Magda Gerber era una giovane mamma in difficoltà a Budapest, negli anni trenta. “Non riuscivo a credere quanto fosse difficile essere genitore. Ero furiosa”, avrebbe scritto più avanti. “Mi sembrava di essere l’unica a non sapere cosa fare con i bambini, come se a scuola qualcuno si fosse dimenticato di spiegarmelo”. Poi, un giorno, osservò sbigottita il modo in cui una pediatra trattava sua figlia di quattro anni. La medica, un’ebrea viennese di nome Emmi Pikler, aveva un metodo insolito: ascoltava la sua paziente. Pikler sosteneva che la bambina potesse parlare per sé, che anche i bambini più piccoli erano capaci di sorprendenti gesti di collaborazione. “Era la risposta a tutte le mie domande e a tutti i miei dubbi”, scriveva Gerber, che avrebbe dedicato il resto della sua vita a diffondere le idee della pediatra.

Per Emmi Pikler i bambini, come i semi che crescono e diventano piante, non hanno bisogno d’istruzioni per svilupparsi secondo natura. Se solo ci togliessimo di torno, imparerebbero a camminare, parlare, dormire e interagire perfettamente. Il problema, scrive in Per una crescita libera, è che “il bambino è visto come un giocattolo o come una bambola anziché come un essere umano”. Gli parliamo con le vocine come se fosse idiota, quando è triste gli facciamo il solletico, ce lo passiamo tra noi come un oggetto, l’incastriamo sul seggiolone in posizioni a cui il suo corpo non è pronto. Una volta che si abitua a queste attenzioni continue e invadenti, comincia a convincersi che siano necessarie. “Con il tempo, diventerà sempre più piagnucoloso e dipendente dagli adulti”, scriveva Pikler. Alla fine, cercherà disperatamente le attenzioni dei genitori. E loro cercheranno disperatamente un po’ di tranquillità.

Francesca Ghermandi

Nel 1946, la città di Budapest affidò alla pediatra la gestione di un orfanotrofio per chi aveva perso la famiglia nella seconda guerra mondiale. Pikler licenziò subito le infermiere, che sembravano incapaci di rinunciare all’autoritarismo in nome dell’efficienza, e le sostituì con giovani donne del quartiere, insegnandogli a trattare bambini e bambine con “solenne lentezza”. Col passare del tempo, Pikler codificò una filosofia imperniata sul principio di mostrare ai bambini lo stesso rispetto che gli adulti si concedono spontaneamente a vicenda. Magda Gerber emigrò nel 1957 e si stabilì in California, dove cominciò a diffondere quella filosofia in un programma sobriamente chiamato Resources for infant educarers, cioè risorse per chi istruisce e si prende cura dei più piccoli, o Rie.

Janet Lansbury, 62 anni e fedele seguace di Gerber, sta tenendo un corso in un cortile a Los Angeles. Sette donne, alcune accompagnate dai mariti, ascoltano sedute in un recinto di sabbia, cercando di non cedere alle richieste piagnucolose dei loro figli. “Vai via! Papà, vai via!”, frigna Jasmine, una bambina di due anni, da una parete da arrampicata su cui è salita un momento prima.

Sua madre e suo padre la guardano preoccupati. “Avrete capito che sono un po’ opprimente”, dice la mamma. Molti dei genitori stanno cercando di resistere alla tentazione di fare gli “elicotteri” (circondare i bambini, sorvegliarli senza sosta) o, peggio, i “bulldozer” (rimuovere ogni ostacolo prima che i figli possano incontrare la minima difficoltà). Lansbury, invece, incoraggia gli adulti a essere una “base stabile” da cui i bambini possano allontanarsi e poi tornare, un concetto che per molti genitori di oggi è particolarmente difficile da mettere in pratica.

“Il mio istinto mi dice di andare da lei”, dice scusandosi il padre di Jasmine. “È in un punto un po’ critico”. “Di solito se arrivano fino a lì poi riescono anche a scendere”, gli dice Lansbury. Poi s’inginocchia accanto a Jasmine e le chiede: “Che dici, vuoi che il tuo papà ti aiuti? Eccolo lì, ti sta ascoltando” (questo è un elemento chiave del metodo del Rie: tutto quello che il bambino vuole va riconosciuto e accettato, anche se concretamente non bisogna fare niente).

“Sono curioso di vedere cosa fa”, dice il padre di Jasmine, con una certa ansia nella voce.

“Ahio”, dice Jasmine, e scende.

La mamma sembra sollevata. “Mi dai un bacino?”.

“Mmm, no”, risponde Jasmine, zampettando via.

Lansbury è una vera californiana. Ha i capelli biondi e gli occhi azzurri, e da giovane ha fatto la modella e l’attrice. Pratica la meditazione trascendentale e fa jogging sulla spiaggia. E con i bambini non ha incertezze. Per farli rilassare, dice, servono limiti chiari, che vanno fatti rispettare con fiducia. È la nostra ambivalenza sulle regole che spinge i bambini a esplorarle. Sono affascinati da tutto ciò che destabilizza chi li comanda, perciò finché noi continuiamo ad arrabbiarci, loro continueranno a fare i capricci. “Comportandosi così”, dice Lansbury, “ci stanno chiedendo: ‘Ho il permesso di fare questa cosa? E cosa succede quando non ne puoi più?’”.

Per Emmi Pikler i bambini non hanno bisogno d’istruzioni per svilupparsi. Se ci togliessimo di torno, imparerebbero a camminare, parlare, dormire e interagire perfettamente

Nel cortile, una mamma dice a Lansbury che ogni volta che gli dicono di no suo figlio di due anni si arrabbia e sbatte la testa contro il pavimento. Lansbury rivolge lo sguardo verso il piccolo imputato. “Ti butti per terra perché non ti piace quando ti dicono di no?”, gli chiede. Poi, rivolgendosi alla madre, le consiglia di mettergli una coperta sotto la testa in modo che non si faccia male. “Ha il diritto di non essere d’accordo”, spiega. “È una cosa molto salutare!”.

Lansbury è diventata una guru sull’educazione dei figli dispensando consigli un po’ sorprendenti con un tono rassicurante. “Per un giorno prova a far finta che qualsiasi cosa dici a tuo figlio e ogni decisione che prendi siano assolutamente perfette”, suggerisce in una puntata del suo podcast, Unruffled (“imperturbabile”), che ha quasi un milione di ascoltatori al mese. “Fidati del tuo bambino” è una frase che dice spesso. Il suo ultimo libro si intitola No bad kids (“Niente bambini cattivi”). Pikler era molto più diretta: “Se un bambino sano sotto ogni altro aspetto è ‘annoiato’, ‘di cattivo umore’ o ‘irritabile’, queste tendenze sono sempre il frutto del comportamento dell’ambiente o, per essere più precisi, di errori nell’educazione”. La buona notizia è che non ci sono bambini cattivi. Quella brutta è che ci sono tantissimi cattivi genitori.

Fino a relativamente poco tempo fa, prendersi cura dei figli era una tecnica che si apprendeva dalla famiglia allargata. Poi, a partire dalla seconda metà del novecento, sempre più persone negli Stati Uniti sono andate a vivere in città e le famiglie si sono ristrette, quindi è diventato più raro assorbire queste conoscenze da parenti e affini. Già nel 1946, Benjamin Spock cominciava il suo Il bambino. Come si cura e come si alleva parlando dell’insicurezza che si stava diffondendo tra i genitori: “Fidatevi di voi stessi. Ne sapete di più di quel che credete”. Evidentemente, però, non ci fidiamo ancora abbastanza: il libro di Spock ha venduto cinquanta milioni di copie aprendo la strada a un business multimiliardario di testi, corsi, podcast, siti web e feed sui social network che insegnano come occuparsi della prole.

“Il boom dei consigli sulla genitorialità ha molte affinità con quello che è successo con il cibo”, scrive la psicologa dell’età evolutiva Alison Gopnik. Un tempo le persone crescevano i figli come cucinavano le polpette: secondo le tradizioni della loro cultura, scegliendo tra varianti viste fare da cugine, nonne e zie. “Quella che un tempo era una questione di esperienza è diventata una questione di competenza”, prosegue Gopnik. Questo processo, osserva, è stato accentuato dal fatto che gli statunitensi si riproducono più tardi rispetto al passato: “La maggior parte delle persone della classe media ha passato anni a studiare e a fare carriera prima di diventare genitori. Non stupisce, quindi, che la loro idea di come occuparsi dei figli riflette quelle esperienze”. Abbiamo dei risultati da raggiungere, quindi studiamo.

Negli Stati Uniti, per una generazione il riferimento indiscusso nel campo è stato il pediatra William Sears, fautore dell’“attaccamento genitoriale”. Le madri che seguono i suoi suggerimenti dormono nel letto con i bambini, li tengono il più possibile nella fascia o nel marsupio e li allattano appena piangono. Una mamma, scrive Sears, “si sentirà completa solo quando è con il suo bambino”. La madre è diventata un canguro. O forse, una caricatura della politica di sinistra: non esiste necessità che non giustifichi l’intervento del suo seno.

L’approccio opposto, verticistico e conservatore, sostiene che bambini devono essere lasciati piangere e cavarsela da soli. I risultati sono premiati (“se fai il bravo, ti compro il gelato”), la gerarchia non è mai messa in discussione (“perché lo dico io!”) e la responsabilità personale viene imposta con la minaccia (“adesso sì che avrai un motivo per piangere”).

Il Rie, invece, può essere paragonato a una specie di affettuoso libertarismo: i bambini devono risolvere i problemi da soli; i genitori devono supportare e rispettare i sentimenti dei figli, anche quelli brutti. “A molti sembrerà un controsenso, ma funziona”, scrive Janet Lansbury. “Come fa la vostra bambina a continuare a litigare se siete sempre d’accordo con lei?”.

L’atteggiamento di Lansbury è inclusivo; il sottotitolo del suo podcast è We can do this, possiamo farcela. Ma per quanto desideriamo i consigli degli esperti, non ci piace sentirci dire che con i nostri figli stiamo sbagliando. “Janet è ovunque, non riesco a liberarmi di lei”, dice Tori Barnes, 43 anni e madre di tre figli. Ha perso la pazienza quando ha sentito Lansbury descrivere il cambio del pannolino come un’opportunità per stabilire un contatto con il bambino. I fautori del Rie dicono che i genitori devono occuparsi dei figli con attenzione totale, quindi anche cambiare il pannolino, allattare e fare il bagnetto sono altrettanti momenti di costruzione della relazione. Lansbury consiglia di cambiare il pannolino con la massima cura e lentezza, descrivendo ogni passaggio e cercando la partecipazione del bambino rivolgendogli domande come: “Adesso vuoi sollevare le gambe, così ti pulisco?”. “Insomma, è cacca!”, dice Barnes. “Prima finisci, meglio è. Non è il momento di stabilire un contatto affettuoso, è una cosa disgustosa: falla e basta”.

Barnes, però, non ha chiuso del tutto con Lans­bury. “Non riesco a smettere”, dice. “Però leggo la trascrizione del podcast anziché ascoltarlo, perché la sua voce mi fa infuriare. È come se ci fosse un’asticella che nessuno potrà mai raggiungere tranne Janet, perché lei è perfetta”.

Dopo essere stata in una clinica per disintossicarsi, nel 1984, Lansbury si sentiva meglio. Era orgogliosa di essersi liberata della cocaina e di riuscire finalmente a dormire. Poi, però, crollò. “Mi sentivo una fallita totale – una persona fortunata, che aveva tutto, e che era riuscita comunque a rovinarsi la vita. Mia madre mi diceva ‘lo sai, hai perso la tua bellezza’, ed era vero. Avevo un aspetto di merda”.

Francesca Ghermandi

Per Lansbury la bellezza era sempre stata la principale fonte di reddito. Si era diplomata a sedici anni e aveva frequentato per un anno l’università prima di trasferirsi a New York per fare la modella. “Avevo appena compiuto diciotto anni e New York era fantastica”, racconta. “Ho avuto la fortuna di essere lì quando c’era lo Studio 54”. Per un po’ aveva fatto la pubblicità, ma la sua era una bellezza troppo “sana” per quei tempi. “Non avevo le labbra e l’aspetto giusto”, dice.

Così era tornata a Los Angeles a lavorare in una serie tv. L’esperienza era stata di breve durata, ma la Universal le aveva fatto un contratto per dei ruoli occasionali. A diciannove anni, aveva guadagnato abbastanza per comprarsi una casa.

Aveva avuto brevi relazioni con Warren Beatty e Jack Nicholson, all’epoca ultraquarantenni. “È stato divertente. Warren mi diceva: ‘Sai, penso proprio che non dovresti prendere droghe’”, racconta. “Era stranamente paterno” (Nicholson, invece, se lo ricorda come “più grezzo”). “Poi ho avuto un fidanzato inglese, Bruce Robinson”, continua. “Quando viveva con me stava scrivendo la sceneggiatura di Urla del silenzio. Era un alcolizzato totale, e ne andava fiero. Diceva sempre che per lui veniva ‘prima il vino rosso, poi il dentifricio’”. Lansbury aveva cominciato a sniffare regolarmente cocaina, fino ad abusarne. “Mi capitava d’incontrare persone la mattina quando ancora non ero andata a dormire. Mi sembravano di un altro pianeta”, dice. “Una volta mi sono ritrovata un mitra sul sedile posteriore dell’auto perché ero con uno spacciatore che voleva scambiarlo con delle dosi”. A un certo punto non era più riuscita a pagare le rate del mutuo e aveva perso la casa.

A venticinque anni era entrata in un centro di riabilitazione. Una volta uscita, si era trasferita dai genitori ed era rimasta pulita, ma pensava continuamente al suicidio. A tenerla in vita fu la voglia di non ferire i genitori e il pensiero che, un giorno, le sarebbe piaciuto diventare madre.

Mike Lansbury (nipote dell’attrice Angela Lans­bury) è sposato con Janet da trentun anni e sta per preparare una cena nella loro casa di Point Dume, sulla costa di Malibu, vicino a Los Angeles. “Mike cucina, si occupa del giardinaggio, delle bollette e di tutte le cose che non voglio fare”, dice lei, accarezzandogli la spalla. “Perciò mi è andata bene”.

Quando conobbe Janet, Mike lavorava in televisione. Dal 2017 lavora a tempo pieno per la moglie: l’ha aiutata a pubblicare in proprio i suoi primi due libri e registra il suo podcast seduto su una palla medica in una stanza accanto alla cucina. “Lavoravo troppo, mi ero stufato”, spiega. “E mi sono reso conto che Janet poteva guadagnare molto più di me. Quindi ho fatto tutto quello che ho potuto per tenerla attaccata al computer”.

Per Mike il periodo più impegnativo in tv è stato quando era un dirigente alla Universal, mentre Janet dava alla luce Charlotte, la prima dei loro tre figli. Dopo il parto, Janet soffrì di emorragie e di disforia, ma i medici le dicevano che sia il sanguinamento sia il cattivo umore erano normali. Dopo undici settimane si scoprì che le era rimasto dentro un pezzo di placenta e che bisognava rimuoverlo chirurgicamente. Anche dopo la guarigione, Lansbury trovava la maternità una cosa straziante: “Aspettavo di fare questa esperienza da tutta la vita, e ora che la stavo vivendo ero un disastro totale”. Cercava continuamente di stimolare la bambina. “La mettevo sul seggiolone e la intrattenevo”, racconta. Ma Charlotte non sembrava mai contenta. Mike lavorava sempre, e Janet, sola con questa minuscola sconosciuta, cominciò a soffrire di attacchi di panico. “Ho capito perché c’è gente che maltratta i neonati”, dice. “Io non l’ho mai fatto, ma ho capito perché può succedere”.

Una volta, per caso, le capitò di leggere una frase di Magda Gerber: “Diceva ‘togliete i giochi dal lettino, prendetevi cura delle loro esigenze e lasciateli soli’”. Lansbury s’incuriosì. Andò con Charlotte a un incontro del Rie a Santa Monica, dove la docente, Hari Grebler, le suggerì di mettere la bambina stesa sulla schiena e di osservarla. “L’ho fatto e Charlotte è stata benissimo per due ore!”, ricorda Lans­bury. “È rimasta sveglia, si è ciucciata un po’ il dito, ha guardato fuori dalla finestra. Vederla è stata una cosa affascinante, perché fino ad allora non pensavo che ci fosse qualcosa da vedere”. Dopo aver completato il corso, Lansbury cominciò a seguire le lezioni di Gerber, che allora aveva più di ottant’anni (è morta nel 2007). “Mi sono detta che dovevo assorbire tutto da lei”, ricorda. “Per me era come una star del cinema, una personalità straordinaria”.

A Los Angeles l’intensità della devozione per Lans­bury non è insolita. “I genitori del Rie sono una specie di setta”, spiega la scrittrice e sceneggiatrice televisiva Maria Semple. “Non bisogna dormire con il bambino; non bisogna lodarlo continuamente; metterlo steso sulla pancia è sostanzialmente abuso di minore”. A differenza di Spock, il Rie sostiene che i genitori ne sappiano meno di quanto pensano. La maggior parte delle persone condivide alcune nozioni di fondo sull’educazione dei figli: la bambina deve mangiare seduta sul seggiolone; quando raggiunge un piccolo traguardo bisogna dirle “Brava!”; se comincia a piangere, bisogna distrarla (Che cosa aspettarsi il primo anno di Heidi Murkoff, che ha venduto più di dieci milioni di copie, assicura ai genitori che “con la distrazione vincono tutti”).

Con il Rie non si fa nulla di tutto questo. Gli elogi senza particolare motivo vanno scoraggiati, perché ostacolano il processo decisionale “internamente diretto”. Le fasce sono bandite, perché la libertà di movimento favorisce lo sviluppo motorio. Il ciuccio è vietato. “Magda diceva sempre che ‘i bambini hanno il diritto di piangere’”, spiega Lansbury. E niente seggiolone: è molto meglio dar da mangiare al bambino su un tavolino basso facendolo sedere per terra o su uno sgabello. In questo modo si capisce molto meglio quando ha fame (si avvicina gattonando al tavolo) e quando è sazio (se ne va o comincia a giocare con il cibo). Su YouTube ci sono dei video di bambini che ai corsi del Rie aspettano la merenda al tavolo con l’aplomb di piccoli diplomatici.

Francesca Ghermandi

Nel 2009, su suggerimento di un altro genitore, Lansbury ha aperto un blog in cui spiega le tecniche e i concetti del Rie. Nel frattempo aveva avuto altri due figli, un maschio e una femmina. Dopo averli accompagnati a scuola e prima di andare a riprenderli, si sedeva in un bar di West Hollywood, ordinava un’omelette con spinaci e formaggio e si metteva a scrivere. “Volevo dedicarmi al blog ventiquattro ore su ventiquattro. Quando l’ho aperto avevo cinquant’anni, è allora che più o meno è cominciata la mia carriera, quella che sentivo di essermi meritata”.

Quando Lansbury ha cominciato, molte delle sue colleghe “mamme blogger” promuovevano il metodo dell’attaccamento genitoriale, e spesso sui loro siti si scatenavano delle discussioni. “Stavo solo cercando di capire: la pensate veramente così?”, dice. “Pensate davvero che i bambini debbano starvi sempre attaccati al petto seguendovi per tutta la giornata? Non possono nemmeno dire ‘Fermati, stavo guardando la giraffa allo zoo e ti sei spostata!’”. Sperava di offrire alle persone una prospettiva nuova. “Loro non la prendevano bene”, racconta.

In compenso, i lettori le facevano tantissime domande, così lei ha creato un podcast, Unruffled, per riuscire a rispondere a tutti. Nel podcast il Rie è presentato come un’aspirazione, non come un dogma inviolabile. “Il ciuccio e il seggiolone sono solo dettagli”, mi spiega. Lansbury ha il dono di rendere comprensibili anche le cose più strampalate e spaventose che le chiedono gli ascoltatori: un bambino di un anno e mezzo che ogni mattina si sveglia urlando in maniera incontrollabile; un altro che fa una scenata ogni volta che la mamma va in bagno; un bambino bianco di quattro anni che continua a tormentare il padre perché “ha paura delle persone nere” (Lansbury spiega che non è uno stronzetto razzista, ma sta solo esplorando cosa mette a disagio papà).

Lansbury cita spesso con devozione Magda Gerber. Ma mentre Gerber si concentrava sulla “cura e l’educazione” dei lattanti, Lansbury risponde anche alle domande sui più grandi. “I bambini di due-tre anni mi danno un sacco di soddisfazione”, dice. È fissata con la routine. Ogni mattina, dopo aver meditato per venti minuti esatti, prepara un frullato di vitamine in polvere, frutti di bosco congelati e latte di soia, poi aggiunge un po’ di tè verde finché la bevanda non raggiunge la consistenza desiderata. È di una franchezza quasi infantile. “Essere sexy è una cosa importantissima se vuoi fare l’attore”, mi ha detto con serietà quando abbiamo parlato della sua carriera precedente. “Devono voler fare sesso con te”.

Un pomeriggio assisto a uno scatto d’ira. C’è traffico e Lansbury, bloccata dietro una macchina ferma a uno stop, esplode: “Gira, brutto coglione!”. Quasi all’istante scoppia a ridere, volubile come i bambini di cui scrive. “Riesco davvero a capirli”, dice.

Lungo la strada, mentre raggiungiamo un parco pubblico nella San Fernando valley per un corso, passa davanti alla casa dove è cresciuta insieme ai suoi tre fratelli. Sua madre era molto popolare nella comunità: “Era una casalinga, le piaceva cucire, amava il giardinaggio, era presidente dell’associazione genitori-insegnanti. Un tipo molto sociale”. Il marito era di sedici anni più vecchio; era nato a Los Angeles, aveva lavorato in banca e poi in un’impresa di forniture per uffici. “Portava sempre a casa delle risme di carta. Pati, mia sorella maggiore, faceva un giornale per il quartiere, e io ero la modella per le finte pubblicità che ci mettevamo dentro. Ero molto vanitosa”.

Pati era una bambina sempre arrabbiata. Janet è convinta che non abbia mai accettato il fatto di dover dividere l’affetto dei genitori con i fratelli più piccoli. In questo momento, spiega, un buon 85 per cento delle domande che riceve sono sui figli che fanno i capricci per l’arrivo di un fratellino o una sorellina. Lei invita i genitori a immedesimarsi nei bambini più grandi e a resistere all’idea che siano posseduti dal demonio. “Per loro è devastante: tutto il loro mondo crolla”, dice.

Sua madre, nella stessa situazione, non fu capace di gestire il disagio di Pati. “Al nostro minimo cenno di reazione o di contrarietà, si alzava e se ne andava, spariva”, dice Lansbury. Crescendo, Pati diventò “problematica, instabile”. Se ne andò da casa a quindici anni, cambiò nome e non si riavvicinò più alla famiglia. È morta diversi anni fa.

Il padre di Lansbury era più espansivo della madre. “Veniva a prenderci a scuola e gridava ‘ti voglio bene, tesoro!’”, ricorda. “Guidava con una bottiglia di birra da quattro soldi tra le gambe. Beveva continuamente, probabilmente cominciava subito dopo aver fatto colazione”. Si tolse la vita nel 1994, mentre Lans­bury studiava con Gerber. “Era un suicidio abbastanza comprensibile”, chiarisce. “Aveva ottantasei anni, camminava con il deambulatore”. Il giorno in cui è morto avrebbe dovuto operarsi alla schiena.

Lansbury dice di essere stata una bambina timida, “la fragile bambolina di porcellana che tutti volevano proteggere”. Al minimo cenno di dissenso, però, l’atteggiamento protettivo della madre svaniva. “Mi gelava con lo sguardo, la sua espressione cambiava completamente”, dice. “Ho perso fiducia nel mio istinto, nei miei sentimenti”.

L’intera attività di Lansbury può essere considerata un tentativo di dare ai bambini gli strumenti per gestire le loro emozioni, cosa che a lei non è mai stata insegnata. “Una volta, quando i miei bambini erano piccoli, ero al telefono con mia madre e le ho detto: che quel giorno a scuola avevo preparato da mangiare. In cucina non ero molto brava, quindi mia madre ha reagito con un: ‘Tu?’. Io le ho risposto: ‘Dai, per i miei figli so cucinare!’, e lei mi ha attaccato il telefono. Volevo solo che mi dicesse che avevo fatto bene. Mi ero già sentita così. Quando ero piccola”.

Per Lansbury, il Rie è stata come una valvola di sfogo: ogni tipo di sofferenza viene riconosciuto, in qualsiasi caso. “Tendevo a evitare il dolore, a non tirarlo fuori. Questo approccio invece ti dice di buttarlo fuori tutto”, dice, con gli occhi gonfi di lacrime. “La cosa fondamentale che ci ha insegnato Magda è che il conflitto va bene, ai bambini sta bene. Imparano dal conflitto. Se l’avessi saputo prima…”, e scuote la testa.

Le chiedo se ha rimpianti nella sua esperienza di genitore. Dopo una lunga pausa, dice di no. “Non sono perfetta, ma sono orgogliosa di come faccio il genitore”, dice. “Gli insegnamenti di Magda mi hanno fatto sentire sicura di me. Il mio obiettivo è proprio questo, voglio che le persone credano in se stesse”.

Mia figlia è nata nel 2020, poco prima del giorno del ringraziamento. Nei giorni carichi d’ansia che hanno preceduto la sua nascita – prima delle elezioni, prima del vaccino – andavo a camminare e ascoltavo Unruffled. Il suono della voce di Lansbury mi ricordava una maestra gentile che avevo all’asilo, l’unica che non mi considerava una piccola mocciosa dispotica.

Quello che mi spaventava di più del diventare madre erano le strazianti lotte di potere tra genitori e figli che avevo visto con i miei amici: litigi infiniti, tensioni, delusione. Lansbury descriveva un mondo dove queste interazioni non esistevano, un mondo dove si può dire di no con convinzione, senza sentirsi in colpa e senza arrabbiarsi. “Puoi fissare un limite ai bambini e allo stesso tempo essere loro alleata”, mi ha spiegato Hari Grebler. “La gente dice ‘scegli le tue battaglie’. Ma io non sono in guerra con mio figlio”.

Funziona così? È difficile dimostrare se una scelta che facciamo da genitori è giusta o sbagliata. Spock diceva di far sdraiare i bambini sulla pancia in modo che non si strozzassero con la saliva. Pikler diceva che dovevano stare sempre sdraiati sulla schiena, per essere più in controllo. Si calcola che circa cinquantamila bambini negli Stati Uniti, in Europa e in Australasia si sarebbero potuti salvare dalla Sids (la morte in culla) se fosse stato seguito il metodo di Pikler. Ma in generale per sapere cosa “funziona” con i bambini dobbiamo prima metterci d’accordo su cosa intendiamo con funzionare. Il bambino dev’essere obbediente? Molto motivato? O basta che sia felice?

A prescindere dai nostri obiettivi e dallo stile che adottiamo – rispettoso o autoritario – quello che facciamo è probabilmente irrilevante. “È molto difficile trovare una relazione empirica attendibile tra le piccole differenze nelle scelte dei genitori – differenze che sono il cuore dell’educazione – e le caratteristiche dei loro figli da adulti”. Non tutte le mamme tigri allevano futuri leader mondiali; i francofili che allevano i loro bebè hanno le nostre stesse probabilità di vedere i figli premiati con la legion d’onore.

Ma Lansbury non dice che il suo metodo vi darà il miglior figlio possibile; quello che cerca di creare è il miglior rapporto possibile tra di voi. Se credete in voi stessi, e credete nei suoi consigli, allora anche il vostro bambino crederà in voi e tutti potranno rilassarsi (uno dei mantra di Gerber era “fate meno, divertitevi di più”). C’è un elemento fideistico, ma questo vale anche per Sears, Spock e Murkoff. Seguire questi testi è una professione di fede.

E quindi sì, lo ammetto, racconto a voce alta il cambio del pannolino di mia figlia. Non le do mai il ciuccio. Quando voglio prenderla in braccio glielo dico prima e faccio fare lo stesso anche agli altri, cosa che li irrita profondamente (poi aggiungo “lo so che non vi piace”. E come fanno a litigare con me se continuo a ripetere che sono d’accordo con loro?). La maggior parte delle volte dico di no con convinzione, e la maggior parte delle volte mia figlia la prende bene. Non saprò mai se il Rie è efficace o se semplicemente mi è capitata una bambina facile. Ma comunque sia, non fa male crederci. ◆ fas

Ariel Levy

è una giornalista del New Yorker. Questo articolo è uscito sul settimanale statunitense con il titolo Mother superior.

Questo articolo è uscito sul numero 1460 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati