È un affare di stato potenzialmente esplosivo quello scatenato dalla scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi a Istanbul. Alcuni funzionari turchi, che hanno chiesto di rimanere anonimi, il 6 ottobre hanno rivelato alle agenzie di stampa Reuters e Afp che Khashoggi, intellettuale critico nei confronti del potere saudita, è stato ucciso nel consolato saudita nella città turca. Yasin Aktay, consigliere del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, ha confermato la notizia il 7 ottobre. “Pensiamo che l’omicidio fosse premeditato e che poi il corpo sia stato trasportato fuori dal consolato”, ha dichiarato un funzionario. L’operazione, secondo queste fonti, sarebbe stata condotta da quindici cittadini sauditi arrivati in Turchia il giorno stesso dell’omicidio.
Riyadh ha smentito le accuse, definite “prive di fondamento”, precisando che il 6 ottobre alcuni poliziotti sauditi erano stati inviati in Turchia per partecipare all’indagine. La fidanzata turca di Khashoggi, Hatice Cengiz, non ha notizie del suo compagno dal 2 ottobre. L’uomo, un collaboratore del Washington Post, secondo la polizia turca sarebbe entrato nel consolato saudita senza mai più uscirne. “È andato al consolato dopo aver preso appuntamento, quindi sapevano quando sarebbe arrivato”, ha spiegato all’Afp Yasin Aktay. Il regno wahabita assicura che il giornalista ha lasciato l’edificio “poco dopo esserci entrato”. Interpellato per un commento sulla vicenda da Bloomberg, il 6 ottobre il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha invitato le autorità turche a “perquisire” il consolato, aggiungendo che non ha “niente da nascondere”. Riyadh per il momento però non ha fornito alcuna prova del fatto che Khashoggi sia uscito dal consolato.
Alcuni funzionari turchi il 6 ottobre hanno rivelato che il giornalista e oppositore saudita Jamal Khashoggi è stato ucciso nella sede diplomatica del suo paese a Istanbul
La situazione è così anomala che bisogna evitare le conclusioni affrettate. Si tratterebbe dell’omicidio in territorio turco di un giornalista saudita esiliato negli Stati Uniti. I regimi di Gheddafi, Saddam Hussein e Assad hanno usato metodi simili. Per l’Arabia Saudita, che può certamente essere criticata per il mancato rispetto dei diritti umani, la cosa però sarebbe una novità radicale. Il nuovo potere incarnato da Mohammed bin Salman ha già adottato una serie di misure che rompono con l’eredità politica saudita. L’offensiva militare nello Yemen, l’esclusione dalla successione al trono del principe Mohammed bin Nayef, la messa al bando del Qatar, le epurazioni di novembre contro alcuni degli uomini più potenti del paese o la scelta di imporre le dimissioni del primo ministro libanese Saad Hariri sono azioni impensabili fino a poco tempo fa. Ma l’omicidio di Jamal Khashoggi, se confermato, sarebbe il segno di un’ulteriore escalation.
I numerosi arresti di oppositori politici negli ultimi mesi hanno confermato che il nuovo potere saudita non tollera le critiche. Ad agosto Riyadh ha interrotto i rapporti con il Canada dopo che Ottawa aveva criticato gli arresti. Il principe si presenta come un riformatore capace di modernizzare i costumi e l’economia. I dissidenti che rischiano di annebbiare questo messaggio sono una minaccia. È il caso del religioso Salman al Awda, per il quale è stata richiesta la pena di morte. Un altro esempio potrebbe essere quello di Khashoggi, che denuncia l’autoritarismo del potere saudita e critica la politica contro il Qatar e i Fratelli musulmani. La vicenda potrebbe anche avere gravi conseguenze per Riyadh. Ankara non potrebbe mai accettare, in ogni caso non pubblicamente, quello che sarebbe percepito come un affronto alla sua sovranità. Le relazioni tra i due paesi candidati alla leadership sunnita sono già complicate da anni. Il sostegno della Turchia ai Fratelli musulmani, ma anche al Qatar, è motivo di fastidio per i sauditi. L’ingerenza turca nei paesi arabi, e la volontà di Ankara di farsi passare per alfiere della causa palestinese, non è vista bene a Riyadh, così come la cooperazione turco-iraniana in Siria, dato che la monarchia saudita considera l’Iran il suo principale nemico. Nonostante le divergenze, Turchia e Arabia Saudita hanno cercato di mantenere rapporti cordiali.
Se l’omicidio fosse confermato, Erdoğan potrebbe rompere i rapporti con Riyadh o minacciare una rappresaglia. La situazione potrebbe complicare le relazioni tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti, anche se finora Washington ha mantenuto grande discrezione. Il presidente Donald Trump ha rafforzato il legame con Riyadh, indicando l’Iran come principale fonte di destabilizzazione nella regione. Ma a Washington cominciano a levarsi voci contro l’immaturità politica del principe. Trump non perde occasione di umiliare la monarchia ricordando fino a che punto dipenda dall’alleato statunitense sulla sicurezza e critica Riyadh per il prezzo del petrolio. Il presidente statunitense ha dimostrato di essere a suo agio con i leader autoritari. Ma se fosse confermata la responsabilità saudita, Washington potrà permettersi di non reagire? La domanda è importante perché, se si aprisse una crisi tra Turchia e Arabia Saudita, sarebbero gli Stati Uniti a dover fare da mediatori. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati





