La notte del 20 luglio 2021 Ruham Hawash è rimasta sveglia, incerta su dove si trovasse, scambiando il letto della sua camera d’albergo a Coblenza, in Germania, per la cella affollata e sporca di Damasco dove, nel 2012, era stata detenuta e torturata. Il giorno dopo, in un tribunale, avrebbe rivisto il colonnello siriano che aveva diretto la sua tortura, per testimoniare contro di lui. Era un processo epocale. Due funzionari dei servizi segreti siriani erano stati arrestati in Germania con l’accusa di crimini contro l’umanità, tra cui tortura, omicidio e aggressione sessuale. Per la prima volta delle persone legate al regime siriano sarebbero state giudicate per i loro crimini.

In arabo li chiamano mukhabarat: i servizi segreti composti da quattro agenzie che sorvegliano e reprimono la popolazione per conto del regime siriano. Senza questi organismi il regime non sarebbe mai riuscito a mantenere il potere per più di cinquant’anni, prima con Hafez al Assad, poi con il figlio Bashar. In quest’arco di tempo il mukhabarat ha schiacciato il dissenso e l’opposizione di generazioni di siriani.

I due imputati – come la stessa Hawash e più di mezzo milione di altri siriani – si erano rifugiati in Germania. Entrambi avevano ammesso di aver lavorato per il mukhabarat, come se il fatto di aver disertato potesse assolverli dal passato. Ma se pensavano di confondersi nel fiume di siriani arrivati in Europa, ripuliti e liberi di cominciare una nuova vita, non avevano considerato due cose. Innanzitutto, gli esuli siriani erano decisi a impedire che i responsabili della distruzione del loro paese potessero cavarsela impunemente. E poi erano approdati in uno stato che aveva fatto i conti con un passato segnato dai crimini di guerra e si era impegnato a perseguire chi avesse commesso crimini simili anche molto lontano dai suoi confini.

Nei giorni prima dell’udienza la decisione di partecipare al processo aveva tormentato Hawash. Erano cambiate molte cose dal 2019, quando aveva deciso non solo di testimoniare nel caso aperto dallo stato tedesco, ma anche di costituirsi parte civile. All’apertura del processo nell’aprile 2020, in piena pandemia, la stampa internazionale aveva riportato la notizia. I siriani che sostenevano l’azione legale erano convinti che finalmente si sarebbe fatta giustizia. Altri invece la criticavano, perché riguardava solo due individui, peraltro disertori, mentre il sistema e i vertici che questi avevano servito rimanevano intatti e al potere. Secondo gli scettici, se gli europei avessero voluto davvero fare giustizia in Siria, avrebbero messo fine al regime di Assad. Alcuni siriani che avevano accettato di testimoniare erano stati minacciati o lo erano state le loro famiglie. Qualcuno si era ritirato. Hawash, che ha 34 anni, sapeva che il regime siriano poteva farle del male in Germania, dove avrebbe presto ottenuto la cittadinanza. Ma soprattutto era spaventata dai suoi ricordi.

Due care amiche – siriane che, come lei, avevano partecipato alla rivoluzione contro il regime e ora vivevano a Berlino – l’avevano accompagnata a Coblenza. Hawash voleva che in aula ci fossero persone che la conoscevano dai tempi della Siria, che si sarebbero immedesimate nei suoi racconti, sapendo che non mentiva.

Anche se la loro presenza la rassicurava, Hawash non era certa di voler raccontare in aula cose di cui non aveva mai parlato con nessuno. Le sue amiche erano state arrestate, ma in Siria chi sopravviveva al carcere di solito si limitava a dire liffuha, “lasciatelo alle spalle”. Hawash era a disagio: non voleva passare per una che metteva la sua esperienza al di sopra di quella degli altri. E non voleva nemmeno che i due mesi di detenzione definissero tutta la sua vita. Erano solo una goccia nell’oceano. Per questo aveva seppellito il passato e non aveva mai raccontato i particolari di quello che le era successo. Nessuno di loro lo aveva fatto.

Negli ultimi dieci anni più di cinquecentomila siriani sono stati uccisi e più di metà della popolazione è stata costretta a lasciare la propria casa e ora vive in altre zone della Siria o fuori dai confini nazionali. Quello che nel 2011 era cominciato come un movimento popolare e pacifico, che chiedeva al regime – al potere dal 1970 – delle riforme e la fine della corruzione, si è trasformato in una brutale guerra civile e per procura.

In tutti questi anni i siriani sono stati testimoni e vittime di innumerevoli crimini contro l’umanità. Anche l’opposizione armata, tra cui il gruppo Stato islamico, ha commesso questi crimini, ma la stragrande maggioranza delle violenze è opera del regime siriano, sostenuto dalla Russia e dall’Iran. Per rimanere al potere, Bashar al Assad ha usato armi convenzionali e chimiche, bombardamenti e assedi; ha ridotto alla fame i civili e li ha cacciati dalle loro case. La distruzione è ancora visibile in tutto il paese. Ma tra le mura del suo oscuro sistema di detenzione, il regime ha commesso violenze meno visibili, ordinando sparizioni, torture e uccisioni di massa.

Invisibile e onnipresente

La colpevolezza del regime è stata ampiamente documentata: non solo da civili, giornalisti, attivisti e organizzazioni per i diritti umani siriane e internazionali, ma anche da funzionari dello stesso regime. Le prove più note sono le immagini scattate da un ex fotografo forense della polizia militare, chiamato con il nome in codice Caesar, che disertò nel 2013. Le immagini che aveva trafugato mostrano almeno 6.627 siriani morti, due terzi dei quali probabilmente in seguito alle torture subite tra il maggio 2011 e l’agosto 2013, in detenzione o dopo il trasferimento in un ospedale militare. I cadaveri sono contrassegnati da un’etichetta con il numero della struttura del mukhabarat dove è avvenuta la morte.

Il regime siriano era noto per la sua brutalità già prima del 2011. Da decenni usava la tortura e le sparizioni forzate per terrorizzare la popolazione e ancora oggi non si sa nulla di circa centomila persone scomparse. A mettere in atto questo terrore è stato il mukhabarat, il cui nome deriva dal verbo khabbara “notificare, informare”. Fu il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser a far arrivare in Siria questi servizi segreti, quando per un breve periodo, tra il 1958 e il 1961, Egitto e Siria si unirono nella Repubblica Araba Unita. Il mukhabarat crebbe sotto Hafez al Assad, che prese il potere nel 1970 con un colpo di stato.

Attiviste del movimento Families​ for freedom davanti al tribunale di Coblenza, il 13 gennaio 2022 (Alessio Mamo, Redux/Contrasto)

Il mukhabarat è una versione meno sofisticata della Stasi, l’organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania dell’Est, che a più riprese addestrò gli agenti siriani. La sua violenza è spesso angosciosamente invisibile, eppure onnipresente. Invece di occupare edifici in quartieri remoti, le sue sezioni si trovano in zone residenziali – ce ne sono almeno venti solo a Damasco – in modo che i siriani ci passino accanto mentre svolgono le faccende quotidiane. La loro presenza, e la consapevolezza delle cose indicibili commesse all’interno, minacciano e tengono la popolazione in riga. Per questo quando alcuni paesi europei dichiarano che i profughi siriani dovrebbero essere rimandati nelle zone controllate dal regime, considerate sicure, chi si oppone sostiene che questi paesi interpretano la situazione in modo profondamente (e forse volutamente) sbagliato.

Nel loro paese i siriani non hanno mai potuto contestare le violazioni dei diritti umani commesse dal regime di Assad. Ma anche a livello internazionale non hanno strumenti legali da impugnare contro lo stato siriano. La sede più adatta, la Corte penale internazionale (Cpi), resta irragiungibile. Creata per indagare e perseguire i quattro crimini internazionali fondamentali – genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione – in situazioni in cui gli stati “non possono” o “non vogliono” farlo, la Cpi ha giurisdizione solo sui paesi che hanno aderito allo statuto di Roma del 1998, con cui fu istituita. Oltre alla Siria, tra i paesi non firmatari ci sono Stati Uniti, Russia, Israele, Iran, Arabia Saudita e Cina. In alternativa, il Consiglio di sicurezza dell’Onu può rinviare uno stato alla Cpi, ma la Russia e la Cina, che siedono entrambe nel Consiglio, nel maggio 2014 hanno posto il veto contro il rinvio del regime siriano. Anche i tribunali speciali, come quelli istituiti per l’ex Jugoslavia e il Ruanda, richiedono il via libera del Consiglio di sicurezza.

Ai siriani che vogliono denunciare chi ha violato i loro diritti restano solo i tribunali nazionali nei paesi che riconoscono la giurisdizione universale. Questa consente di perseguire i crimini fondamentali indipendentemente da dove sono stati commessi, dal paese dove si trovano accusatori e accusati e dalla loro nazionalità. Il presupposto è che questi crimini riguardano l’intera comunità internazionale. La giurisdizione universale è inserita nel diritto di molti stati europei, dove più di un milione di siriani si è rifugiato nell’ultimo decennio. Tra questi stati c’è la Germania, che accoglie quasi il 60 per cento dei siriani presenti sul territorio dell’Unione europea. Migliaia di potenziali testimoni e vittime – e anche carnefici – si trovano insieme nel paese.

Per quanto riguarda i suoi crimini di guerra, la Germania decise di perseguire i nazisti a prescindere da quanto tempo ci sarebbe voluto e dall’età degli accusati. Dopo la riunificazione, il paese si preparò a una nuova era. Firmò lo statuto di Roma e lo incorporò nel diritto penale nazionale nel 2002. Nel 2008 l’ufficio del procuratore federale istituì un’unità specializzata in crimini di guerra, incaricata anche di monitorare gli avvenimenti internazionali, in modo da agire se emergeva un collegamento con la Germania.

Era la prima volta che Kroker sentiva quel nome. Ma Al Bunni lo conosceva

Una ragionevole premessa

Quando nel 2011 cominciarono ad arrivare i primi inquietanti rapporti dalla Siria, l’unità ne prese nota, ma non fece altro. Poi, nel settembre di quell’anno, venne a sapere di un cittadino tedesco di origine siriana che nel 2010 aveva preso un volo diretto ad Aleppo per andare a trovare la madre malata, ed era sparito subito dopo l’arrivo. In Germania la procura ha l’obbligo di aprire un’indagine se un cittadino tedesco è coinvolto in un crimine, come vittima o autore, anche se non è stato commesso sul suo territorio. Partendo dalla ragionevole premessa che il regime siriano stava commettendo dei crimini, la procura avviò quindi un’“indagine strutturale” sui responsabili di quella scomparsa. Non scoprì molto, ma fu il primo passo verso il processo di Coblenza.

Ereditato il potere nel 2000, alla morte del padre, Bashar al Assad – un oculista che i colleghi dell’ospedale di Londra dove aveva fatto pratica ricordano come una persona umile e gentile con i pazienti – era presentato come un riformatore. Il suo arrivo al potere era stato l’inizio di una sorta di apertura, nota come la primavera di Damasco. I siriani avevano organizzato salotti informali dove si discuteva di riforme. Alcuni prigionieri politici erano stati rilasciati e la famigerata prigione di Tadmor era stata chiusa. Ma nel giro di un anno il regime ricominciò ad arrestare gli attivisti e chiuse i salotti (la prigione di Tadmor riaprì nel 2011). Furono attuate riforme che liberalizzavano gli investimenti e il commercio, dando un’apparenza di progresso economico dopo decenni di restrizioni pseudosocialiste. Ma il regime era così pervaso dal clientelismo che solo una piccola cerchia di siriani si arricchiva, mentre gli altri soffrivano.

Ruham Hawash era un’adolescente nei primi anni di potere di Bashar al Assad. Ma nel 2011 aveva 23 anni, si era laureata in economia, frequentava un master e lavorava per la delegazione dell’Unione europea a Damasco, seguendo un programma per lo sviluppo dell’istruzione superiore. Mentre le rivoluzioni travolgevano l’Egitto, la Libia e la Tunisia, il regime di Assad fece capire ai siriani che il loro paese non sarebbe stato il prossimo. A febbraio alcuni alunni di una scuola di Daraa, nel sud del paese, disegnarono dei graffiti riprendendo gli slogan cantati nei paesi arabi in rivolta. Gli agenti del mukhabarat arrestarono i ragazzini, che avevano tra i dieci e i quindici anni. L’arresto scatenò le proteste in città e le forze di sicurezza risposero aprendo il fuoco. Alla fine gli alunni furono rilasciati. Ma gli agenti li avevano picchiati, gli avevano bruciato parti del corpo e gli avevano strappato le unghie. Le proteste dilagarono in tutta la Siria e nel giro di tre mesi più di mille siriani erano morti e altri diecimila erano finiti in carcere.

Hawash ne rimase fuori. Nata in Siria da profughi palestinesi (nessuno aveva la cittadinanza siriana), si era sempre dedicata a un’altra lotta politica, il ritorno in patria. Poi un giorno vide piangere un professore con cui lavorava. Originario di Daraa, era disperato perché non sapeva come far arrivare da mangiare ai parenti dopo che il regime aveva imposto un blocco a tutta la città per punirla delle proteste. Scandalizzata dall’ingiustizia, Hawash cominciò a partecipare a quella che considerava una rivoluzione, incontrando attivisti, andando alle manifestazioni e distribuendo opuscoli. Quasi un anno dopo, nel marzo 2012, fu arrestata durante una campagna di repressione che, secondo molti, puntava a privare il movimento degli esponenti laici e provenienti dalla società civile. Gli interrogatori e le torture durarono quasi due mesi.

Quando fu liberata, Hawash non pensava di lasciare il paese. “In quel momento mi sono resa conto di quanto ami la Siria”, spiega. “È stata la thawra, la rivoluzione, a farmelo capire”. I suoi genitori si erano trasferiti negli Emirati Arabi Uniti e la imploravano di raggiungerli. Solo mesi dopo accettò di andarci. Pensava sarebbe stata una breve visita. Ma nel giro di poche settimane l’esercito cominciò a bombardare Yarmuk, il campo di profughi palestinesi in cui viveva. Un’amica tedesca si offrì di ospitarla ad Amburgo, dove Hawash arrivò nel dicembre 2012, ottenendo poi un visto di sei mesi.

Accoglienza tedesca

Il 25 agosto 2015 un tweet dell’ufficio federale tedesco per l’immigrazione e i rifugiati legò il futuro della Germania a quello di centinaia di migliaia di siriani in fuga dal loro paese. Annunciava che Berlino aveva deciso di sospendere, solo per i siriani, la clausola prevista dal regolamento di Dublino che impone ai richiedenti asilo di presentare domanda nel primo paese d’ingresso nell’Unione europea. Significava che la Germania era aperta ad accogliere i siriani che avevano corso il rischio di attraversare il Mediterraneo sui gommoni. Sei giorni dopo, in una conferenza stampa, la cancelliera Angela Merkel giustificò la decisione invocando ragioni umanitarie e morali, e invitò i tedeschi a sostenere quella linea.

Alla fine del 2015 quasi quattrocentomila siriani erano arrivati in Germania, aggiungendosi ai 125mila del 2014 e ai quasi cinquantamila del 2013. I magistrati tedeschi capirono subito che la politica di Angela Merkel avrebbe cambiato tutto. Volevano indagare sui crimini di guerra commessi in Siria, e ora avevano più di mezzo milione di siriani nel loro paese.

La Germania aveva anche accolto alcune personalità siriane di primo piano, molte arrivate con l’aiuto di Berlino, tra cui leader dell’opposizione, attivisti e avvocati per i diritti umani. Queste persone volevano usare ogni mezzo legale a disposizione per costringere il regime e chiunque avesse commesso crimini in Siria a rispondere di quelle azioni. Tra loro spiccavano gli avvocati Anwar al Bunni, che aveva istituito il Centro siriano per le ricerche e gli studi giuridici, e Mazen Darwish, fondatore del Centro siriano per l’informazione e la libertà d’espressione.

In Siria il regime aveva arrestato e torturato entrambi, e anche alcuni loro familiari. Al Bunni, 62 anni, accanito fumatore e bevitore di caffè, sorride sempre nonostante quello che ha passato. Darwish, 47 anni, è più riservato e fuma perfino più di Al Bunni. Arrivati a Berlino nel 2014 e nel 2015, si erano messi subito al lavoro.

Fadwa Mahmoud davanti al tribunale di Coblenza con le foto del marito e del figlio scomparsi in Siria, il 13 gennaio 2022 (Lena Mucha, Redux/Contrasto)

A fare da collegamento tra i siriani e i procuratori federali era il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali (Ecchr), fondato a Berlino nel 2007 dall’avvocato tedesco per i diritti umani Wolfgang Kaleck. La sua squadra aveva già cominciato a incontrare i siriani dopo il loro arrivo in Europa, condividendo con i magistrati, quando lo riteneva opportuno, alcune testimonianze sulle detenzioni.

Né Al Bunni né Darwish avevano come priorità ottenere giustizia per sé. Volevano raggiungere i vertici del regime, quelli che continuavano a far sparire i siriani e a esercitare un terrore collettivo. L’avvocato tedesco Patrick Kroker, entrato nell’organizzazione di Kaleck nel 2015 per occuparsi della Siria nell’ambito del Programma per i crimini e la responsabilità internazionali, era d’accordo con loro.

Fino a quel momento, però, il procuratore federale non aveva indicato pubblicamente la volontà d’indagare sui responsabili di alto livello fuori della Germania: aveva adottato una posizione più conservatrice, indagando sui sospettati, generalmente di rango inferiore, già presenti in Germania. Ma poi si venne a sapere che i procuratori avevano accesso alle foto di Caesar, quindi potevano fare le verifiche e le analisi forensi di quel materiale e giudicarlo o meno credibile sulla base degli standard del diritto penale. Gli avvocati siriani e l’Ecchr cominciarono a lavorare per collegare le immagini ai più alti vertici del regime siriano. Per un anno rintracciarono e intervistarono i siriani rifugiati in tutta Europa che erano stati detenuti e torturati nelle strutture presenti nelle foto.

Il lavoro si concluse nel 2017, quando l’Ecchr, Al Bunni, Darwish e l’associazione Caesar files group presentarono la prima di quattro denunce al procuratore federale. Nel 2018 la Germania spiccò un mandato d’arresto contro Jamil Hassan, capo dell’intelligence dell’aeronautica militare siriana (la più potente delle agenzie del mukhabarat), chiedendone l’estradizione dal Libano, dove dichiarava di trovarsi per motivi medici. Il Libano negò che Hassan fosse lì e l’arresto non fu eseguito, ma una freccia era stata scoccata.

Wafa Mustafa, attivista e giornalista siriana, con la foto del padre scomparso in Siria. Berlino, 6 luglio 2021 (Alessio Mamo, Redux/Contrasto)

Sull’onda di quella prima azione, gli avvocati siriani e l’Ecchr continuarono ad attraversare l’Europa in lungo e in largo con l’obiettivo di presentare denunce simili in altri paesi. In uno di quei viaggi, nel febbraio 2018, Al Bunni e Kroker intervistarono un siriano in Scandinavia che conosceva il nome della persona che aveva ordinato le torture: Anwar Raslan. Era la prima volta che Kroker sentiva quel nome. Ma Al Bunni lo conosceva: era Raslan che l’aveva rapito per strada nel 2006. Inoltre Al Bunni lo aveva rivisto in Germania. “È a Berlino”, disse a Kroker.

Avvocato di formazione, il colonnello Raslan aveva diretto le indagini nella sezione 251 del mukhabarat, e per questo era già finito nel mirino dei procuratori federali tedeschi. Temendo che la Germania diventasse un porto sicuro per criminali di guerra diventati rifugiati, i magistrati stavano indagando su un altro profugo siriano, e Raslan era stato indicato come qualcuno che poteva fornire informazioni utili. Il suo comportamento li aveva però insospettiti. Quando aveva ammesso che, prima di disertare, era stato un alto responsabile della sezione presente nelle foto di Caesar, era diventato un bersaglio.

Nello stesso periodo la procura aveva interrogato un altro disertore del mukhabarat, Eyad al Gharib. Anche lui aveva lavorato nella sezione 251. Nell’ottobre 2019 i due uomini sono stati incriminati con l’accusa di crimini contro l’umanità. La procura tedesca ha accusato Raslan di aver diretto la tortura di quattromila persone nell’arco di circa cinquecento giorni, all’inizio della rivoluzione, causando la morte di almeno 58 detenuti. Al Gharib è stato accusato di complicità in almeno trenta casi di tortura.

Il trauma dei carnefici

Nel 2019 Hawash viveva in Germania da sei anni e aveva ottenuto asilo. Aveva imparato il tedesco e si era costruita la vita che avrebbe voluto in Siria, conseguendo un master in disarmo e controllo degli armamenti. Aveva contribuito a fondare un’ong che si occupa di ricerche sulla società civile siriana, e così aveva saputo del lavoro degli avvocati siriani. Ma non pensava che la sua esperienza personale meritasse di essere condivisa. Dopo aver letto sui giornali che ci sarebbe stato un processo incentrato sulla sezione dov’era stata detenuta ha cambiato idea.

Dato che la legge tedesca consente alle vittime e ai familiari sopravvissuti di costituirsi parte civile in un processo penale, l’Ecchr e gli avvocati siriani cercavano persone disposte a partecipare. Così Hawash ha preso appuntamento con Kroker. Ha subito capito che “non aveva doppi fini, era davvero interessato a me”. Ma Kroker aveva delle ragioni personali per svolgere quel lavoro. Un giorno, quando aveva otto anni, suo nonno aveva fermato la macchina, si era girato verso di lui e aveva detto: “Qualunque cosa succeda, voglio che tu sappia che non ho mai ucciso né fatto del male a nessuno personalmente”. Kroker capì il senso di quell’episodio solo anni dopo. “Mio nonno aveva ricoperto una carica importante nella Gioventù hitleriana”, spiega. “Penso di sapere perché faccio tutto questo. È per questo trauma intergenerazionale, il trauma dei carnefici. O per il senso di colpa”.

Entrando in aula, non ha potuto fare a meno di pensare a quanto fosse tutto surreale

Il processo andava avanti da sedici mesi quando Hawash è stata chiamata a testimoniare, nell’estate del 2021. La corte era presieduta da Anne Kerber, che, come la maggior parte dei giudici tedeschi, non aveva esperienza in casi di crimini di guerra o contro l’umanità. Il processo si svolgeva nel tribunale di Coblenza solo perché Al Gharib era stato fermato in quel land.

La corte aveva già ascoltato una serie di testimoni, tra cui vittime, esperti, medici legali e siriani che avevano fatto parte dell’apparato del mukhabarat senza partecipare alle torture. Ne era emerso il quadro di un’infernale rete di prigioni simili a celle segrete, autonome ma inserite in un insieme ampio e coordinato. I racconti individuali di chi era stato detenuto descrivevano esperienze ricorrenti. Molti erano stati rinchiusi in celle sotterranee sovraffollate dove si riusciva a stare solo in piedi o seduti con le ginocchia contro il petto. Dormivano a turno, sdraiati di lato stretti come sardine. Non c’era luce naturale per contare i giorni, ed erano costretti a bere da un tubo collegato al gabinetto. Il cibo, quando lo portavano, era stantio e insufficiente. Molti raccontavano di essere stati detenuti con dei bambini. Quando non venivano interrogati, erano costretti ad ascoltare le urla agonizzanti degli altri.

Anche i metodi sembravano sempre gli stessi, con nomi come dulab (pneumatico), shabh (fantasma), tappeto volante e sedia tedesca, in cui i prigionieri sono legati allo schienale di una sedia in una posizione innaturale molto dolorosa, un metodo che a quanto pare fu portato in Siria dal criminale di guerra nazista Alois Brunner, che visse a Damasco fino alla morte. Gli agenti del mukhabarat picchiavano con aste di metallo, strappavano unghie e davano scosse elettriche. Aggredivano sessualmente uomini e donne e minacciavano i prigionieri di stuprare i familiari davanti ai loro occhi.

Alcuni testimoni piangevano mentre raccontavano cosa avevano vissuto. Parlavano anche della loro vita dopo il rilascio, segnata da dolori fisici, ansia, depressione e insonnia. Alla fine delle loro testimonianze, molti chiedevano di aggiungere qualcosa. Volevano ringraziare la corte.

Le differenze tra i due accusati erano notevoli. Raslan, 58 anni, ricopriva una posizione di comando nella sezione 251. Al Gharib, 45 anni, di rango inferiore, era entrato nel mukhabarat senza aver finito il liceo. Prima di raggiungere la Germania, aveva viaggiato per mare e per terra ed era rimasto bloccato in Grecia per due anni. Raslan invece era arrivato in aereo, con un visto ottenuto grazie all’opposizione siriana, che sperava di spingerlo a fornire informazioni utili. Seduti fianco a fianco in tribunale, le loro differenze erano ancora più accentuate: Al Gharib era curvo, con il cappuccio della felpa tirato sugli occhi, e spesso si copriva il volto con una cartellina; Raslan stava dritto e prendeva appunti con attenzione.

All’inizio del processo Raslan aveva scritto una dichiarazione in cui sosteneva di non aver fatto niente di sbagliato e che non aveva potuto fermare i maltrattamenti; quando aveva potuto aveva aiutato i prigionieri, tanto che alla fine era stato rimosso dall’incarico. Ma queste affermazioni sono state smentite durante il processo dagli esperti, dalla documentazione scritta e fotografica e dagli ex detenuti che l’hanno riconosciuto. Al Gharib invece non aveva fatto dichiarazioni. Ma nove mesi dopo l’inizio del processo, quando le foto di Caesar sono state presentate come prova, ha scritto una lettera. Affermava di essersi commosso e ringraziava Caesar per aver reso pubbliche le immagini. Poi spiegava che in quanto sunnita era considerato un sospettato e non aveva potuto fare altro che eseguire gli ordini o sarebbe stato ucciso. Ringraziava la corte e i testimoni e condannava il regime.

Dato che gli avvocati di Al Gharib avevano deciso di non presentare una difesa, la corte non ha potuto esaminare eventuali prove di coercizione. Il verdetto del febbraio 2021 ha però escluso che l’imputato non avesse avuto altra scelta che obbedire agli ordini. Giudicandolo colpevole di crimini contro l’umanità per complicità e favoreggiamento in trenta casi di tortura e privazione aggravata di libertà, la corte lo ha condannato a quattro anni e mezzo di reclusione.

Nulla di speciale

La condanna di Al Gharib ha scatenato una polemica tra i siriani. Alcuni erano critici: era davvero prioritario, o addirittura giusto, perseguire Al Gharib e Raslan, mentre i vertici restavano al potere e continuavano a uccidere? Si trattava inoltre di due sunniti, come la maggioranza dei siriani, mentre i vertici del regime, compreso Assad, sono alawiti. Altri siriani rispondevano che se disertare poteva attenuare la punizione, non assolveva gli individui dai crimini che avevano commesso.

Una manifestazione per ricordare le persone incarcerate o fatte scomparire dal regime siriano. Berlino, 6 luglio 2021  (Alessio Mamo, Redux/Contrasto)

Il giorno della sua testimonianza, Hawash indossava una camicetta color senape, pantaloni neri e una giacca nera, abiti che aveva scelto perché non avevano nulla di speciale. I suoi capelli corti avevano bisogno di una spuntata, ma lei aveva deciso di aspettare. I tagli nuovi sono riservati alle belle occasioni. Ha camminato fino al tribunale, che si trova davanti al piccolo memoriale di Coblenza per le vittime del nazismo. I suoi avvocati, Patrick Kroker e Sebastian Scharmer, l’aspettavano per accompagnarla attraverso il controllo sicurezza. Entrando in aula, non ha potuto fare a meno di pensare a quanto fosse tutto surreale: “Eccomi in Germania, dove aiuto il mio governo a perseguire qualcuno che mi ha torturata in Siria”.

Poi l’ha visto. Raslan era in piedi e chiacchierava con le persone intorno a lui come se nulla fosse. Hawash ha notato i suoi abiti puliti, un paio di jeans e una maglia di cotone grigia. Non era bendato né legato, a differenza di lei durante gli interrogatori. E chiaramente non era stato picchiato. In preda all’agitazione, ha pensato: “Potrebbe farmi qualcosa da un momento all’altro”. Poi passando accanto a una delle sue amiche, già seduta nello spazio riservato al pubblico, Hawash ha visto il suo sorriso e, allungando la mano, le ha sfiorato i polpastrelli. Quel tocco leggero l’ha fatta sentire sicura.

Quando si è seduta al banco dei testimoni, ha fissato lo sguardo sulla giudice Kerber. Aveva deciso di parlare in tedesco perché non voleva ricreare le dinamiche che avevano definito lei e Raslan in Siria, dove lei era la vittima e lui aveva il potere. Era determinata: “Oggi non sono una vittima”. Inoltre, esprimendosi in tedesco avrebbe potuto scegliere le parole, senza affidarsi all’interprete. Kerber le ha chiesto di presentarsi e di raccontare cosa le era successo. Ha­wash ha bevuto un lungo sorso d’acqua e ha evitato di guardare Raslan, concentrandosi sulla giudice, come in una conversazione a due.

A un posto di blocco del regime fuori Damasco, ha spiegato alla corte, gli agenti del mukhabarat le avevano confiscato il documento d’identità e gli effetti personali. Per riaverli, le avevano detto, doveva presentarsi alla sezione 251. In Siria, senza un documento d’identità, la vita è impossibile. Hawash si era tormentata sul da farsi, terrorizzata al pensiero di andare in quella struttura temuta da tutti. Alla fine, non aveva avuto altra scelta. Non ha parlato di tortura. Ha detto solo che a un certo punto l’interrogatorio aveva smesso di essere “amichevole”. Dopo era stata rilasciata, senza il documento d’identità.

A quel punto sono cominciate le domande dei giudici, che hanno chiesto particolari su date e orari, sulle torture e su eventuali aggressioni sessuali. Con riluttanza Hawash ha raccontato che la persona che la interrogava aveva perso la pazienza, dicendole che le avrebbe rinfrescato la memoria in un’altra stanza. Era stata legata, bendata e portata nei sotterranei, come aveva dedotto dall’odore di umidità. L’avevano quasi sempre lasciata senza benda, e aveva visto strumenti di tortura e mura macchiate di sporcizia e sangue. Ha testimoniato di essere stata picchiata – a volte seduta, a volte con le braccia legate in alto e appese al soffitto – sulla testa, sul collo, sulle orecchie e sul viso. Ha precisato che le avevano somministrato delle scariche elettriche alle ginocchia e ai polpastrelli, alle spalle e al petto. Ha ricordato di aver perso la cognizione del tempo. Sì, ha risposto ai giudici, sentiva gli altri piangere e urlare.

Dopo un’ora, Hawash ha chiesto di fare una pausa e i giudici hanno sospeso l’udienza per un quarto d’ora. Hawash si è alzata, visibilmente agitata. Le persone l’avrebbero vista in modo diverso? Come una debole? Mentre si dirigeva verso l’uscita, le sue amiche l’hanno circondata e l’hanno accompagnata fino alla riva del fiume, poco distante.

Da sapere
Altre azioni legali

◆ Il processo di Coblenza si è aperto nell’aprile 2020 e si è concluso il 13 gennaio 2022, con la condanna all’ergastolo dell’ex funzionario siriano Anwar Raslan. Sempre in Germania, e in altri paesi europei, sono in preparazione procedimenti simili. Nel gennaio 2022, una settimana dopo il verdetto nei confronti di Raslan, si è aperto a Francoforte il processo contro Alaa M., un medico militare siriano di 36 anni, accusato di aver commesso crimini contro l’umanità mentre lavorava in una prigione dell’intelligence militare a Homs, tra l’aprile 2011 e la fine del 2012. Arrivato in Germania nel 2015, è stato arrestato nel giugno 2020. Ecchr


Rientrando in aula, Hawash si sentiva di nuovo pronta. Ci aveva pensato: lei non considerava deboli gli altri che erano stati torturati. Ha risposto a tutte le domande che restavano, dei procuratori, della difesa e dei suoi stessi avvocati. Dopo meno di un’ora, Kerbel l’ha ringraziata. Era finita.

Gettare le basi

Il 13 gennaio 2022, il giorno della sentenza, chi voleva trovare posto in aula si è messo in fila fin dalle tre del mattino davanti al tribunale, che apriva alle otto. Nell’oscurità, e con la temperatura sotto lo zero, le persone si sono accampate con spuntini e termos di caffè caldo, felici di condividerli con gli altri. C’erano siriani arrivati da tutta la Germania, da altri paesi europei e da più lontano. Ma l’eccitazione e la soddisfazione per la condanna che tutti si aspettavano erano smorzate dalla frustrazione, perché quel momento di giustizia sarebbe stato ben poco di fronte alla palese e persistente impunità del regime siriano. Quando si sono aperte le porte del tribunale, solo in pochi sono riusciti a entrare. I giudici sono saliti sul banco, è calato il silenzio e tutti aspettavano un segno di Kerber per sedersi. Hawash era davanti, con gli altri querelanti. Aveva un taglio nuovo, con i capelli più corti ai lati e un ciuffo alto.

I magistrati hanno preso posto. Kerber teneva tra le mani la sentenza che avrebbe letto a voce alta, fermandosi a intervalli regolari per permettere agli interpreti di tradurre. Ci sarebbero volute più di cinque ore, con poche pause di dieci minuti. Per prima cosa ha annunciato il verdetto. Giudicando Raslan colpevole in ventisette casi di omicidio, tortura, privazione aggravata di libertà, stupro e aggressione sessuale associati a omicidio, la corte lo ha condannato all’ergastolo. Ma considerando che, tra le altre cose, l’imputato aveva disertato, la sentenza avrebbe potuto essere sospesa con la condizionale dopo quindici anni. Raslan non ha lasciato trasparire nessuna reazione.

Come già nella sentenza contro Al Gharib, la corte ha dichiarato che, in base alle prove, il regime siriano ha fatto un uso evidente, diffuso e sistematico della tortura contro i cittadini. È un giudizio strategicamente importante per chi spera di stabilire le responsabilità dei gradi più alti del regime. Anche se queste conclusioni non possono costringere il governo tedesco, né nessun’altra istituzione in Germania, a interrompere i rapporti con il regime, possono renderli molto più complicati. “Non possiamo fermare il processo di normalizzazione”, ammette Kroker, riferendosi alla probabile riabilitazione internazionale di Assad. “Ma possiamo rallentarlo o indebolirlo”. Dentro e intorno al tribunale, i siriani rilasciavano interviste in arabo, inglese e tedesco, riflettendo sul possibile significato della sentenza. Al Bunni aveva le lacrime agli occhi.

A Ruham Hawash non importava molto a quanti anni di carcere era stato condannato Raslan. Quello che contava erano le conclusioni generali sulla natura del regime, che secondo lei gettano le basi per un percorso futuro. Non importa quanto tempo ci vorrà. Il suo autocontrollo è crollato più tardi nel pomeriggio, quando Kerber, riassumendo le testimonianze, ha rievocato le esperienze di detenzione delle persone che avevano sporto denuncia, citandole per nome. Ha pianto in silenzio mentre Kerber descriveva com’era stata torturata. Seduta nel tribunale tedesco, Hawash è stata assalita dai ricordi della sua cella siriana. In quell’aula così affollata si è sentita esposta, più del giorno in cui aveva testimoniato. Ha avuto di nuovo paura di essere considerata debole.

Ma ormai sapeva di non esserlo. Erano quasi due anni che si era costituita parte civile. “Può finire qui”, ha detto. “Posso voltare pagina”. L’unica cosa che voleva era uscire dall’edificio e chiamare i genitori. Lo sfacelo della Siria aveva diviso la sua famiglia, ma lei ci pensava sempre, a maggior ragione quel giorno. Voleva sentire la voce dei genitori e dirgli: “È fatta”. ◆ fs

Alia Malek è una giornalista e scrittrice statunitense di origine siriana. In Italia ha pubblicato Il paese che era la nostra casa (Enrico Damiani Editore 2018). La versione integrale di questo articolo è uscita a gennaio sul New York Times Magazine.

Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati