Qual è stata l’ultima cosa che avete detto mentalmente a voi stessi? Un’affettuosa parola d’incoraggiamento o un’aspra critica? Io nessuna delle due. È stato più un urlo d’insofferenza mentre una parte del mio cervello cercava di convincere un’altra a smettere di procrastinare. Come al solito, questo grido di battaglia interno è stato sia una benedizione sia una maledizione. Mi ha giustamente ricordato che non è il caso di perdere tempo passando da una cattiva notizia all’altra quando c’è una scadenza in vista, ma mi ha anche fatto sentire in colpa. E mi ha fatto riflettere sulla voce che ho nella testa. Com’è possibile percepirsi una certa persona e allo stesso tempo sentirsi maltrattati da una persona completamente diversa che è anche lei parte di “me”? Perché la mia voce interiore è spesso così violenta? C’è modo per farle cambiare tono?

I dubbi sulla nostra voce interiore chiamano in causa domande più grandi, come quelle sulla natura della coscienza, sul nostro senso d’identità e sul modo in cui la vita interiore influenza il nostro comportamento. Per questo motivo alcuni ricercatori stanno cercando di saperne di più. È un lavoro impegnativo, soprattutto perché è impossibile ascoltare davvero il mondo interiore di un’altra persona. Ma stiamo cominciando a capire da dove proviene il discorso interiore, come cambia da una persona all’altra, qual è il suo contributo alle abilità cognitive come la memoria e il suo legame con la salute psichica. Per tutti quelli che hanno un “bullo” nella mente, la ricerca sta anche rivelando strategie che possono aiutare a migliorare il nostro dialogo interiore.

Il punto di partenza più ovvio è scoprire da dove viene quella voce. Negli anni trenta lo psicologo Lev Vygotskij scoprì che la nostra capacità di avere un dialogo interiore si sviluppa insieme al linguaggio. A partire dall’età di due o tre anni, i bambini cominciano a parlare ad alta voce con se stessi mentre giocano. Vygotskij pensava che quella chiacchiera fosse un primo passo verso il dialogo interiore, una trasformazione che si completa gradualmente intorno ai cinque anni. Le successive scansioni cerebrali hanno confermato quest’idea, dimostrando che il discorso interiore si sviluppa nello stesso periodo in cui maturano le connessioni neurali tra le aree cerebrali coinvolte nella produzione e nella comprensione del linguaggio. E il contenuto del dialogo? Secondo Vygotskij, ciò che viene detto e il suo peso emotivo sono influenzati da quello che dicono le persone che si prendono cura di noi e da come lo dicono. Impariamo a controllare gli impulsi interiorizzando le istruzioni di genitori e insegnanti, e ripetendole a noi stessi. Da lì in poi, la nostra voce interiore funziona come un sistema di pesi e contrappesi interni che ci mantengono in linea con i nostri obiettivi e le aspettative sociali. Quindi è possibile che la mia irascibile critica interiore sia nata dalla voce di un genitore o di un insegnante frustrato convinto che avrei potuto fare meglio se mi fossi impegnata di più.

Secondo Ethan Kross, psicologo dell’università del Michigan e autore di Quella voce nella tua testa. Perché è importante capirla e come fartela amica (DeAgostini 2021), la connotazione negativa della mia critica interiore non deriva dalle critiche in sé ma dalla mia reazione emotiva. Nel mio caso, la sensazione di non essere all’altezza delle mie aspettative personali. “Un po’ di autocritica non è una cosa negativa”, dice Kross. “Le difficoltà nascono quando, invece di esaminare un problema in modo obiettivo e trovare una soluzione, ci si paralizza perché l’emozione prende il sopravvento”. Kross chiama questo tumulto emotivo interiore “chiacchiericcio” e sostiene che è uno dei “principali problemi mentali che la nostra specie si trova a fronteggiare”.

È qui che la nostra voce interiore s’ingarbuglia con la natura della coscienza. Le prime teorie sulla coscienza suggerivano che ognuno di noi ha un “sé”, con preferenze, antipatie e motivazioni distinte. Tuttavia, molti psicologi pensano che il sé singolare sia un’illusione. Sostengono invece che siamo fatti di molti sé, ciascuno con differenti motivazioni e criteri. Questo significa che il nostro chiacchiericcio interiore può essere il risultato dei diversi ruoli che formano il nostro senso del sé. La me “madre”, per esempio, vivrebbe secondo standard diversi dalla me “amica”. E la me che “fissa le scadenze” ha una serie di obiettivi diversi dalla me che “ama il gossip sulle celebrità”. È provato che anche le nostre esperienze d’infanzia sono alla base di questo conflitto interno. Nel 2020 Małgorzata Puchalska-Wasyl dell’università cattolica Giovanni Paolo II di Lublino, in Polonia, ha scoperto che i figli con genitori in forte disaccordo sulla loro educazione tendono ad avere, da grandi, un dialogo interiore più intenso e stressante. Questo perché i due opposti punti di vista continuano a darsi battaglia su cosa sia giusto.

Quattro personaggi

Per conoscere la nostra voce interiore può anche essere utile individuare chi sta effettivamente parlando. Puchalska-Wasyl ha cercato di farlo chiedendo a centinaia di persone di valutare i loro abituali interlocutori interiori, a seconda dei diversi risultati emotivi.

La sua analisi ha ridotto gli interlocutori interni a quattro personaggi fondamentali: l’amico leale, il rivale orgoglioso, il genitore ambivalente e il bambino indifeso. L’amico leale è un sostenitore, premuroso e ottimista, sempre pronto a offrire incoraggiamento. Nel campione di Puchalska-Wasyl, questa era la voce interiore percepita più di frequente. Al secondo posto c’è il rivale orgoglioso, un motivatore che sfida la persona a migliorare le prestazioni. Il genitore ambivalente offre amore, supporto e, a volte, una consistente dose di critiche. Il bambino indifeso è il più negativo, con una sensazione d’impotenza e un bisogno di sostegno.

Determinare quale voce emerge più spesso può essere difficile. Un modo consiste nel prestare attenzione al proprio dialogo interiore e notare quale voce sta parlando e come ci fa sentire. Dato che i dialoghi interni sono uno strumento utile in psicoterapia, identificare quale voce sia più ricorrente può aiutare a reimpostare al meglio la conversazione, scrive Puchalska-Wasyl in un articolo sull’argomento.

La mia voce interiore ha un tono da genitrice ambivalente, come se avesse tentato l’approccio dell’amica leale ma avesse esaurito la pazienza. La mia risposta interna ha sfumature da bambina indifesa. Forse un’intenzionale virata verso l’amica leale potrebbe farmi portare a termine il lavoro con meno ricadute emotive?

Ma forse mi prenderei solo in giro. Molti ricercatori pensano che l’autovalutazione della nostra voce interiore sia inaffidabile. “Non siamo molto bravi a sapere cosa succede nella nostra testa”, dice Charles Fernyhough dell’università di Durham, nel Regno Unito, autore di Le voci dentro (Raffaello Cortina Editore 2018). “Le persone rispondono ai questionari in base al tipo di mentalità che pensano di avere, invece che a quella che hanno davvero”.

Per aggirare questo problema, Russell Hurlburt dell’università del Nevada, negli Stati Uniti, ha sviluppato un metodo chiamato campionamento descrittivo dell’esperienza (descriptive experience sampling, Des). I volontari indossano un auricolare collegato a un segnale acustico che suona in momenti casuali. Quando sentono il suono devono annotare esattamente quello che sta succedendo nella loro testa. In un secondo momento, Hurlburt intervista ognuno di loro, indagando su cosa stesse succedendo di preciso e se fossero presenti parole, immagini o sensazioni. Questo, secondo Hurlburt, apre un vero spiraglio sulla nostra “pura esperienza interiore”. Si può fare qualcosa di simile con un’applicazione, chiamata iPromptU, che lo studioso ha contribuito a creare.

A volte basta una passeggiata nella natura o uno sguardo al cielo stellato

Sotto controllo

Hurlburt è stato il primo a usare questo metodo, più di quarant’anni fa, e ha raccolto dati da migliaia di volontari. È arrivato alla conclusione che il discorso interiore è solo un’altra forma del pensiero, insieme alla visione interiore, al sentimento, alla consapevolezza sensoriale e al pensiero non simbolico, in cui un concetto non è necessariamente collegato a parole o altri simboli. Secondo Hurlburt, ognuna di queste forme di pensiero è presente in circa il 25 per cento delle situazioni descritte dai volontari, ma non tutti le sperimentano tutte. E c’è chi usa solo raramente, o perfino mai, un dialogo interiore di tipo verbale.

Quando Hurlburt mi ha mandato un dispositivo per il Des, ho scoperto con sorpresa di far parte di quest’ultimo gruppo. In quattro giorni e ventidue segnali acustici, solo in un caso stavo facendo un discorso interiore. In quel momento stavo spiegando a mio figlio che non c’era niente di “ingiusto” nel perdere una partita, mentre simultaneamente mi chiedevo mentalmente: “Ha senso quello che dico?”.

In altri momenti ero sicura che non ci fossero parole legate a quella che in precedenza avrei definito la mia voce interiore. Per esempio, un “bip” è arrivato in treno, mentre strizzavo gli occhi per il sole. Avevo appena notato che una donna mi stava fissando e mi chiedevo se stesse pensando che il mio viso è pieno di rughe. Non c’erano parole, ma il pensiero era chiaro come il sole. Hurlburt dice che succede a molte delle persone su cui conduce i suoi studi. “Il pensiero che si svolge senza parole può essere specifico quanto quello formulato con le parole”. Fernyhough fa lo stesso ragionamento. Anche i quattro personaggi di Puchalska-Wasyl possono esistere senza parlare. Il nebuloso concetto di voce interiore diventa ancora più strano. Nel 2020 l’utente di Twitter @KylePlantEmoji ha pubblicato un tweet in cui diceva: “Strano ma vero: alcune persone hanno una narrazione interna e altre no”. Il tweet è diventato virale, scatenando dibattiti in cui qualcuno era sorpreso dal concetto stesso di voce interiore.

Negli anni successivi diverse persone si sono fatte avanti sostenendo di non avere nessun tipo di voce interiore. Nel 2021 Rish Hinwar e Anthony Lambert, ricercatori dell’università di Auckland, in Nuova Zelanda, hanno chiamato questo fenomeno anauralia e hanno pubblicato uno studio che mostra una forte correlazione tra l’assenza di un dialogo interiore e la mancanza del cosiddetto occhio della mente, una condizione chiamata afantasia. Non se ne sa molto, ma Lambert dice che l’analisi preliminare dei dati su quindicimila persone – nell’ambito della ricerca sulle attitudini e sui valori neozelandesi – indica che le persone affette da anauralia sono lo 0,8 per cento del totale.

Le conseguenze sul cervello e sul comportamento del non sentire nessuna voce interiore sono sconosciute. Lambert vuole approfondire la questione. In ogni caso sappiamo che quando la voce interiore viene eliminata all’improvviso a causa di una malattia (come un ictus nell’area di Broca, la regione del cervello preposta alla produzione del linguaggio), gli effetti possono essere drastici, dai problemi di memoria all’incapacità di provare emozioni, fino alla perdita dell’identità personale.

In questi casi a volte le persone riferiscono che il pensiero linguistico si trasforma in pensiero per immagini. Nel 2021 Peter Langland-Hassan, ricercatore dell’università di Cincinnati in Ohio, ha scoperto che chi aveva perso la voce interiore dopo un ictus era ancora in grado di collegare concetti astratti, anche se lo faceva più lentamente. “La produzione di linguaggio nella testa non è essenziale per comprendere i collegamenti astratti”, sostiene Langland-Hassan.

Questi risultati, insieme al fatto che le persone colpite da anauralia sembrano operare abbastanza bene da non notare l’assenza di una voce interiore, suggeriscono che il linguaggio interiore è uno strumento che possiamo usare per alcuni processi cognitivi, ma che non è necessariamente l’unico modo per portare a termine un lavoro. La comprensione di questa relazione tra voce interiore e abilità e comportamenti cognitivi è fondamentale. Non solo potrebbe aiutare a trattare condizioni psichiche come la depressione, ma può anche aiutarci a reagire meglio allo stress quotidiano.

Cambiare i pronomi

Kross dice che ci sono alcuni semplici modi per sfuggire alla voce interiore negativa. Uno consiste nel relativizzare l’importanza di questo chiacchiericcio. Per fare un salto di qualità mentale può bastare una passeggiata nella natura o uno sguardo al cielo stellato. “Quando si è in presenza di qualcosa di vasto e indescrivibile, è difficile continuare a pensare che tu e la voce nella testa siate il centro del mondo”, spiega Kross. Se non funziona, potete parlate a voi stessi in terza persona. In una serie di studi, Kross e i suoi colleghi hanno sottoposto dei volontari a una condizione di stress, chiedendogli di fare una presentazione con poco preavviso. A metà di loro è stato chiesto di prepararsi conversando nella mente con se stessi usando il proprio nome o pronomi non di prima persona, come lui, lei o tu. All’altra metà è stato chiesto di usare i pronomi di prima persona “io”, “mio” o “me”. I risultati hanno dimostrato che l’uso di pronomi non di prima persona non solo ha fornito un distacco psicologico dallo stress ma ha anche migliorato le prestazioni. Era più probabile che dopo la presentazione queste persone si sentissero orgogliose e passassero meno tempo a rianalizzarla.

Visto che ero arrivata a conoscere bene la mia voce critica, ho pensato di fare una prova. Quando ho sentito arrivare un grido interiore, ho deciso di parlare a me stessa come a un’amica: “Caroline. Scorrere le notizie non ti aiuterà. Se hai bisogno di una pausa, vai a fare una passeggiata”. E così ho fatto. Lungo il tragitto la mia critica interiore si è finalmente placata e sono riuscita a tornare al lavoro. Lascio a voi giudicare il risultato. ◆ sb

Questo articolo è uscito sul numero 1477 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati