nasce da un rafforzamento delle aziende acquisite, ma dalla crescita complessiva del mercato.

Tutto questo lascia pensare che sia arrivato il momento di mettere in discussione il pilastro morale che giustifica l’esistenza del private equity, cioè la tesi secondo cui queste aziende sarebbero necessarie per proteggere i fondi pensionistici di milioni di lavoratori ordinari. Se i rendimenti netti sono effettivamente gli stessi (se non peggiori) di un tradizionale portafoglio 60/40 (un portafoglio composto al 60 per cento da azioni e al 40 per cento da obbligazioni), allora non c’è niente che bilanci i danni provocati dai fondi di private equity in giro per il mondo. Da questa prospettiva il private equity è solo uno strumento cinico dei più ricchi per arricchirsi ancora di più ai danni del resto della società.

Com’è possibile che un simile trasferimento di ricchezza dalla comunità al private equity prosegua indisturbato? Un gruppo di politici, studiosi e organizzazioni civiche ha cercato di spingere i governi a trovare il modo di vaccinare la società dagli effetti più nefasti del private equity. Tra i diversi rimedi prescritti ci sono la fine dei regimi fiscali preferenziali e una responsabilizzazione dei fondi di private equity per i debiti delle aziende contenute nei loro portafogli. Il problema di questa battaglia è che i rapporti di forza sono nettamente favorevoli ai private equity. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in molti altri paesi ci sono decine di politici, funzionari e amministratori che hanno lavorato per i fondi di private equity. I due George Bush (padre e figlio) hanno avuto una partecipazione nel Carlyle Group o nelle aziende incluse nel suo portafogli.

Il segretario al tesoro di Barack Obama, Timothy Geithner, è presidente della Warburg Pincus. La Investcorp, che ha sede nel Bahrein, ha ricompensato il presidente provvisorio dei conservatori britannici, Richard Fuller, con trecentomila sterline per i suoi servizi come consulente. “Su entrambe le sponde dell’Atlantico i rapporti tra i fondi di private equity e la politica sono non solo amichevoli, ma in alcuni casi addirittura simbiotici”, si legge sul sito finanziario PitchBook. “L’elenco dei collaboratori di queste aziende è sovrapponibile a quello dei pezzi grossi di Washington e Londra”. Perfino i politici che non sono sottomessi al volere dei fondi di private equity li trattano con i guanti di velluto, nella speranza che possano innescare la crescita di cui molte economie hanno un enorme bisogno. Per rendersene conto basta pensare all’improvvisa marcia indietro (lo hanno chiamato “compromesso”) fatta dalla cancelliera dello scacchiere britannica Rachel Reeves dopo aver promesso che avrebbe messo fine alle scappatoie fiscali.

Impossibili da debellare

Nel corso del tempo alcuni virus raggiungono un equilibrio tra aggressività e trasmissibilità, diventando impossibili da debellare. Come l’influenza stagionale o il raffreddore comune, provocano grandi fastidi, ma in genere non portano alla morte. Forse le recenti mutazioni dei private equity vanno nella stessa direzione. Molte grandi aziende si sono evolute in complessi organismi che adottano una varietà di strategie, di cui i tradizionali leveraged buyout sono solo una parte. Oggi i guadagni della Apollo arrivano soprattutto dall’azienda assicurativa Athene e della sua controparte europea Athora. Ma anche in questi conglomerati la logica auto-replicante del private equity è ancora intatta. I redditi di alcuni rami servono a coprire i rischi delle acquisizioni.

“Ogni giorno in cui non vendi, stai comprando”, recita una massima del settore. Significa che fino a quando un fondo mantiene il controllo di un’azienda o di un altro bene senza fare profitti, sta scommettendo sulla sua crescita a lungo termine. Dietro questo approccio c’è un principio molto diffuso a Wall street, secondo cui in ogni affare esistono solo vincitori e vinti. Lo stesso potrebbe valere per il rapporto tra la società civile e il private equity: ogni giorno che passa senza che riusciamo a regolare questi metodi, permettiamo che siano loro a regolare la nostra vita. Stiamo permettendo al private equity di controllare le nostre cellule e replicarsi in modo aggressivo. In questo momento è abbastanza chiaro chi ci guadagna. ◆ as

Alex Blasdel è un giornalista e scrittore statunitense, che vive in California.

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Questo articolo è uscito sul numero 1598 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati