Negli ultimi dieci anni in Medio Oriente ci sono stati molti eventi d’importanza cruciale per la scena internazionale. Ma pochi hanno scatenato le stesse reazioni appas- sionate, e a volte contraddittorie, che ha provocato l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, avvenuta il 3 gennaio. Sono rari i momenti in cui la storia dell’oriente e quella dell’occi- dente si fanno eco a vicenda, o in cui le narrazioni s’intrecciano e si sovrappongono al punto da rivelare le fratture all’interno di questi due mondi. Le reazioni al raid statunitense contro Soleimani ci dicono chiaramente quale sia la percezione attuale della regione da parte delle popolazioni locali e occidentali. Come si spiega che a Idlib l’opposizione siriana ha festeggiato la morte del comandante, mentre a qualche centinaio di chilometri di distanza, nella periferia sud di Beirut, sono stati affissi i ritratti del “martire”? Come si spiega che persone che sono agli antipodi del pensiero di Donald Trump applaudivano la sua decisione? Come si spiega infine che una parte della sinistra occidentale si trova a usa- re le stesse argomentazioni dei regimi mediorientali per condannare l’operazione statunitense?
La morte del generale iraniano rivela il grado d’in- sofferenza all’opinione altrui presente oggi nel dibat- tito pubblico su tutte le questioni mediorientali. Non è una novità, ma stavolta ha raggiunto un’intensità senza precedenti, soprattutto a causa delle tante identità di Qassem Soleimani. Gli Stati Uniti hanno ucciso il secondo uomo più importante dello stato iraniano o la persona che negli ultimi decenni è stata coinvolta in vari attentati? Eroe e simbolo dell’orgo- glio iraniano per gli uni, terrorista e carnefice per gli altri, Soleimani può essere associato a tutte le vittorie e contemporaneamente a tutti gli orrori della Repub- blica islamica nella regione. È lui l’uomo che passeg- giava fieramente tra le rovine di Aleppo est nel dicem- bre 2016, ma agli occhi di una parte della popolazione iraniana Soleimani è anche colui che ha impedito al gruppo Stato islamico di entrare in Iran. Questa per- cezione potrebbe anche essere falsa, perché il gene- rale iraniano ha avuto un ruolo trascurabile nella lotta ai jihadisti (era più concentrato sull’eliminazione dei ribelli siriani), ma non per questo è meno autentica, quindi non va ignorata. La sacra unione che si è affer- mata in Iran in seguito alla sua morte, appena qualche settimana dopo che i pasdaran – di cui Soleimani era la figura più rappresentativa – avevano represso le manifestazioni popolari, ci dice quanto importante sia questa percezione.
Eroe della fierezza iraniana per alcuni, terrorista per gli altri, Qassem Soleimani può essere associato a tutte le vittorie e allo stesso tempo a tutti gli orrori della Repubblica islamica
I dibattiti sui social network sulla legittimità dell’eliminazione di Soleimani non hanno molto sen- so: per quanto legittima possa essere per Washington, rappresenta un’ingiustizia agli occhi del regime iraniano e dei suoi alleati.
In occidente, come sempre, il dibattito è inquinato dalla questione dell’imperialismo statunitense. Questo vale in particolare per una parte del- la sinistra occidentale, che legge tutto attraverso il prisma dell’intervento sta- tunitense in Iraq del 2003. A questa si- nistra non interessa il fatto che i russi abbiano raso al suolo varie città siriane, che gli iraniani siano considerati una forza di occupazione dalle popolazioni locali o che il regime siriano abbia ucci- so più palestinesi in questi anni che Israele negli ultimi venti. In risposta a queste argomentazioni invocano la realpolitik o la lotta al terrorismo, emulando la propaganda dei regimi autoritari. Per loro conta solo condannare l’imperialismo statunitense, tra l’altro in un momento in cui Washington si sta di- sinteressando come non mai della regione. L’esempio più calzante è il regista Michael Moore, che ha de- scritto Trump come un guerrafondaio, ignorando che Soleimani era coinvolto in tutte le guerre che ci sono state negli ultimi trent’anni in Medio Oriente.
Gli abitanti del Medio Oriente che lottano per la libertà, che avrebbero dovuto trovare nella sinistra occidentale un alleato, si trovano invece ad avere co- me amica un’Unione europea volutamente impoten- te e come falsa amica una destra repubblicana statu- nitense che vuole solo difendere Israele.
Più che l’imperialismo statunitense, è la battaglia contro il “nemico sionista” a dettare la linea. La causa palestinese supera tutte le altre. Poco importa che So- leimani abbia causato la morte di migliaia di siriani, perché lui “combatte” lo stato ebraico. La guerra in Medio Oriente non ammette il non allineamento. Non è ammissibile che si possa appoggiare la causa palestinese e contemporaneamente opporsi al pro- getto iraniano, che si possa denunciare l’intervento russo in Siria e quello saudita nello Yemen senza per questo essere sostenitori dei gruppi siriani radicali o dei ribelli huthi. Non è ammesso considerare la morte di Soleimani una buona notizia per i popoli medio- rientali e allo stesso tempo pensare che saranno loro i primi a pagarne il prezzo. u fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati





