Il dollaro statunitense continua a confermare la sua egemonia semplicemente perché in giro non c’è niente di meglio. Cosa si può comprare al suo posto? L’euro, ora che il vecchio continente è alle prese con la guerra in Ucraina e la crisi energetica? La sterlina britannica, che dopo la Brexit non se la passa meglio? Lo yen, in caduta libera mentre il Giappone mantiene i tassi d’interesse a zero? Lo yuan cinese, quando la Cina sprofonda nella crisi immobiliare e rappresenta un grande rischio geoeconomico? O il bitcoin, volatile come una startup tecnologica quotata al Nasdaq?

Al di là di qualsiasi analisi tecnica sul dollaro, va detto che gli Stati Uniti hanno diversi punti di forza: non sono minacciati dalla guerra; non rischiano lo shock energetico perché sono il primo produttore mondiale di idrocarburi; le loro aziende sono in buona salute; soffrono l’inflazione, ma nell’azione di contrasto sembrano più avanti di altri, soprattutto degli europei. In un contesto d’incertezza economica, politica e monetaria, il dollaro è il bene rifugio del momento.

Oggi, per la prima volta dopo il 2002, il biglietto verde vale più di un euro. In un anno ha guadagnato il 16 per cento rispetto alla valuta europea. Inoltre, è cresciuto del 20 per cento rispetto alla sterlina britannica, ai minimi dal 1985, e del 30 per cento rispetto allo yen giapponese, che torna ai livelli del 1998; ha guadagnato l’8 per cento rispetto allo yuan cinese. Dall’inizio dell’anno si è apprezzato del 13 per cento rispetto a tutte le valute.

La spiegazione più comune di questa evoluzione riguarda i tassi d’interesse. La Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) ha aumentato il costo del denaro già a marzo e alla fine di settembre dovrebbe portarlo al 3 per cento. Oggi, quindi, è meglio mettere i soldi negli Stati Uniti, dove i titoli di stato a dieci anni rendono il 3,4 per cento, contro l’1,73 per cento di quelli tedeschi o lo 0,25 per cento di quelli giapponesi.

I capitali non convergono solo sui titoli di stato, ma anche su azioni e obbligazioni aziendali. Se il dollaro aumenta, investitori di tutto il mondo comprano azioni statunitensi, preferendo la Apple alla Volkswagen – colpita dalla crisi europea – o ad Alibaba e alla Tencent, tornate sotto il controllo del Partito comunista cinese. Finora i profitti delle aziende statunitensi hanno resistito, e le loro prospettive, per quanto corrette al ribasso, continuano a essere migliori di quelle europee.

Lo scarto si spiega anche con lo shock energetico. Gli Stati Uniti sono un paese petrolifero, per cui quando i prezzi dell’energia aumentano, si arricchiscono, mentre gli stati europei e quelli asiatici (Corea del Sud, Giappone, Cina, India) s’impoveriscono. La questione è particolarmente grave per gli industriali europei. Secondo Patrick Artus, economista della banca d’affari Natixis, per compensare la perdita di competitività l’euro dovrebbe scendere a 0,80 dollari, ma questo farebbe aumentare ancora di più l’inflazione.

Capacità d’innovare

Tuttavia ci sono anche cause più profonde. Secondo l’ex economista del tesoro statunitense Marvin Barth, il dollaro è forte per la capacità degli Stati Uniti d’innovare. Dal punto di vista tecnologico schiacciano il resto del mondo, come hanno dimostrato Google, Amazon, Face­book e Apple negli ultimi vent’anni: il vantaggio gli permette d’investire, attirare capitali e incassare ricchezze, tutti fattori che fanno aumentare il valore del dollaro.

Le azioni statunitensi sono costose, ma è perché si tratta di aziende in forte crescita, che spesso realizzano profitti enormi grazie al dominio dei mercati e agli accordi di cartello sul territorio americano, documentati da Thomas Philippon, economista dell’università di New York . Ora la Fed e la Casa Bianca di fatto stanno attuando una politica concertata per frenare la crescita dei prezzi, aumentando i tassi d’interesse e riducendo drasticamente il deficit di bilancio. I risultati non sono soddisfacenti, come dimostrano i dati disastrosi dell’inflazione ad agosto, ma nessuno ha dubbi sulla determinazione degli Stati Uniti.

In Europa non succede niente di tutto quanto. I governi continuano ad alimentare l’inflazione con i loro programmi di sostegno, pensati per compensare l’impennata dei prezzi energetici. La Banca centrale europea (Bce) è prudente, perché teme che un aumento violento del costo del denaro possa rilanciare la crisi del debito. Ma fino a quando la Bce non alzerà drasticamente i tassi, l’euro non potrà recuperare e il dollaro resterà forte.

Secondo il Fondo monetario internazionale, nel primo trimestre del 2022 il dollaro rappresentava il 59 per cento delle riserve mondiali di valuta, contro il 71 per cento del 1999, quando fu lanciato l’euro. Il dollaro copre circa il 40 per cento del commercio mondiale. L’euro è intorno al 20 per cento, lo yen al 9 per cento, la sterlina al 5 per cento, lo yuan al 2,9 per cento. C’è forse un declino, una lieve diversificazione, ma non a vantaggio dell’euro, e di sicuro non c’è una sostituzione. Per diventare una moneta di riserva è necessario esportare la valuta e quindi emettere molti titoli, ma quelli dell’eurozona non sono sufficientemente omogenei per potersi configurare come bene rifugio (il debito tedesco, molto leggero, e quello italiano, pesante, non sono di certo identici).

Molti auspicano un’alternativa al dollaro perché spesso Washington usa la sua valuta come un’arma. Le proteste provocate dalle multe inflitte alle imprese europee per aver fatto affari in dollari con paesi posti sotto embargo dagli Stati Uniti (Iran, Sudan) nascondono un’altra realtà: le multinazionali si piegano alla legge statunitense.

Il dibattito è ripreso con la guerra in Ucraina, quando Mosca ha manifestato l’intenzione di formare un’asse con Pechino. Tuttavia la Russia, undicesima economia mondiale, ha un pil nominale equivalente a quello della Corea del Sud, mentre la Cina, in pieno ripiegamento su se stessa, non è mai riuscita a far diventare lo yuan una moneta di scambio credibile: il pericolo geopolitico resta forte, e aumenta con le minacce d’invasione di Taiwan. Questi due paesi in effetti stanno cercando di staccarsi dalla valuta statunitense: la Cina ha ridotto i titoli in dollari, da più di 1.300 miliardi nel 2013 a 980 miliardi oggi, ma si è ben lontani da una liquidazione. Quelli della Russia sono passati da 175 miliardi di dollari a quasi zero dopo il 2010. Ma quale investitore correrà il rischio di scegliere l’asse Mosca-Teheran-Pechino invece della sfera del dollaro? ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1479 di Internazionale, a pagina 112. Compra questo numero | Abbonati